Libri Proibiti
Storie di vita vissuta. Ungheria 1958
La
fiaba serale costituiva il momento culminante delle mie giornate di bambina.
Negli anni cinquanta in Ungheria si andava a letto piuttosto presto. Si cenava
alle 6 e dopo le sette ero già a letto, aspettando che nonno mi raccontasse la
fiaba della buonanotte.
Da piccolina ricevevo favole, racconti fantasiosi, più tardi, però volevo delle
storie vere, fatti davvero accaduti. Così dopo l’intera Odissea, Eneide, i miti
germanici e la Divina
Commedia – solo molto più tardi compresi che si trattava dei
classici - il nonno iniziò un nuovo filone che riguardava episodi salienti della
storia ungherese. Più tardi, a scuola durante le ore di storia salutavo con
enorme gioia i miei eroi familiari, Santo Stefano il fondatore dello stato
ungherese, re Matthia il giusto, Hunyadi che combatté i turchi ecc. L’impronta
fiabesca di questi eroi mi era rimasta talmente forte che perfino
all’università ebbi qualche difficoltà ad elaborare le immancabili debolezze umane
e politiche di questi personaggi.
A sei anni cominciai la prima elementare. Essendo mancina ebbi non poche
difficoltà con la scrittura, ma m’impegnai molto con la lettura, perché il
nonno mi spiegò che la conoscenza delle lettere mi avrebbe permesso di
possedere tutti i racconti del mondo. Ricordo che usava proprio
quest’espressione: possedere. Probabilmente non aveva mai letto Fromm e non
sapeva niente sulla polemica dell’essere o avere, ma con la sua semplice e
lineare lucidità non aveva mai messo in dubbio che le uniche cose che possiamo
possedere sono le cose che comprendiamo con la mente o sentiamo con il cuore.
Il resto, beh il resto sono occasionali oggetti che possono semplificarci la
vita, renderla più piacevole, ma in fin dei conti non sono importanti. La
lettura sì. Quella era una cosa importante perché tra l’altro non sarei più
dipesa da alcuno; anche da sola avrei
potuto spaziare sui più svariati argomenti che i libri mi avrebbero offerto.
Infatti, cominciai leggere molto presto e, non avendo la pazienza di aspettare
le spiegazioni della maestra, le ultime lettere le imparai da sola.
Chiesi subito al nonno di regalarmi un libro con storie simili a quelle che mi
aveva raccontato, quando ero piccola.
Egli, però, si schernì dicendo che per quanto ne sapeva non pubblicavano libri
del genere, fu lui stesso a modificare degli episodi storici che conosceva
rendendoli adatti ai bambini, ma mi promise che si sarebbe informato meglio.
Un giorno tornò a casa con l’aria da sornione e dopo pranzo mi chiamò a fare due
passi con lui. Ci avviammo fuori paese mano nella mano, chiacchierando
tranquillamente, quando un certo punto si fermò e iniziò a parlarmi in un modo
più serio:
- Agi, non sei più una bambina (avevo circa sette anni) ti devo dire una cosa
segreta. Per motivi sciocchi alcuni bei libri del passato ora non si possono
più leggere. Proprio la legge lo vieta, perché si teme che essi potrebbero
influenzare negativamente i ragazzi. Allora, questi libri, che del resto erano
i preferiti anche di tua madre quando era piccola, oggi non sono più in
commercio, li hanno ritirati anche dalle biblioteche e perfino i privati
avrebbero dovuto distruggerli. Avrebbero dovuto….Molti lo hanno fatto, altri,
che non sono d’accordo con questa legge, invece li hanno conservati. Sai che io
ti ho sempre detto di rispettare la legge, ma la verità non è così semplice. Ci
sono leggi eterne e poi ci sono delle regole che cambiano ogni volta che cambia
il potere. In linea di massima dobbiamo osservarle, ma qualche volta, quando
siamo convintissimi che si tratta di una prescrizione stupida – raramente, ma
può succedere – allora, abbiamo il diritto di non prenderle troppo sul serio.
Povero nonno sudò sette camicie per pronunciare queste parole. Sia per il suo
mestiere di maestro, sia perché era una persona profondamente onesta dovette
fare una violenza su se stesso per esprimere queste “idee trasgressive” per di
più alla sua nipotina di sette anni.
