Lo strano triangolo Palin-Poujade-Grillo
Singolari analogie fra i tre movimenti politici del passato e del presente.
Una strana triangolazione si è venuta a creare fra tre
movimenti politici del passato e del presente. Il primo dei tre è il Tea- Party
americano, ondata di rivolta populista contro l’aumento incontrollato del
deficit pubblico e la temuta invasione dello stato nella gestione della sanità.
Il secondo è il movimento poujadista francese, ormai ricordato da pochi, ma che
per un breve periodo fece tremare la Quarta Repubblica
nonché il governo del primo ministro Pierre Mendès-France. Il terzo è il
neonato Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo.
Cominciamo dal raggruppamento più antico e dal suo fondatore, Pierre Poujade,
cartolaio di Saint-Céré, Francia meridionale, che nel 1953, esasperato dagli
ispettori tributari, convinse i colleghi negozianti della città a iniziare uno
sciopero fiscale. La Francia
era appena entrata nell’espansione economica del dopoguerra.
Grazie al contributo del piano Marshall, una nazione ancora in gran parte
agricola si stava rapidamente industrializzando. Il clima politico era però
dominato dall’eterno conflitto tra gollisti e cattolici da un lato e comunisti
e socialisti dall’altro. La nazione cambiava, ma il peso del cambiamento era
tutto sulle spalle del singolo cittadino, o così almeno sembrava, dal momento
che i governi passavano da una crisi all’altra e il clima da guerra fredda
dominava qualunque discussione.
Nel giro di pochi mesi, la piccola “Unione dei Commercianti e degli Artigiani”
fondata da Poujade trovò una risposta insperata in tutta la Francia. Il problema
del paese era, secondo Poujade, che la classe politica e intellettuale aveva
perso ogni contatto, diciamo così, con “il paese reale”. La vera Francia non
era quella di Parigi, ma delle piccole città e delle fattorie di campagna.
Quanto a Mendès-France, era un ebreo e dunque per definizione uno straniero;
non poteva capire nulla dei veri francesi. Il 24 gennaio del 1955 più di
centomila persone, guidate dalla possente voce del prode Poujade (ex
scaricatore di porto, piccolo ma robusto), convennero a Parigi per protestare
contro tutto quello che non gli andava: le tasse, l’elitismo degli
intellettuali, la politica, l’influenza americana, i ”fannulloni” di qualunque
tipo e, naturalmente, gli ebrei.
Avevano una strategia politica? No, ma avevano una tattica: prendere d’assalto
le assemblee cittadine, urlare, minacciare e mettere in ridicolo i candidati
che non gli andavano a genio. Alle elezioni ottennero 50 deputati. E questo,
per loro, fu l’inizio della fine. Nel giro di tre anni il movimento si
dissolse. Alle elezioni del 1958 la maggioranza dei poujadisti si schierò per
De Gaulle e il presidenzialismo, mentre il fondatore del movimento già non
contava più nulla.
I parallelismi con il Tea-Party americano sono notevoli, e li ha evidenziati lo
storico Robert Zaretsky in un articolo sul New York Times del 3
febbraio. Anche in questo caso abbiamo un movimento nato da anonimi cittadini
di provincia, per lo più piccolo-borghesi di razza bianca, ma con una
percentuale proletaria da non sottovalutare. Invece del tozzo Poujade i
teabaggers hanno trovato il loro leader in Sarah Palin, ex candidata
repubblicana alla vicepresidenza ed ex governatrice dell’Alaska. Una leader
molto in and out, a dire il vero, che c’è e non c’è, ben contenta di
farsi invitare ai meeting e di sparare a zero contro Washington, ma senza mai
tagliare del tutto i cordoni che la legano al Partito Repubblicano. Il minimo
comun denominatore è, ancora una volta, la ribellione fiscale.
Il movimento infatti prende il nome dagli eventi del 16 dicembre 1773, quando
alcuni gruppi di cittadini salirono su tre navi all’ancora nel porto di Boston
e gettarono in mare un grosso carico di tè. La ragione non stava nella pessima
qualità dell’infuso. Risaliva alla “tassa sul tè” decisa pochi mesi prima dal
parlamento inglese, e che si applicava anche alle colonie.
