Lo spettro del bavaglio e della deflazione
Tiene ancora banco e lo terrà per un pezzo la legge bavaglio sulla libertà di stampa.
Tiene ancora banco e lo terrà per un
pezzo la legge bavaglio sulla libertà di stampa. Il Senato l'ha approvata
votandola sotto il ricatto della fiducia posta dal governo, ma gli ostacoli
sono ancora molti: l'esame della Camera e la tempistica che quell'esame
richiederà, la firma di promulgazione di Napolitano, l'esame della Corte
costituzionale, un possibile referendum abrogativo. Del resto i punti di dubbia
costituzionalità sono numerosi, a cominciare dal diritto di cronaca
smaccatamente violato, dalle gravi limitazioni agli strumenti di indagine dei
magistrati e - particolarmente pesanti - alle multe
stratosferiche nei confronti degli editori rei di consentire ai giornalisti
eventuali violazioni della legge in questione.
Quelle multe spostano la responsabilità penale e civile dal direttore del
giornale all'editore.
L'attacco di questa normativa alla libertà di stampa non potrebbe essere più
evidente.Tutto ciò configura quella legge come un classico tentativo
liberticida, che va quindi combattuto con tutti i mezzi legalmente disponibili.
Ma voglio qui segnalare anche l'inefficacia pratica di questa sciagurata
normativa.
Viviamo in un mondo ormai dominato dalla rete di comunicazioni "on
line". Le notizie la cui diffusione viene impedita alla carta stampata,
appariranno inevitabilmente sui siti "web". Che farà il governo?
Oscurerà quei siti, come avviene in Iran e in Cina?
E ancora: se un giornale straniero verrà in possesso di quelle notizie
(intercettazioni comprese) e le pubblicherà, i giornali italiani avranno pieno
diritto di citarlo e riferirne il contenuto. Che farà il governo? Arresterà e
multerà giornalisti ed editori che riferiscono notizie pubblicate a Londra o a
Parigi, ad Amburgo o a Zurigo, a Madrid o ad Amsterdam o a New York?Questa
legge è dunque liberticida e al tempo stesso inutile perché non riuscirà ad
imbavagliare la libera stampa, ma semplicemente a configurare l'Italia come un
paese in mano ad una farsesca cricca ossessionata da tentazioni autoritarie e
sanfediste. Voltaire avrebbe ampia materia, se rinascesse, per esercitare la
sua aguzza ironia.
* * *
Della manovra economica voluta da Giulio Tremonti ci siamo già occupati
domenica scorsa segnalandone alcuni aspetti di necessità e alcuni difetti.
Soprattutto l'assenza totale di stimoli alla crescita, non potendo considerarsi
tali le preannunciate e vacue misure di liberismo che il ministro dell'Economia
gabella come risolutive spinte all'aumento del reddito mentre sono soltanto
annunci lanciati nel vuoto.
Ma fatti ben più gravi sono accaduti nel frattempo in Europa. È accaduto
soprattutto che la Germania
ha imboccato la pericolosissima strada di una vera e propria politica di
deflazione, preannunciando 80 miliardi di tagli alla spesa nei prossimi quattro
anni a cominciare da subito.
Al G20 svoltosi nei giorni scorsi in Corea i membri europei hanno appoggiato
questa politica, con qualche riserva soltanto da parte francese. Le
dichiarazioni in favore di incentivi alla crescita, che sempre avevano
accompagnato analoghe riunioni, questa volta sono state omesse; il tema
dominante è stato la riduzione e la stabilizzazione del debito pubblico e il
rientro del deficit nei parametri di Maastricht. La Germania ha fatto da
apripista e da capofila di questa politica.
Conseguenze? Un rallentamento congiunturale, la caduta della domanda interna e
degli investimenti. La debolezza dell'euro ravviverà le esportazioni dirette
verso altre aree monetarie ma scoraggerà gli scambi all'interno dell'eurozona,
con grave pregiudizio proprio per la Germania le cui esportazioni all'interno
dell'eurozona rappresentano il 40 per cento del totale delle sue vendite
all'estero. Mario Draghi valuta a mezzo punto di Pil la caduta del reddito
italiano per effetto della manovra Tremonti. Figuriamoci a quanto aumenterà la
perdita di velocità nel totale dell'eurozona. In un articolo su 24 ore di ieri
Paul Krugman bolla con parole di fuoco questa dissennata svolta depressiva.