- Bene, ti volevo dire che ho trovato
alcuni libri che ritengo possano piacerti, ma disgraziatamente sono vietati.
Non lo erano prima della guerra, ma oggi sono considerati eccessivamente
nazionalisti, perciò dannosi per la gioventù che dovrebbe imparare a pensare in
termini più larghi, in termini internazionali…- poi vedendo la mia espressione
un pochino ebete e rendendosi conto che non lo seguivo più, concluse in fretta:
- La persona che te li presterebbe è un mio carissimo amico, che anche tu
conosci bene, ma prima mi devi promettere che non ne parlerai con nessuno.
La mia fantasia iniziò a galoppare; facevo parte di una congiura d’adulti,
forse la polizia segreta mi avrebbe torturato come hanno fatto i tedeschi con
Zoia, la piccola partigiana russa nel film che abbiamo visto a scuola! Ma io
non avrei mai tradito l’amico del nonno nemmeno al costo di morire….Certo,
avevo anche qualche difficoltà ad immaginare lo zio Sandor, l’unico poliziotto del
paese, che mi picchia con il manganello, ma non si sa mai. Anzi, a ripensarci
bene, trovavo sempre un po’ sospettoso il suo modo di fare mellifluo, sempre con
la caramella a portata di mano (caramelle con una crema morbida all’interno che
odiavo ma che non avevo mai il coraggio di rifiutare). Dalle mie fantasticherie
la voce di nonno mi fece sobbalzare:
- Allora, signorina? Mi vuoi rispondere? Sei capace di mantenere questo
segreto? Non devi parlare con nessuno, né con la maestra, né con i compagni…Non
vorrei creare alcun problema a questo mio caro amico per non parlare delle mie
difficoltà, visto il mio mestiere; “un maestro che fa leggere simili libri alla
propria nipotina certamente non è una persona leale al quale affidare la sorte
della nostra gioventù”.
Le ultime parole il nonno le pronunciava con la tipica voce nasale di zio
Ferenc, che io adoravo perché era forte ed allegro ed ogni volta che lo
incontravo mi buttava in aria e mi faceva girare. Non capivo perché i miei non
lo invitavano mai a pranzo la domenica, visto che in casa mia c’erano sempre
degli ospiti nei giorni di festa. Era pure una persona importante, faceva il
segretario del Partito Comunista e si diceva che durante la guerra aveva
combattuto insieme ai partigiani. Una volta mi fece perfino il baciamano come
alla nonna e si complimentò per i bellissimi fiocchi rossi nelle mie treccine.
Che c’entra adesso con tutto questo zio Sandor? Bah…gli adulti talvolta sono
strani…
Certo che ero capace di tenere la bocca chiusa. Chissà che libri saranno se
sono vietati dalla legge!? Avevo un tale rispetto per la parola scritta, che
trovavo assolutamente normale che potessero esistere libri pericolosi, e ciò li
rendeva ancora più interessanti ai miei occhi. Volevo solo sapere chi era
questo coraggioso eroe che ha osato sfidare la legge e a conservare questi
volumi proibiti.
La risposta del nonno mi lasciò senza parola. Mai e poi mai avrei immaginato
che fosse il signor Kremzir! Era la persona più tranquilla, rispettosa perfino
un pochino servile che conoscevo. Non aveva niente dell’eroe o del
rivoluzionario; era basso, magrolino un pochino curvo. I suoi radi capelli
color topo erano sempre spettinati e ti guardava sopra gli occhiali con
un’espressione di finto interesse e con un sorriso che appariva forzato. Ti
ascoltava ma come se pensasse ad altro…Faceva il commesso in una piccola
cartoleria che aveva nella vetrina a fianco della pila di quaderni, anche qualche
giocattolo impolverato, mai venduto. Nel mio paesino non si usava comprare dei
balocchi, i soldi servivano per cose serie e i bambini fabbricavano da soli i
loro giocattoli. Io in ogni modo rispettai molto questa bottega, anzi, da
quando in città avevo visto un vero negozio di giocattoli, cominciai a
chiamarlo dentro di me con lo stesso nome pomposo “Paese della Fantasia”.
