L'ideologia che ci governa
La discrepanza tra il dentro e il fuori delle istituzioni è ormai marcata.
Continuare come se nulla fosse successo nel frattempo, come se il crollo di
fiducia nella politica della destra non ci sia stato, come se la sconfitta di
Milano, che prima del 15 maggio sembrava impensabile al premier, sia stata un
fatto assolutamente irrilevante. Come se la grande disobbedienza del 12 e 13
giugno sia capitata in un altro paese. Tutto ciò che prima sembrava
determinante, una volta avvenuto è stato rubricato in fretta nel capitolo della
cronaca antica. Siccome i cittadini non hanno votato a elezioni politiche, essi
non hanno espresso alcun giudizio su questa maggioranza di governo quando hanno
votato a favore di coalizioni di centrosinistra e quando hanno detto NO
all´insistente suggerimento di Berlusconi di non andare a votare ai referendum.
A leggere i giornali di questi giorni sembra che niente di nuovo ci sia sotto
il sole italiano: il clientelismo con i quale si è cementata questa alleanza di
governo mostra un altro spezzone del suo carattere sistemico, perpetrato con
studiata intelligenza per distribuire incarichi proporzionalmente al nord come
al sud, nelle posizioni di rilievo politiche, amministrative e aziendali. Come
a riconfermare il carattere endogeno che lo contraddistingue dal primo giorno
del suo insediamento, il governo ha deciso di tener conto solo delle opinioni
che gli sono favorevoli, di dar segno di rispondenza solo a quella parte della
società e della cittadinanza che è in sintonia con il suo fare. Gli altri, le
opinioni degli altri, non esistono, non hanno peso, non contano. Indifferente
all´opinione autorevole che i cittadini hanno voluto far giungere chiara e
forte a Roma, il governo della Repubblica, che nella costituzione e nei manuali
di dottrine della politica è definito come un potere dipendente e in questo
senso servente rispetto a quello sovrano rappresentato in Parlamento e prima
ancora nelle urne, persiste nella sua opera di nascondimento e indifferenza.
La P4 rispecchia l´identitá proteica dell´ideologia berlusconiana, poiché
nonostante gli sforzi che facciamo per connotare onorevolmente le ideologie,
interpretazioni di parte ma pur sempre politiche dei fini indicati nella
costituzione, questa che ci governa da anni è un´ideologia. I cui caratteri
principali e facilmente riconoscibili sono: il disrispetto per le regole
poiché, si fa credere, limitano la libertà e l´intraprendenza di chi governa e
al cui giudizio carismatico solo è bastante rifarsi se si vogliono conoscere le
regole di ciò che conviene o non conviene; la giustificazione della necessità
dell´emergenza quando l´ordinamento resiste alla volontá di potenza; la
propaganda di ciò che si vuole il popolo creda e pensi; l´instancabile demolizione
della dignità dell´opposizione, un intralcio al potere della maggioranza invece
che un necessario controllo; la privatizzaione del bene pubblico, nel quale
vanno messe prima di tutto le regole del gioco che non sono proprietà di chi le
usa, oltre che le risorse dello Stato, tra le quali la legge è certamente
quella più importante; il fare delle istituzioni luoghi per portare a
compimento prima di tutto ciò che è nell´interesse privatissimo di chi governa,
anche a costo di "mettere un velo" sulla legge (ovvero sulla
libertà), per parafrasare il "divino Montesquieu"; infine e a
compimento di tutto questo, la certosina e diremmo quasi perfezionistica
attenzione a praticare l´arte del nascondimento.
La contraddizione tra questa pratica sistemica e le regole del gioco
democratico costituzionale è stridente, insanabile. Sappiamo che la nostra
democrazia è forte, perché vitalità e ragionevolezza della cittadinanza si sono
mostrate con sobria e pubblica chiarezza, senza infingimenti, propagande e
parole roboanti. Le due parti del dramma sulla scena politica italiana sono ben
definite e fingere che una delle due non esista o sia apparsa e scomparsa come
una cometa nell´attimo della conta dei voti è oltre che sbagliato, improvvido
per chi finge. Come ha scritto Ezio Mauro, la memoria dei post-it è ancora
fresca e riprendere la lotta contro i tentativi di oscurare la verità, di
impedirci di sapere quel che succede nelle stanze dei palazzi non sarà né
irrealistico né difficile. La discrepanza tra il dentro e il fuori delle
istituzioni è ormai marcata. Sentire fastidio per ciò che è stato detto con il
voto, fingere che non sia successo nulla, continuare a razzolare come prima e
anche più caparbiamente di prima può essere improvvido. Certo é un segno di
timore di perdere il potere, di debolezza quindi, non di forza.
Repubblica 3.9.11

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