L'inchiostro e la Cremalba (seconda parte)
Storie dalla rete.
Nelle pasticcerie di allora si trovavano, allegati a scatole di cioccolatini o di caramelle, libri per l’infanzia e l’adolescenza: “Piccole donne” (e “Piccole donne crescono”), i romanzi di Salgari e di Verne, nonché riduzioni per bambini di opere ponderose come “I tre moschettieri”. Accostare (anzi, legare insieme) libri e dolciumi voleva essere un modo seducente per avvicinare alla lettura, almeno nelle intenzioni di genitori e parenti: “Non pensare solo ai cioccolatini, eh?, leggi anche il libro, mi raccomando”. Quanto a me, l’esortazione era superflua, dato che di entrambi ero insaziabile; feci fuori “Ventimila leghe sotto i mari” e una scatola di gelatine di frutta in un pomeriggio, sul divano della zia Giovannina, suscitando commenti del tipo“dopo, a cena, non avrai più fame!”, “leggi troppo, ti rovini gli occhi!”; sì, perché prima ci si rovinava gli occhi a legger troppo, poi a guardar troppo la televisione, infine a cimentarsi in altre pratiche solitarie.
La letteratura era un buon diversivo anche durante le frequenti malattie cui fui soggetto. La mamma mi portava volumi e dolciumi, e anche in queste occasioni mi si raccomandava di non leggere troppo. Invece io leggevo e rileggevo, facendo mio un pensiero che avrei trovato in un libro solo molti anni dopo: “ancora più importante di leggere è rileggere… salvo che, naturalmente, per rileggere bisogna aver letto”. Durante una lunga malattia ricevetti storie a fumetti Disney di ottimi autori americani e italiani, favole di Andersen, e l’immancabile “libro Cuore”. Già, perché non lo si chiamava mai “Cuore” e basta, e quel “libro” messo prima aggiungeva austerità e sacralità ad un testo già allora leggendario. Le zie me lo porsero come si porge una bibbia (che guarda caso è anche detta “Il Libro”), corredando il gesto con frasi come “è sempre un gran bel libro”, “molto istruttivo”, e “così commovente… c’è da piangere”. Di “Cuore” mi piacerebbe parlare più estesamente, magari in un prossimo articolo. “Il giornalino di Gian Burrasca” era un altro classico (vedi il mio articolo di otto anni fa, “Giannino”), che nel tempo ho sempre riletto con grande piacere, ma non mi fu mai regalato un altro classico, che scoprii da adulto e che consiglio vivamente a tutti, “Pel di carota”: audace e innovativo, duro e dissacrante, ironico e amaro, mi ha fatto scoprire Renard, divenuto subito uno dei miei scrittori preferiti.
Cibo e letteratura per l’infanzia si sono incontrati spesso. Ai bambini piace farsi spaventare, con orchi e lupi e boschi bui, ma anche che si parli loro di cibo, magari di dolci. Il mangiare è spesso presente nelle favole, e la sua parte è raramente marginale, forse perché le fiabe classiche furono scritte in tempi in cui la penuria di cibo era più diffusa di ora - almeno alle nostre latitudini - e i dolci una rarità. Sono frequenti i riferimenti al vuoto dello stomaco, come in “Pinocchio”: non posso scordare i torsoli e le bucce di pera che il burattino disdegnava ma che poi per fame divorò, e i “quattrocento panini imburrati di sotto e di sopra”, che mi facevano venir voglia di andare in cucina e saccheggiare frigo e dispensa. Hansel e Gretel trovano nel bosco (il bosco di tante altre favole) una casetta di cioccolato, torrone e marzapane, e per golosità quasi ci lasciano la pelle, ed anche nella favola dei tre orsi la bambina, Riccioli d’Oro, sfugge per un pelo all’ira del piccolo orso cui aveva mangiato la zuppa; Cappuccetto Rosso reca un cestino della merenda, il Lupo si mangia la nonna, e Biancaneve, prima di mangiare la mela, prepara la cena per i nani; in altre favole ci sono personaggi che muoiono per indigestione, e del resto, citando ancora la Bibbia, i guai dell’umanità iniziano mangiando un frutto proibito, probabilmente un fico; e fichi secchi, insieme a mandarini e ad altra frutta secca, erano il regalo di Natale dei nostri padri e nonni, alcuni dei quali ricevevano anche libri, compagni di strada a volte molto più duraturi e fedeli di un giocattolo.
Perché un nuovo libro, come un nuovo giocattolo, non lo si usava certo una sola volta, e subiva numerose letture, riletture, consultazioni, prima di essere accantonato, a volte provvisoriamente (certi libri passavano di generazione come i cappotti); di tale uso intensivo si vedevano chiaramente le tracce: copertine sdrucite o penzolanti, pagine mezzo staccate o riattaccate con l’adesivo, macchie di sostanze alimentari, di materie organiche e inorganiche di ogni tipo, che lo facevano così diventare ciò che chiameremmo un libro vissuto: che è un complimento, una delle grandi mete cui un libro può aspirare, perché condivide parte del percorso di vita del lettore, e spesso lo condiziona.
C’erano giocattoli proibiti come c’erano libri proibiti. Tra i primi, imitazioni evolute di armi vere, come queste capaci di far male davvero, e da distante. Sia queste imitazioni, sia a maggior ragione le originali, venivano tenute quanto possibile lontano dalle nostre grinfie. Tra i secondi, certi volumi dall’aria innocente o austera, che stavano spalla a spalla con i compagni sugli scaffali della libreria, erano evidentemente considerati innocui (eppure è noto come ne uccida più la penna che la spada). A volte il titolo poteva tradirli, ma non era sempre così, e lo sperimentai direttamente: il “Quaderno proibito” di Alba de Céspedes fu una delusione, mentre l’apparenza sobria di “Lolita” mi aprì (avevo dodici o tredici anni) nuovi orizzonti, e non solo letterari.

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