Il signor Kremzir dunque, mi avrebbe prestato i suoi libri. Non capivo come mai
avesse dei libri per i ragazzi : era una persona sola, senza moglie e senza
figli…
Volevo andare subito da lui, ma il nonno per rincarare l’atmosfera di
cospirazione, mi disse di aspettare la sera, mica potevamo rischiare di
incontrare gente sulla via di ritorno con i tomi proibiti sotto il braccio.
Naturalmente non si trattava di questo, dovevamo aspettare che signor Kremzir
chiudesse il negozio, cenasse e poi gli avremmo fatto visita. Mai il tempo
passò più lentamente.
Finalmente, verso le sette ci avviammo verso la sua casa. Il signor Kremzir
abitava in un piccolo e malandato appartamentino che si trovava sopra il
negozio. Non aveva nemmeno la cucina, lo trovammo nell’anticamera a lavare
alcune pentole annerite dal fumo. Ci fece accomodare nell’unica stanza che
aveva. Mi è rimasta impressa questa stanza, perché in totale contrasto con i
muri screpolati e con l’aria trasandata e misera della casa, era arredata con
dei mobili davvero belli. Un grosso divano di velluto verde, con due poltrone,
logore, ma di buona manifattura, un tavolo di mogano lavorato con sei sedie
elegantissime di pelle. Poi, in un angolo c’era una misera branda ricoperta
alla meno peggio con un copriletto sfilacciato, sotto del quale s’intravedevano
i lembi di un lenzuolo di dubbia pulizia.
L’ometto offrì un bicchiere di vino al nonno e versò anche a se stesso. Mi
guardava con un certo impaccio, infine tirò fuori dal comò – molto bello e in
linea con il tavolo – un pacco di biscotti.
I due uomini iniziarono a conversare a bassa voce, io, dopo aver mangiato i
biscotti che sapevano di naftalina, adocchiai la libreria che copriva l’intera
parete. Non vidi alcun volume che potesse somigliare libri per bambini, ma
trovai due tomi imponenti, rilegati in pelle nera che sul dorsale riportavano
dei caratteri mai visti. Non erano lettere cirilliche che ormai riconoscevo dai
manifesti che decoravano i corridoi della scuola.
-Posso prenderli? – chiesi timidamente.
- No, non li toccare!– alzò la voce l’ometto mite e poi, come se si vergognasse
del tono inaspettatamente stridulo della sua voce, aggiunse – Puoi sfogliare
tutto, ma non quei due, del resto non ne capiresti niente, sono scritti in
ebraico.
Ebraico! Conoscevo questa parola, sapevo che si collegava con qualcosa di
triste e forse anche vergognoso. Conoscevo molto bene il monumento degli ebrei
del vecchio cimitero ormai chiuso, che era il nostro luogo ideale per giocare.
Una colonna con una sfilza di nomi e con una stella strana in cima che
ricordava certi ebrei massacrati durante le guerra. Questo monumento del resto
mi aveva sempre turbato. Inizialmente credevo che fosse una tomba poi gli amici
mi spiegarono che non c’era nessuno sotto quel granito. Allora mi chiedevo che
cosa facesse nel cimitero abbandonato. C’era un altro monumento per gli eroi
caduti nella piazza centrale del paese e mi sembrava giusto che cose del genere
si trovassero in posti dove tutti li potevano vedere, mica nascosti in un posto
abbandonato, visitato solo dalle farfalle e dai bambini giocando a nascondino.
Così mi sono convinta che questi ebrei erano morti si, ma non esattamente da
eroi…
Dunque il signor Kremzir aveva ben altro in casa, che non libri proibiti per
ragazzi! Cominciai interessarmi a questa persona così insignificante
eternamente vestito con la stessa giacca scura, un po’ lisa, che anche in casa
indossava una triste cravatta nera.
Mi sedetti su una sedia vicino al nonno e cominciai ad ascoltare il discorso
dei due uomini.