Ma le colonie, e in particolare quelle americane, non volevano più essere
tassate senza avere nessun rappresentante al parlamento di Londra. Piuttosto
che pagare il balzello sul tè, i coloni si rifiutarono di scaricare le navi che
lo portavano oppure, come nel caso di Boston, decisero di distruggere il
carico.
Sembrava un evento di poca importanza, ma fu l’inizio della guerra
d’indipendenza americana.
Anche le prime riunioni dei tea-baggers parevano folklore antropologico, con la
grottesca immagine di cittadini anziani, spesso male in arnese, decisamente
sovrappeso e in evidente bisogno di un po’ di assistenza medica, che urlavano a
squarciagola contro Obama e la sua sanità “nazista” (è uno straniero anche
Obama, come Mendès- France; i tea-baggers sono tutti convinti che abbia
falsificato il certificato di nascita); eppure ci è mancato poco che facessero
deragliare la riforma sanitaria.
La loro forza, come agli inizi del movimento poujadista, sta nella rabbia verso
le élites e nel terrore che le loro tasse vadano a beneficio dei “fannulloni”
(leggi: gli immigrati), come anche nel disprezzo che rovesciano imparzialmente
su democratici e repubblicani, colpevoli entrambi di aver fatto salire il
deficit alle stelle. I democratici, nei loro confronti, non possono fare nulla,
tranne sperare che qualche effetto positivo della riforma sanitaria si
manifesti da qui alle elezioni di midterm a novembre, e che la
disoccupazione diminuisca abbastanza da temperare la loro furia. I repubblicani
non hanno ancora deciso se recuperarli (ma non saprebbero come) o se cavalcare
la tigre, pagando il prezzo di venire associati a un estremismo con tinte
spesso razziste, probabilmente controproducente alle elezioni. È possibile,
peraltro, che qualunque sia il risultato a novembre il Tea-Party faticherà a
resistere alla prova del fuoco della politica, e verrà riassorbito nella destra
repubblicana. Sarah Palin, con tutta la sua celebrità, è appunto una celebrity,
e non vuole essere altro. Non sta facendo nulla di concreto per dare al
movimento un’impronta, e a parte lei non ci sono altri leader, se non gli eroi
della tele-destra come Glenn Beck, che però tengono più ai loro indici di
gradimento che a scottarsi le penne nell’arena elettorale.
Il movimento di Beppe Grillo è forse un poujadismo di sinistra? O un Tea-Party
Movement con inclinazioni libertarie? Certo ha un leader, che non è un cartolaio
né un ex governatore bensì uno scaltro Masaniello informatico, il quale però,
come Glenn Beck, ha tutto da perdere a mettersi personalmente in una
competizione apertamente politica. Il raggruppamento non ha una linea, ed è
estremamente inclusivo.
È il partito dei senza partito, e in questo senso il suo equivalente italiano
più vicino è quello del Fronte dell’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini, il
cui motto rivolto ai politici, non dimentichiamolo, era “non ci rompete più le
scatole” (il “vaffa” di Grillo ne costituisce l’aggiornamento linguistico). La
sua incidenza sulla politica italiana durò dal 1944 alle elezioni del ’48, e
l’effetto reale fu poca cosa. L’elettorato delle Cinque Stelle, che non può
essere definito sbrigativamente qualunquista (almeno nelle intenzioni; i fatti
si vedranno), è certamente più smaliziato di quello dell’Uomo Qualunque, del
Tea-Party o dei poujadisti, e ha anche un altro, non trascurabile vantaggio:
Giannini doveva vedersela con De Gasperi e Togliatti; Sarah Palin deve reggere
il confronto con Barack Obama; Pierre Poujade non toccava nemmeno le scarpe a
De Gaulle. Grillo e i grillini, per il momento, hanno vita molto, molto più
facile.
http://www.europaquotidiano.it 3 aprile 2010

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