L´inno alla miopia dei conti pubblici
Manca una classe politica in grado di immaginare cosa sarà il nostro paese fra 10 anni,
Doveva essere un documento con orizzonti lunghi, volto a
illustrare “il modo con cui la politica economica intende far fronte alle
priorità sul piano macro e microeconomico».
E far fronte «agli obiettivi sull´occupazione, nell´ambito di un unico
strumento di programmazione». Era stato annunciato come una svolta nella
programmazione economica a livello europeo in una lunga intervista del nostro
Ministro dell´Economia proprio su queste colonne il 3 settembre scorso. Eppure
il Programma Nazionale di Riforma licenziato dal Governo venerdì è un inno alla
miopia, l´emblema di un Governo che non c´è, che non c´è più o che forse non
c´è mai stato nel definire priorità e strategie di politica economica che
andassero al di là del giorno per giorno.
Si tratta di un collage di resoconti burocratici, elenchi di quanto fatto sin
qui dai diversi Ministeri, senza alcun tentativo di sintesi. Sembrano
semplicemente incollati l´uno all´altro, senza neanche cercare di salvare le
apparenze e mantenere le debite proporzioni. La parte sull´energia conta da
sola quasi un quarto dell´intero documento: 10 pagine, più delle strategie
dell´occupazione, delle politiche di contrasto della povertà o delle misure per
assicurare la sostenibilità dei conti pubblici messe insieme. Non ci si
preoccupa neanche di tradurre in italiano il gergo comunitario. Forse perché
non ci si è curati di tradurre neanche cosa ci veniva richiesto: delineare
strategie, dunque procedure e regole, coerenti con obiettivi fissati per il
2020.
La crisi della maggioranza non può spiegare, né tantomeno giustificare questo
vuoto programmatico. Il piano offriva semmai anche a un esecutivo a fine
mandato l´opportunità di prefigurare l´agenda del futuro, prendendo impegni a
livello europeo. I ministri che hanno cercato di varare riforme nelle materie
di loro competenza potevano fare tesoro dell´esperienza accumulata nel
delineare procedure e regole in grado di rimuovere gli ostacoli che si
frappongono ad ogni agenda riformatrice, anche quando varata da un Governo che
conta su di una ampia maggioranza in entrambi i rami del Parlamento. Non c´è
niente di tutto ciò nel documento.
Il fatto è che manca una classe politica in grado di immaginare cosa sarà il
nostro paese fra 10 anni, riflettere su quante altre posizioni avremo perso
nella gerarchia mondiale del reddito per abitante, cercare di prevedere il
futuro di chi inizia oggi a lavorare, valutare quando le cicatrici della Grande
Recessione si saranno davvero rimarginate, pensare alle disuguaglianze
dinamiche, quelle prodotte dall´immobilità sociale. Significativo che sguardi
lunghi siano stati offerti nell´ultima settimana solo da chi fa politica
economica senza essere un politico. È stato Mario Draghi a richiamare
l´attenzione sul problema della stabilizzazione del precariato. Avrebbe dovuto
farlo il ministro del Lavoro che riceve le comunicazioni obbligatorie su tutte
le assunzioni effettuate dalle imprese. Ci dicono che nell´ultimo anno la quota
di assunzioni con contratti a tempo indeterminato si è ulteriormente ridotta
(-30%) mentre è cresciuta quella delle assunzioni con contratti a tempo
determinato (+25%) e contratti di collaborazione (+20%). Il Governatore di
Banca d´Italia ha sottolineato come la stabilizzazione dei precari possa
contribuire a rilanciare la produttività. In effetti oggi i lavoratori con
questi contratti temporanei ricevono meno formazione sul posto di lavoro degli
altri lavoratori, solo perché il loro contratto ha una scadenza prefissata.
Eppure, trattandosi di lavoratori più giovani e mediamente più istruiti degli altri,
potrebbero ripagare l´investimento iniziale in formazione con una maggiore
produttività durante l´intero arco della vita lavorativa. È uno spreco che
davvero non ci possiamo permettere. Come è intollerabile che in Italia molto
più che altrove siano i risultati dei genitori a prefigurare il futuro dei
figli, altro problema segnalato dal Governatore di Banca d´Italia. Avrebbe
dovuto pensarci il guardasigilli Alfano a lanciare il campanello d´allarme.
Invece ha dato il via libera ad una riforma dell´avvocatura che rafforza
ulteriormente le barriere all´entrata. Gli ostacoli eretti di fronte
all´iscrizione agli albi non servono a tutelare la qualità delle prestazione,
ma a far sì che chi ha un genitore o un parente avvocato nella sua provincia
diventi avvocato prima o al posto di chi avvocati in famiglia non ne ha. Ce lo
documentano studi, svolti presso la Fondazione Debenedetti,
sulle iscrizioni agli albi e le omonimie nella professione. Peccato solo che il
Governatore nel denunciare l´immobilità sociale non abbia colto la palla al
balzo per censurare il comportamento di quelle banche che concedono corsie
preferenziali nelle assunzioni ai figli dei loro dipendenti.
Se la classe politica italiana oggi è così miope, se non sa guardare al 2020 è
anche perché i giovani contano troppo poco sia nell´elettorato attivo che in
quello passivo (solo in Italia bisogna aspettare di avere 40 anni per entrare
nel ramo alto del Parlamento). L´età media dei nuovi ingressi in Parlamento è
costantemente aumentata, significativamente soprattutto fra i partiti di
centro-sinistra. I rottamatori hanno dunque non poche ragioni dalla loro. Le
prossime elezioni offrono l´opportunità di rottamare una ampia fetta della
nostra classe politica per sopraggiunti limiti di visuale, ancor prima che di
età. Perché ciò possa avvenire bisogna però permettere a chi vota di scegliere
chi mandare a Montecitorio e a Palazzo Madama, ampliare il voto attivo ai
sedicenni spingendo i partiti a cimentarsi con più di un milione di nuovi
elettori e abbassare la soglia anagrafica per entrare al Senato.
La Repubblica 10 novembre 2010

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