L'irruzione della realtà
Il presidente del Consiglio così come non comprende quel che significhi democrazia, oggi non comprende l'enorme mutazione economica cui viene dato il nome, eufemistico, di crisi.
Non ha affatto torto Berlusconi, quando dice che non riesce a fare tutto quel
che desidera, imbrigliato com'è da poteri che sfuggono al suo controllo: il
potere della giustizia e dei giornali, della Costituzione nazionale e di quella
europea, dei mercati finanziari e delle agenzie di rating. Tutto gli sta
stretto, l'intralcia: la democrazia con le sue istituzioni plurali, i mercati
finanziari e l'Europa che d'un tratto gli strappano la corona e lo scettro che
immaginava di possedere. Il presidente del Consiglio non ha torto ma non sa la
storia che vive: così come non comprende quel che significhi democrazia - al di
là del momento magico in cui il popolo elegge governi e parlamenti - oggi non
comprende l'enorme mutazione economica cui viene dato il nome, eufemistico, di
crisi.
Quel che l'intralcia non è una forza esterna: è l'interiore non-forza del suo
animo. È con la realtà che gli tocca fare i conti, dopo averla ignorata o
imbellita per anni. La sua favola era già malandata ma ora si spezza, come
accadde per bolle speculative nel 2007. I mercati intuiscono questo ritardo
mentale, quando scommettono sull'insolvenza italiana. Sono come i rivoltosi che
in questi giorni stanno incendiando Londra: agiscono istericamente, perché quel
che li muove è l'istinto del gregge spaventato. Ma se l'istinto si scatena con
tanto impeto è perché i mercati non scorgono, al timone del bastimento Italia,
un uomo con la capacità di comando e l'intelligenza della realtà. Svelto a
capire e cambiare, Umberto Bossi - lo stesso Bossi che dieci anni fa inveiva
contro la "burocrazia apolide" dell'Europa-superstato - ha dichiarato
lunedì: "Per tanto tempo il Paese ha speso più di quanto poteva, e un bel
giorno la realtà ha preso il treno ed è venuta a trovarci. Dobbiamo andare
dietro all'Europa e fare le riforme. La
Bce ci condiziona positivamente".
Non basta che il capo del governo dica, come ha detto il 4 agosto: "Sono
un tycoon, so come ci si muove nei mercati del mondo". Il comandante deve
salvare non solo questo o quel tycoon nella tormenta, ma portare a riva nave ed
equipaggio, dunque l'intera nazione. Il comandante che supera la prova, come
nei romanzi di Conrad, non è quello che messo alla prova dal tifone o dalla
malattia dei marinai commenta: "Il tifone sta sbagliando, noi stiamo
benissimo e lo eviteremo". È quello che traversa il tifone, e esplorando
la crisi finanziaria scopre quel che essa racchiude: la metamorfosi, dolorosa,
dello sviluppo cui siamo abituati. Una sotterranea redistribuzione delle
risorse dagli Stati di antica industrializzazione alle potenze emergenti. Una
crescita che nei paesi ricchi rallenterà durevolmente, e dovrà mutare natura.
Il parto del nuovo modello di sviluppo è pieno di doglie, ma la politica è
imbelle di fronte alle sue fatiche, e i governi sono impreparati a dire la
verità ai popoli. Così come l'Euro è fragile perché non è sorretto da uno Stato
europeo, così l'Italia è più che mai fragile, oggi, perché sorretta da un
tycoon senza senso dello Stato.
Questa fragilità viene descritta, da quando Berlusconi ha precipitosamente
cambiato rotta, come un "commissariamento", una messa sotto tutela da
parte di poteri esterni, lontani. Anche questa, tuttavia, è una descrizione
colma di insidie, è una benda attorno agli occhi che impedisce di guardare in
faccia la verità dei fatti. Gridare al commissariamento significa ignorare che
la moneta unica è nata per creare in Europa uno spazio comune, una pòlis
allargata, all'interno della quale ogni cosa era destinata a mutare: i
comportamenti, gli obblighi, soprattutto l'idea di sovranità nazionale.