- Mi fa piacere che la piccola prende quei libri…non preoccuparti...chi mai
avrebbe il coraggio di accusarmi di fomentare il nazionalismo magiaro. Io…che
incito al nazionalismo, figuriamoci. Dopo tutto quello che ho subito dagli
ungheresi…Scusami, sai, che non parlo di te, di voi persone per bene che avete
cercato perfino di aiutarmi, ma gli altri…? Ancora oggi i paesani mi
considerano uno diverso, un ebreo appunto, un estraneo. Me ne andrei, ma ormai
è tardi. Sai, dopo la guerra sarei potuto partire per Israele, ma aspettavo
loro…speravo che tornassero…ormai è tardi…non aspetto più niente. Quei libri…
sì. Quei libri non volevo darli via, erano gli ultimi che il mio figliolo lesse,
figurati voleva perfino portarseli con sé, e Edith, la buonanima, lo sgridò,
quando li scoprì nascosti nel suo zaino. Gli ordinò di toglierli immediatamente
e il poveretto…mi guardò, come se chiedesse aiuto a me. Io capii, ma non osai
contraddire la mamma. Ma perché fui così grullo? Persi l’ultima occasione di
farlo felice….Ma… aveva ragione lei…Io…. Noi uomini speravamo che in quel campo
di lavoro avremmo forse trovato anche un po’ di pace…che potevamo ricominciare…Pure
il rabbino ci tranquillizzò, ma lei…lei era sempre stata più svelta di me nel
comprendere le cose. Non era molto acculturata, ma capiva tutto subito…a chi
potevamo fare credito e chi ci avrebbe imbrogliato... Quando l’arrivò l’ordine
di partire non disse niente, fece le valigie, ma non portò niente che non
servisse per la pura sopravvivenza, nemmeno la fotografia dei suoi
genitori…Anche quella lasciò qui, sul comò vicino al letto. Lei sentiva che non
saremmo andati in un luogo protetto a lavorare e a vivere in pace…Mise un gran
pezzo di lardo nello zaino di Jonas al posto dei libri. “Dove andremo non
potrai leggere – disse a bassa voce, poi si pentì ed aggiunse: - Perché non ne
fai un bel pacco, così, quando finirà questa maledetta guerra e torneremo, li ritroverai sani. …Che vuoi farci, ormai è
tutto finito. Così, i libri rimasero qui…aspetta, vado a prenderli.
Si alzò con una certa fatica e uscì dalla stanza. Lo sentimmo trafficare
nell’anticamera. Tornò con un pacco accuratamente legato e ricoperto di carta
marrone da imballaggio. Prese un coltellino dalla tasca e recise lo spago. Con
infinita tenerezza aprì il pacco: uscirono cinque volumi splendidamente
rilegati. Li accarezzò e poi con un gesto brusco me li porse.
- Prendili piccola, so che sei una gran lettrice. Anche Jonas lo era…Gli farà
piacere che i suoi libri almeno non siano andati in fumo…- e girandosi verso il
nonno, aggiunse: –Sai quando mi sono reso conto che non sarebbero più tornati,
ho pensato di bruciarli, come se il loro fumo potesse raggiungerlo…Ah! Sono un
vecchio rimbambito, ma è da tanto che non prendo in mano queste cose..
Non osai toccare quei volumi. Non capivo fino in fondo il discorso del signor
Kremzir, ma sentìi che una tremenda tragedia circondava quei libri misteriosi.
Ci congedammo poco dopo. Portai io il pacco, sotto braccio. Sulla via di
ritorno non ebbi voglia di parlare, né chiedere spiegazioni. Anche il nonno camminava
silenzioso, commosso, ma anche pieno di
ira repressa. Si capiva dai lunghi passi. Quando era arrabbiato dimenticava
sempre di accorciare i suoi passi alla mia misura da bambina.
I libri?…Li ricordo ancora tutti e cinque. Erano splendidi, proprio il genere
che piaceva a me. Che ne sapevo io del nazionalismo, dello sciovinismo di cui
erano impregnate tutte le pagine di questi volumi riccamente illustrati. A
sette anni vuoi appartenere ad un popolo forte, vincente, vuoi scoprire radici
di cui andare fiera e in questi libri trovai tutto ciò che mi serviva per
crearmi un’identità. E fu così, che la prima lezione di nazionalismo la
ricevetti dai libri di Jonas Kremzir, che non poté mai diventare un ungherese
orgoglioso perché all’età di 9 anni fu ucciso ad Auschwitz.

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