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"Lo straniero"

Intervista a Saskia Sassen - 16/06/09




Combinando l’attenzione per le trasformazioni istituzionali dello stato liberale con l’interesse per le nuove pratiche di cittadinanza informale, lo studio delle componenti inedite della nuova geografia del potere globale con la consapevolezza della storicità di ogni costruzione sociale, l’autrice di Città globali (Utet 1997) ha edificato un’architettura concettuale, frutto di «esplorazioni eccentriche di idee» lungo una «terra di confine analitica», ormai imprescindibile per chiunque intenda comprendere la transizione storica che porta il nome di globalizzazione.
Editorialista per giornali e riviste, tra cui «The Guardian», «The New York Times», «Le Monde Diplomatique», «La Vanguardia», Saskia Sassen - che per conto dell’Unesco ha appena finito di coordinare un progetto sulla sostenibilità ambientale degli insediamenti umani che ha coinvolto ricercatori di oltre trenta paesi - è autrice di numerosi testi; tra quelli tradotti in italiano ricordiamo: Fuori controllo (Il Saggiatore 1996), Migranti, coloni, rifugiati (Feltrinelli 1999), Globalizzati e scontenti (Il Saggiatore 2002), Le città nell’economia globale (nuova edizione Il Mulino 2003), Una sociologia della globalizzazione (Il Mulino 2008). L’incontro che presentiamo si è basato sull’ultimo dei suoi libri tradotti in italiano, Territorio, autorità, diritti. Assemblaggi dal Medioevo all’età globale (Bruno Mondadori 2008), splendido esempio di ricerca rigorosa e appassionata.

Partiamo dalla “trappola” più comune nella letteratura sulla globalizzazione: l’idea che, come scrive polemicamente in Territorio, autorità, diritti, «se il globale esiste, esiste malgrado il nazionale»; che «volenti o nolenti gli stati abbiano rinunciato a molte funzioni a causa della deregolamentazione, della privatizzazione e della mercatizzazione»; che la globalizzazione non sia altro che il potere del capitale globale di costringere gli stati nazionali ad adottare determinate politiche. Lei ha sempre contestato questa «interpretazione dominante che, esplicitamente o meno, costruisce il globale e il nazionale come reciprocamente esclusivi». Ci può spiegare in che senso sostiene invece che è all’interno del nazionale che «si costituiscono i significati più importanti della sfera globale», tanto che «il nazionale è spesso anche uno dei catalizzatori e degli agenti dell’emergente scala globale»? 


Gli elementi più complessi della globalizzazione si formano all’interno della cornice nazionale: l’apparato dello stato, la formalizzazione e l’istituzionalizzazione delle sue componenti, rappresentano infatti la più complessa struttura di capabilities mai prodotta dall’uomo, un’infrastruttura tecnica e istituzionale necessaria per produrre gli spazi geografici per la globalizzazione economica. Persino uno stato come l’Italia, che non sembra funzionare come dovrebbe, vive grazie a un livello di complessità infinitamente più elevato rispetto a quello della più ricca multinazionale. La struttura di autorità verticalmente integrata delle multinazionali è senz’altro complessa, ma non ha nulla a che vedere con la complessità dello stato nazionale, che nel corso dei secoli ha elaborato delle capacità estremamente sofisticate per gestire quelle differenze, tensioni e conflitti interni che rischiavano di farlo implodere per un eccesso di spinte centrifughe. Da una parte dunque lo stato possiede degli strumenti unici. Dall’altra ha “lavorato” per costruire uno spazio globalizzato destinato all’economia della globalizzazione. Per esempio, non esiste nessuna persona giuridica che rappresenti le marche globali; quello che esiste invece è uno spazio istituzionale, legale, formalizzato, che è stato prodotto passo dopo passo affinché le aziende globali potessero operarvi. E questi nuovi regimi giuridici, indispensabili alla geografia globale dei processi economici, sono stati creati e legittimati dallo stato, attraverso processi di denazionalizzazione. Gli spazi globalizzati non nascono dal nulla, ma sono stati creati attraverso un importantissimo lavoro altamente specializzato compiuto dallo stato. Questo significa che all’interno dello stato nazionale ci sono alcuni settori che risultano essenziali per edificare uno spazio internazionalizzato. In questo senso sostengo che il globale si afferma anche all’interno e per mezzo del nazionale, attraverso un processo di denazionalizzazione portato avanti da alcune componenti dello stato nazionale.

Per descrivere i cambiamenti dell’autorità dello stato rispetto all’economia, lei evita di usare termini come deregolamentazione, liberalizzazione finanziaria e commerciale, perché ritiene che indichino soltanto il «ritirarsi dello stato» e impediscano di riconoscere la sua funzione attiva nei processi di globalizzazione. Per questo, almeno a partire da Fuori controllo (1996), ha introdotto la categoria «storicizzante e de-essenzializzante» di denazionalizzazione, sostenendo che «buona parte della globalizzazione consiste di un’enorme varietà di microprocessi che cominciano a denazionalizzare quanto era stato costruito come nazionale - politiche pubbliche, capitale, soggettività politiche, spazi urbani…». In questa scelta c’è anche una “reazione” alle letture semplicistiche della globalizzazione? 