Lo ha spiegato con acutezza Lorenzo Bini Smaghi, membro del comitato esecutivo
della Banca centrale europea, in una conferenza a Poros dell'8 luglio scorso:
di fatto, l'unione monetaria "è già un'unione politica", con tutte le
conseguenze che essa richiede. Quel che fai all'interno della tua nazione ha
effetti sulle altre, e viceversa. La piccola Grecia rappresenta solo il 2 per
cento delle ricchezze prodotte in Eurolandia, ma la sua crisi coinvolge tutti
gli Stati, compresi i più virtuosi.
Il guaio, spiega Bini Smaghi, è che le classi dirigenti nazionali (governi,
mezzi di comunicazione, accademici) ancora non se ne rendono conto:
"L'unione monetaria implica un livello di unione politica molto più alto
di quanto pensino molti commentatori, politici, accademici, cittadini. (...) Il
modello istituzionale va adattato al fatto che l'unione monetaria è in realtà
un'unione politica". La sovranità politica, gli Stati la recuperano solo se
cominciano a sentirsi responsabili, nelle loro azioni, di un bene pubblico che
copre lo spazio di Eurolandia, e non solo il cortile di casa. Se danno a
Eurolandia gli strumenti, i metodi di decisione, le risorse per funzionare. Se
favoriscono, con un discorso di verità, la nascita di un'agorà europea, di
un'opinione pubblica che sia in grado di pensare se stessa dentro la nazione,
dentro l'Europa, e dentro il mondo. Se questo non avviene vuol dire che il
destino delle nostre economie e della nostra civiltà sarà stato messo nelle
mani dei mercati. Inutile, a quel punto, scalmanarsi e dire che sbagliano.
Per questo è così fuorviante parlare di commissariamento. Non siamo
commissariati, non perdiamo sovranità, per il semplice motivo che un certo tipo
di sovranità è già perduta. L'Euro, l'abbiamo visto, fu inventato per questo:
perché solo attraverso un'unione di forze i politici nazionali possono
ridivenire sovrani, anche se non più assoluti. Il fatto che i politici e le
opinioni pubbliche non digeriscano questa nuova realtà non significa che essa
non esista. Significa che sono ciechi; che i tifoni li osservano inforcando gli
occhiali nazionalisti di ieri.
Berlusconi non è il solo a scaricare su poteri esterni le responsabilità,
sminuendo la propria forza e quella dell'Unione europea. Tutti gli Stati
fingono di possedere le vecchie sovranità, di poter agire da sé: per questo
s'aggrappano all'unanimità, in tante decisioni che prendono in Europa, rendendo
quest'ultima così lenta ad agire o addirittura vietandole di agire. Non
dimentichiamo che Francia e Germania furono le prime, nel 2003, a rifiutare le
discipline del Patto di stabilità, e le sanzioni che esso comporta. Furono le
prime ad assimilare tale autodisciplina a un umiliante commissariamento. Fu un
precedente ominoso, che ancor oggi frena i tentativi degli Stati europei di
sorvegliarsi l'un l'altro con il tempismo, la severità, l'imparzialità
necessari.
Se gli Stati furono così indulgenti con Parigi e Berlino perché non lo sono
anche con Roma e Madrid? Forse i primi hanno speciali privilegi? In un recente
articolo sul Financial Times (20-6-11), Mario Monti ha denunciato la deferenza
e gentilezza che regna tra gli Stati di Eurolandia: una deferenza paralizzante,
che tranquillizza lo spazio d'un mattino. Vissuto come un disonore, il
commissariamento non riesce ad imporsi per quello che è: un intervento
dell'Unione politica di cui siamo parte, una risposta alla crisi-mutazione
dell'economia, della politica, delle democrazie.
Se la politica avesse questa capacità di risposta, già ora si accingerebbe a
rifondare le proprie istituzioni, nazionali e sovranazionali. Non lascerebbe
sola la Banca
centrale, a dettare la linea e a spiegarla. I governi abbandonerebbero
l'anacronismo del voto all'unanimità, che perpetua la finzione della loro
assoluta sovranità. Metterebbero a disposizione dell'Europa politica le risorse
di cui ha bisogno, per una crescita diversa e comune. Ridursi all'ultimo
minuto, cambiare rotta solo perché Francoforte lo impone: questo sì è decapitare
politicamente gli Stati. L'Europa è un'unione di forze, e tutte e due le parole
vanno prese alla lettera: l'unione, e la forza intelligente di chi la tiene in
piedi.
http://www.repubblica.it (10 agosto 2011)

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