L'inferno di Rosarno e i suoi responsabili
Lo Stato deve riprendere il controllo della Calabria
A Rosarno ha infuriato per due giorni e due notti prima una
sommossa e poi una caccia al "negro" con ronde armate che sparano a
pallettoni per ferire e ammazzare. Nel terzo giorno, cioè ieri, gran parte
degli immigrati è stata portata via dalla polizia nei centri di concentramento
chiamati centri di accoglienza, sulla costa jonica della Calabria, ma la caccia
al "negro" continua contro i pochi dispersi che vagano ancora nella
piana di Gioia Tauro. Un incidente mortale potrebbe ancora accadere, visto lo
stato d´animo dei "cacciatori" che ricorda quello degli aderenti al
"Ku Klux Klan" nell´America degli anni Sessanta. Siamo arrivati a
questo? Perché ci siamo arrivati?
I calabresi hanno difetti e virtù, come dovunque in Italia e nel mondo. Fra le
virtù più radicate c´è quella dell´ospitalità, che ha un che di antico ed è
tipica della civiltà contadina. Ma anche l´ospitalità si è logorata col passare
del tempo e il mutare delle condizioni sociali. E con l´arrivo della mafia.
Fino ai Sessanta non esisteva mafia in Calabria. Esisteva il brigantaggio nei
boschi dell´Aspromonte e delle Serre. Esisteva da secoli, ma non la mafia. Ora,
da quarant´anni, la mafia calabrese è diventata la più potente delle
organizzazioni criminali che operano nel Sud d´Italia e la gestione degli
immigrati è una delle sue attività, specie nella piana di Gioia Tauro, dove le
"´ndrine" possiedono anche fertili terreni coltivati ad aranci. Il
caporalato è diffuso e utilizza il lavoro dei clandestini.
Attualmente sono valutati a circa ventimila i braccianti destinati alla
raccolta delle arance, dei mandarini e dei bergamotti. Ma non è un fenomeno
recente, dura da quindici o vent´anni in qua. Riguarda solo i maschi, non ci
sono femmine tra loro né famiglie. Sono maschi singoli, senza dimora,
alloggiati in ovili diroccati, senz´acqua, senza luce, senza cessi. E vagano
per quelle terre in cerca di lavoro giornaliero.
Vagano
in Calabria, in Sicilia, in Basilicata, in Puglia. Secondo le stagioni
raccolgono agrumi, olive, uva, pomodori. Il lavoro è in mano ai caporali, quasi
tutti affiliati alle mafie locali. Dodici ore per venti o venticinque euro sui
quali i caporali trattengono un pizzo di cinque e i camionisti che li
trasportano sui campi un prezzo di due o tre euro.
«Cercavamo il paradiso abbiamo trovato l´inferno» ha detto ieri uno di loro
avvicinato da un cronista. Eppure, se continuano a cercar lavoro in
quell´inferno vuol dire che sono fuggiti da inferni ancora peggiori. Sono gli
ultimi della Terra. Quelli ai quali Gesù di Nazareth nel discorso della
Montagna promise che sarebbero stati i primi nel regno dei cieli. Alla fine dei
tempi. Dodici ore di lavoro a 15 euro di paga. I tremila di Rosarno e gli altri
come loro non hanno tempo di pregare, stramazzano in un sonno da cavalli o da
maiali grufolosi. È questo l´amore, è questa l´ospitalità?
I calabresi di Rosarno non sono certo abitanti di un paradiso. Sono
quindicimila di povera gente e vivono in un paese sotto il tacco della mafia.
Il Comune fu sciolto per infiltrazioni (si fa per dire) mafiose ed è
amministrato da un commissario prefettizio. Ma quando si faranno nuove elezioni
vinceranno ancora le "´ndrine" perché in quella piana la mafia è un
potere costituito, in attesa che lo Stato lo sconfigga. Speriamo che avvenga
presto, ma se mi domandate quando sarò tentato di rispondervi: «alla fine dei
tempi», quando verrà il regno dei giusti e il giudizio universale. Prima ci
sarà stata l´Apocalisse. Che sembra già cominciata.