E’ così. Il vocabolario che adottiamo nella discussione relativa alla globalizzazione, e che anch’io ho contribuito a definire, a lungo andare ci conduce inevitabilmente in un vicolo cieco: quel linguaggio ci porta a concentrarci esclusivamente sulle formazioni globali, ma ci impedisce di riconoscere alcuni elementi strategici della nuova fase in cui viviamo, che non necessariamente sono o diventeranno globali. Qualora questi elementi diventeranno globali riusciremo a riconoscerli, ma nel caso in cui non lo diventassero? Abbiamo due possibilità: interpretare ciò che non diventa globale come semplicemente nazionale, oppure riconoscere l’esistenza di un terzo spazio, ancora senza nome. Questa seconda strada è sicuramente più accidentata, perché nessuno ci assicura - neanche io ne sono convinta - che tutti gli spazi denazionalizzati facciano parte di questo terzo spazio. Ma è un’alternativa necessaria se non vogliamo chiudere gli occhi di fronte alla complessità della globalizzazione, che non si riduce alla semplice alternativa nazionale/globale, e se non crediamo nelle tesi definitive. Da parte mia, io non ci credo, e credo anzi nei libri capaci di aprire nuove strade di ricerca, per sé e per gli altri. Non sappiamo dunque se tutti gli spazi denazionalizzati appartengano a un terzo spazio, ma sappiamo che nei processi contemporanei esistono delle dinamiche che non sono riconducibili alla dimensione del globale. Se leggiamo queste dinamiche con le lenti della globalizzazione finiamo per non vedere molte cose. E credo che questa cecità sia gravida di rilevanti conseguenze teoriche, ma soprattutto politiche. Perché se riconosciamo i processi di denazionalizzazione, se in altri termini comprendiamo che la globalizzazione è un processo parzialmente endogeno al nazionale piuttosto che ad esso esterno, possiamo capire che è proprio all’interno del nazionale che si stanno aprendo nuovi spazi politici potenzialmente globali per tutta una serie di attori confinati nel nazionale. Attori che possono prendere parte alla politica globale non solo attraverso strumenti globali, di cui possono anche non disporre, ma attraverso gli strumenti formali dello stato nazionale.

Non è un caso che lei sottolinei l’ambivalenza, o meglio la «multivalenza» della denazionalizzazione, che «può funzionare come una forza creativa piuttosto che essere solo la conseguenza negativa di una soverchiante forza globale esterna». Secondo la sua analisi, infatti, «la destabilizzazione delle gerarchie di potere legittimo e di lealtà incentrate sullo stato nazionale ha permesso il moltiplicarsi di dinamiche politiche e attori non formalizzati o solo parzialmente formalizzati», producendo un’apertura operativa e retorica per l’affermazione di quei nuovi soggetti politici - minoranze, immigrati, nativi - «le cui esperienze di appartenenza non sono state interamente sussunte dalla nazionalità come è modernamente intesa». Ci vuole parlare dell’emergere di queste nuove pratiche politiche informali, che eccedono i confini di quelle tradizionali e che sembrano alludere a una nuova forma di cittadinanza? 


Già diversi anni fa sottolineavo la “multivalenza” delle città globali, dove si combinano elementi negativi e potenzialità positive, la funzione produttiva di tipo economico e quella di tipo politico. Lo stesso vale per la denazionalizzazione: gli aspetti del mondo finanziario che la cronaca impone ai nostri occhi sono certamente negativi, ma nella denazionalizzazione accanto agli elementi negativi è possibile rintracciare, a livello sistemico, una serie di interessanti possibilità. Di fronte all’economia mondializzata, lo stato nazionale infatti ha dimostrato la capacità di “produrre” l’internazionalismo. Certo, si tratta di una forma di internazionalismo che non ci piace, ma la capacità esiste, ed è proprio qui che risiede l’elemento potenzialmente positivo. Perché lo stato nazionale potrebbe usare il “muscolo internazionalizzato” sviluppato nel lavoro di denazionalizzazione svolto per la global corporate economy per edificare un internazionalismo di natura diversa, che sia attento alle questioni che riteniamo fondamentali, come quelle ambientali; ma per far questo occorrerebbe una differente classe dirigente e una forte mobilitazione dei cittadini. Nelle epoche in cui le coordinate di riferimento sono destabilizzate, emergono sempre delle possibilità: la fase che abbiamo vissuto non ha soltanto distrutto certi aspetti del potere politico della classe operaia, ma ha anche aperto nuovi spazi politici per altri attori che ora non hanno potere e che, operando per esempio nelle città globali, possono diventare internazionalizzati anche se sono “immobili”. L’internazionalismo infatti non emerge solo dalla mobilità attraverso i paesi: così come lo stato nazionale, dal suo interno, opera un tipo di internazionalismo che definisco denazionalizzazione, allo stesso modo possono operare alcuni settori sociali e politici. La cosa che tengo a sottolineare è che il potere si fa: power is made! Non è un attributo che si riceve o si possiede. Questo vuol dire che si può anche disfare. E lo stesso vale per la mancanza di potere, che è fatta, costruita attivamente. Dunque, esiste una variabile nella mancanza di potere, che al suo interno è estremamente differenziata come lo è la variabile del potere. E all’interno di questa complessità della mancanza di potere c’è un’importante possibilità politica di cui occorre approfittare. Le porto l’esempio dei diritti umani: una legge può essere bella quanto vogliamo, ma non serve a niente se non c’è qualcuno che la faccia “funzionare”, che la metta in opera. E chi fa “lavorare” la legge sui diritti umani? Gli sfruttati, i miserabili, i rifugiati, i senza documenti: quei soggetti che non hanno potere ma che con la loro presenza sviluppano i “muscoli” della legge sui diritti umani, in un processo che non fa necessariamente ottenere loro più potere, ma che comunque rende evidente come la loro mancanza di potere sia complessa. Dovremmo cominciare a rivisitare la storia attraverso la “temporalità” di quelli che non hanno potere. Scopriremmo che la mancanza di potere è sempre complessa, e può impregnarsi di elementi politici.
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