Libia-Svizzera-Ue: l’Italia e il colonnello
Lo scontro tra Libia e Svizzera diventa un caso europeo. Gheddafi non è un pazzo ma il capo di un regime rivoluzionario. La proposta di smembramento dei cantoni svizzeri.
“Il solito Gheddafi”. Viene facile attribuire al
temperamento eccentrico del leader libico la sua ultima sfida agli europei.
Ennesima puntata di una telenovela tragicomica, iniziata nel luglio 2008 con la
detenzione a Ginevra del rampollo più giovane di Gheddafi, Hannibal, accusato
di aver percosso due domestici in una delle svariate suites dell’Hotel
Président Wilson dov’era ospite con la moglie incinta di nove mesi. Subito
dopo, la sorella di Hannibal, Aisha, convocò una conferenza stampa nella lobby
del cinque stelle per avvertire: “Occhio per occhio, dente per dente”. E così
fu.
A
cominciare dall’arresto per rappresaglia di due cittadini
svizzeri, oggetto di ripetuti processi-farsa a Tripoli e tuttora rifugiati
nell’ambasciata della Confederazione. Da allora, il braccio di ferro
elvetico-libico non ha avuto pause, fra minacce e ritorsioni reciproche. Per
mettere fine a una disputa in origine piuttosto futile ma che ormai toccava
interessi corposi del suo paese, a partire dalle importazioni di petrolio
libico, nell’agosto 2009 l’allora presidente elvetico Hans-Rudolf Merz si
umiliò, scusandosi formalmente con Gheddafi. Inutilmente.
Nella sete
di risarcimento per il trattamento subìto dal figlio – il quale
peraltro nel dicembre scorso ha confermato la sua fama malmenando la moglie in
un albergo di Londra – lo scorso anno Gheddafi aveva tentato di sottoporre
all’Assemblea Generale dell’Onu un progetto di spartizione della Svizzera. Lo
smembramento avrebbe dovuto obbedire a criteri linguistici: i cantoni
francofoni alla Francia, quelli germanofoni alla Germania e il Ticino a noi.
Sul destino dei cantoni misti e dei reto-romanci – quarto gruppo linguistico
della Confederazione Elvetica – Gheddafi non riteneva di entrare. Naturalmente
l’idea fu respinta in quanto irricevibile, giacché la Carta dell’Onu esclude che
uno Stato membro possa abolirne un altro. Anche se, secondo la “Guida della
rivoluzione”, la Svizzera
è “una mafia mondiale, non uno Stato”.
Negli
ultimi giorni i duellanti hanno esteso il campo della tenzone,
fino a farne un caso europeo. Prima le autorità elvetiche hanno stabilito che
188 alti esponenti libici, Gheddafi compreso, non hanno più accesso al
territorio nazionale. Subito dopo, Tripoli ha risposto chiudendo le frontiere
ai cittadini europei, britannici esclusi. Il provvedimento riguarda in
particolare i paesi dell’area Schengen, cui appartiene anche la Svizzera.
Una lettura folcloristica
di questa crisi non ne coglierebbe la gravità e il senso profondo.
Gheddafi non è affatto pazzo, anche se sembra voglia convincerci di esserlo.
Dal 1969 è il leader di una rivoluzione che, dopo lunghi anni di sanzioni
americane e Onu, è stata riammessa dall’Occidente nel novero delle sovranità
rispettabili. Rispetto che deriva soprattutto dal potenziale energetico della
Libia, dalla sua collocazione strategica e dal suo contributo alla lotta contro
il qaidismo e l’estremismo islamico.
Per noi italiani, a questi motivi se ne aggiunge un altro:
vorremmo che Tripoli bloccasse sulle sue coste i disperati che dal cuore del
continente africano premono verso il Canale di Sicilia. E siamo disposti a
chiudere entrambi gli occhi sui metodi impiegati dalla polizia libica per
frenare questo flusso – quando non lo alimenta. Su questa base poggia il
recente trattato italo-libico di amicizia, partenariato e cooperazione con cui
Berlusconi si illudeva di chiudere il contenzioso aperto dalla nostra
occupazione coloniale della Libia. “Meno immigrati clandestini e più petrolio”,
garantiva il premier. Senza contare gli investimenti di fondi sovrani libici in
industrie e banche italiane.
Dei trattati
a Gheddafi importa poco. Certamente non li considera un vincolo
politico. Ad americani, britannici, italiani ed altri occidentali pare sfuggire
che la Libia
non è uno Stato come un altro, ma un regime rivoluzionario alimentato da una
ideologia egualitaria di impronta beduina e da una geopolitica che sia nella
versione panaraba che in quella panafricana verte sul più rigoroso antisionismo
e sulla retorica antimperialista. Contrariamente a quanto spesso si sostiene o
si spera in Occidente, il regime appare stabile e relativamente popolare.
Grazie anche alle rendite energetiche e ai servizi sociali gratuiti, garantiti
a tutti malgrado negli ultimi trent’anni la popolazione sia raddoppiata,
superando i 6 milioni. Certo la
Libia non è un paese povero: il pil pro capite era di 16.115
dollari nel 2008.
Sulla
Jamahiriyah regna la “Guida della rivoluzione”, il cui potere
informale ma cogente si radica nei vincoli tribali e familiari come nelle
strutture di intelligence e di repressione che hanno finora smentito le
previsioni di chi considerava inevitabile il crollo del regime.
Si può
piegare la Libia
con severe sanzioni internazionali? Ammesso che qualcuno in Europa ne sia
tentato, l’esperienza induce allo scetticismo. Dopo una lunga prova di forza,
non è stato infatti Gheddafi a cedere all’America, ma l’Occidente a scommettere
sulla possibilità di domare le velleità del leader libico per accedere alle
risorse del suo paese. Se sia stata una scommessa vincente, o un autogol, lo
stabilirà fra l’altro l’evoluzione della disputa in corso. Per ironia della
storia, un test rivelatore per le velleità di politica estera dell’Unione
Europea prende le mosse dall’extracomunitaria Svizzera. Baronessa Ashton, se ci
sei, batti un colpo (si fa per dire)..
http://www.repubblica.it 16/2/2009

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