* * *
Qualche domanda però è di rigore. La rivolgiamo al ministro dell´Interno, a
quello del Lavoro, a quello delle Attività produttive, a quello
dell´Agricoltura, competenti e quindi politicamente responsabili di
quell´inferno. Ma le rivolgiamo anche al Prefetto, al Questore, al Comandante
dei carabinieri, al Governatore della Regione. Non sapevate? Non sapevate che
la raccolta dei frutti di quelle terre è affidata a ventimila immigrati, in
maggior parte clandestini, gestiti da caporali e pagati in nero? Non sapevate
come vivevano? Non vi rendevate conto che si stava accumulando un materiale altamente
infiammabile e che l´incendio poteva divampare da un momento all´altro? Non
avevate l´obbligo di intervenire? Di attrezzare un´accoglienza decente? Di
regolarizzare i clandestini e il loro lavoro, oppure di rimpatriarli ma
sostituirli visto che gli italiani quel tipo di lavoro non sono disposti a
farlo?
Maroni ha messo le mani avanti ed ha dichiarato l´altro ieri che c´è stata
troppa tolleranza: bisognava cacciare i clandestini o processarli per il reato
di clandestinità. Ma se di tolleranza si tratta, a chi è rivolta l´accusa di
Maroni se non a se stesso? Non è lui che predica la sera e la mattina la
tolleranza zero? Se ne scorda per le terre a sud del Garigliano? Oppure si
rende conto che, clandestini o no, gli immigrati sono indispensabili all´economia
italiana? E che la tolleranza zero ci ridurrebbe alla miseria?
Al Nord è diverso: la miriade di piccole imprese della Val Padana e del Nordest
hanno bisogno degli immigrati e organizzano un´accoglienza decente, salvo poi
dare i voti alla Lega a tutela dell´"integrità urbana", della
separazione o dell´integrazione col contagocce. Si può capire: l´immigrazione
in Italia è arrivata tardi ma in dieci anni siamo passati da un milione a
quattro milioni di immigrati. Il tasso d´aumento è stato dunque molto alto ed
ha determinato inevitabili tensioni sociali. La classe politica avrebbe dovuto
gestire questo complesso processo; invece ha puntato le sue fortune sulla paura
e ne ha ricavato consenso.
Nel Sud non poteva che andare peggio. Lì non c´è purgatorio ma inferno. Lì sono
i volontari i soli che tentano di sfamare gli "ultimi" e dar loro una
parvenza di riconoscimento. Maroni e Scajola e Zaia e Sacconi preferiscono far
finta che non esistano. Aprono gli occhi solo quando scoppia la sommossa e poi
la caccia al negro. Ma non hanno altra ricetta che l´espulsione, anche se ieri
Maroni ha smentito che di questo si tratterà per i clandestini di Rosarno. Ma
chi raccoglierà le arance, i pomodori, le olive? Chi attrezzerà l´accoglienza?
Il partito dell´amore dovrebbe materializzarsi in quelle terre dove regna
invece la violenza mafiosa, i bulli di paese che si spassano giocando al tiro a
segno con i fucili ad aria compressa e sparando sul negro per vincere la noia.
Noi aspettiamo risposte alle nostre domande, anche se sappiamo per esperienza
che questo potere non ha l´abitudine di rispondere.
* * *
Nel frattempo, nelle alte sfere si consumano altri misfatti. Uno di essi è la
decisione del presidente del Consiglio di coprire con il segreto di Stato la
posizione processuale di Marco Mancini, già capo del controspionaggio alle
dipendenze dell´allora direttore del servizio di sicurezza, Nicolò Pollari.
Misfatto, cattivo fatto: non trovo altra parola per definire un atto di estrema
gravità. Ne ha diffusamente scritto il collega D´Avanzo il 6 gennaio scorso. Se
torno sull´argomento è proprio partendo da una sua definizione alla quale non è
stata data alcuna risposta. D´Avanzo è un giornalista scrupoloso che fa domande
più che legittime doverose; il fatto che siano scomode per il potere accresce
la loro legittimità e dovrebbe obbligare i destinatari ad una plausibile
spiegazione.
La definizione di D´Avanzo distingue tra i fini e i mezzi nell´attività dei
servizi di sicurezza. I fini sono prescritti dalla legge: la difesa dello Stato
e delle istituzioni in cui esso si articola; la lotta contro lo spionaggio
straniero; l´acquisizione all´interno e all´estero di notizie utili al
perseguimento dei fini suddetti.
I mezzi sono invece scelti discrezionalmente dalla direzione del servizio e
possono in certi casi anche violare le leggi ma proprio in quei casi l´autorità
politica deve esserne informata sotto vincolo di segreto. Sappiamo tutti che il
servizio di sicurezza non ha natura angelica e addirittura può avere commercio
anche col diavolo, ma sempre per il raggiungimento di quei fini e non per
altri.