Personalmente esprimo da mesi giudizi altrettanto negativi. Il fatto grave
consiste nella decisione della Germania di mettersi alla guida di questa
politica. "I falchi del disavanzo hanno preso il controllo del G20"
scrive Krugman. E aggiunge: "Operare drastici tagli alla spesa pubblica
nel caso d'una grave depressione è un metodo costoso e inefficace. Le misure di
austerità sono costose perché deprimono ulteriormente l'economia e sono
inefficaci perché la contrazione della spesa pubblica frena il gettito
fiscale". Il fatto inspiegabile è che tutta l'Europa si stia cacciando in
questo vicolo senza uscita.
* * *
In Italia ci sono molte voci che reclamano un'azione espansiva di crescita
accanto a quella depressiva di tagli della spesa. In testa c'è Bersani e tutto
il gruppo dirigente del Pd, mobilitato altresì contro la legge bavaglio che
censura la libertà di stampa. Sulla stessa linea Epifani e la Cgil. La Marcegaglia
continua a reclamare sgravi fiscali robusti sul lavoro e sulle imprese, senza i
quali "l'economia italiana rischia di morire asfissiata dalla deflazione e
dalla disoccupazione".
L'ha ripetuto al convegno di Santa Margherita dove non ha risparmiato di
bacchettare la presidentessa dei giovani, Federica Guidi, la quale invocava una
modifica costituzionale che consenta di sottoporre al referendum anche le leggi
fiscali. "Dissennatezza", così la Marcegaglia ha
definito la proposta della Guidi, che sarebbe difficile giudicare in altro
modo.
Infine in favore di interventi espansivi sono anche schierati Mario Draghi e
Mario Monti, nonché Romano Prodi e Carlo De Benedetti, Pier Ferdinando Casini e
Montezemolo, le Regioni e i Comuni.
Sembrano numerose queste forze ma purtroppo, unite nella diagnosi, sono divise
sulla terapia. Possono ottenere qualche risultato sulla politica economica
italiana, ma hanno scarso peso sull'Europa e nessunissimo peso sulla Germania.
Dovrebbero dunque cercare qualche raccordo con la Francia, con la Spagna e con Obama, ma per
promuovere una sorta di "force de frappe" internazionale di questa
portata dovrebbero marciare uniti. È troppo sperarlo?
* * *
Qualche parola, in conclusione, la dedicherò al Partito democratico. Nelle
recenti settimane sembra uscito dall'afasia in cui era caduto. Affermare che
sia in buona salute non corrisponde alla realtà, ma sostenere che abbia ormai
cessato di esistere è altrettanto azzardato, così come mi sembra azzardato
aizzare i giovani contro gli anziani, la periferia contro il centro.
I sondaggi più recenti registrano le intenzioni di voto per il Pd attorno al 27
per cento collocando il Pdl al 33. Il divario è cospicuo ma non stellare.
Battaglie come quelle contro la legge bavaglio e contro una manovra economica
depressiva sembrano riscuotere un consenso molto esteso e potrebbero modificare
le intenzioni di voto in misura sostanziale. Ma, lo ripeto, occorre che l'unità
sulla diagnosi si accompagni ad una compattezza delle terapie e alla ricerca di
uno sbocco politico comune.
Se ciascuno continuerà a privilegiare la propria "ditta", le forze
centrifughe avranno la meglio e continueremo ad essere sgovernati dagli annunci
cui non seguono fatti, dalle cricche e dalle mafie. Capisco che l'attaccamento
alle proprie ricette sia animato da buone intenzioni, ma nelle condizioni
attuali le buone intenzioni lastricano percorsi pericolosi e talvolta nefasti, dai
quali sarebbe meglio tenersi lontani.
http://www.repubblica.it (13 giugno 2010)

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