Il segreto di Stato può venire opposto al magistrato inquirente e a quello
giudicante. Ma esiste tuttavia un organo di natura parlamentare, il Copasir,
che ha il potere di accedere alla documentazione superando il segreto e questo
sulla base del principio democratico secondo il quale non deve esistere alcun
organo dello Stato che non abbia sopra di sé un altro organo cui rispondere.
Parlo di queste cose perché mi trovo nella condizione di essere il primo,
insieme al collega Lino Jannuzzi che allora lavorava con me all´Espresso,
ad aver vissuto in prima persona l´apposizione del segreto di Stato in un
processo che fu intentato contro di noi a proposito del "Piano solo"
organizzato dall´allora comandante generale dei carabinieri, De Lorenzo.
Non entro nei dettagli che sono fin troppo conosciuti, se non per ricordare che
noi demmo la prova testimoniale dell´esistenza di quel Piano, che aveva
connotati eversivi, al punto che il Pubblico ministero che guidava l´accusa
contro di noi e che si chiamava Vittorio Occorsio - ucciso qualche anno dopo
dal terrorismo fascista - chiese al tribunale l´archiviazione degli atti contro
di noi ritenendo che avevamo raggiunto la prova dei fatti.
Il tribunale ritenne però che la prova testimoniale non bastasse e chiese
l´esibizione del documento redatto dal Comando dei carabinieri, agli atti del
servizio di sicurezza. L´allora presidente del Consiglio, Aldo Moro, pose il
segreto di Stato su quel documento e così fummo condannati.
Non esisteva a quell´epoca un Copasir che potesse accedere alla documentazione;
fu istituita una Commissione parlamentare d´inchiesta dove però, per
regolamento, la maggioranza parlamentare era presente in numero soverchiante. La Commissione lavorò per
quasi un anno e si concluse con un compromesso. Poi la legge sul segreto fu
riformata e il Copasir - la cui presidenza spetta all´opposizione - ne è stato
uno dei positivi risultati.
Proprio per queste ragioni è della massima importanza la scelta del presidente
di quell´organismo, che dev´essere indicato dai gruppi parlamentari del maggior
partito d´opposizione, cosa che avverrà nei prossimi giorni. L´esperienza ci
insegna che chi guida quel delicatissimo organo deve avere l´intelletto e i
titoli per venire nominato a quella carica e non dev´essere in nessun modo
mescolato alla lotta politica in corso. Dal momento in cui viene insediato
acquista le caratteristiche di un giudice di una magistratura che è la sola che
possa vigilare sulla congruità dei mezzi usati dai servizi di sicurezza per
realizzare i fini che la legge indica, vigilando anche che i mezzi non siano
così perversi da stravolgere i fini stessi.
Noi abbiamo la sensazione che il segreto posto sulla posizione processuale di
Marco Mancini copra mezzi illeciti e non pertinenti ai fini di istituto, ma la
nostra sensazione non fa testo, può soltanto suscitare attenzione nell´opinione
pubblica. Spetta al Copasir accertare ed eventualmente rimuovere il segreto di
Stato su quella specifica situazione. E qui il peso della scelta, che sia
congrua ai compiti di quell´organismo.
Post scriptum. Sembra ormai decisa la scelta del Partito democratico di far
propria la candidatura di Emma Bonino all´elezione del presidente della Regione
Lazio. Mi sono trovato talvolta in posizione critica nei confronti dei
radicali, ma in questo caso penso che quella della Bonino sia la candidatura
migliore. Ha qualità di amministratrice già ampiamente collaudate e integrità
di carattere e di comportamento a tutta prova. Penso anche che, se uscirà
vittoriosa dal confronto con la
Polverini, non sarà certo lei ad assumere atteggiamenti
irriguardosi verso la Chiesa
in una regione che ospita il Papa nella sua capitale garantendogli piena
indipendenza. Sarà tuttavia, Emma Bonino, un presidio di laicità in un momento
che di laicità ha gran bisogno, non certo contro ma anzi a sostegno dello
spazio pubblico riservato alla Chiesa e alla sovranità dello Stato nei campi di
sua esclusiva competenza.
http://www.repubblica.it 10/1/2010

Precedente: Hanno fatto il ponte

