Lezioni dalla crisi
Formazione, cittadinanza attiva, responsabilità sociale, azione dal basso sono alcune delle strade principali per contrastare egoismi e corruzione
La crisi finanziaria globale ci dice, tra le altre cose, che
un’approccio riduzionista alla concezione dell’individuo e al modo ottimale di
risolvere i problemi della società è ormai al capolinea. Il paradigma
anglosassone di cui ci siamo nutriti per molto tempo sosteneva essenzialmente
che gli individui sono monadi che si comportano in modo opportunista cercando
di accrescere il proprio interesse economico. Con un salto logico poi
stabilisce che il modo migliore per risolvere i problemi è quello di costruire
regole ottimali che limitino al massimo la possibilità di nocumento reciproco
evitando gli incentivi perversi. Nei casi più estremi si ipotizza che basti lo
spontaneismo delle forze economiche e la mano invisibile della concorrenza per
trasformare la somma di pulsioni egoistiche in un risultato socialmente utile.
Questo modo di ragionare naufragato nei fatti (siamo circondati dalle macerie
della deregulation, da esempi di politici tutt’altro che disinteressati) non fa
altro che confermare una contraddizione teorica presente sin dall’inizio. Se
tutti gli uomini sono opportunisti ed egoisti chi fa le regole virtuose ? Non i
politici che, piuttosto che pensare al bene del paese, si preoccuperanno
principalmente di arricchirsi e di essere rieletti. Non i regolatori che
finiranno per essere catturati dai regolati che, con la loro potenza di fuoco
economica, avranno buon gioco a promettere vantaggi economici superiori in
cambio di resa al conflitto d’interesse e alla corruzione.
Insomma in un mondo siffatto non esiste deus ex machina in grado di portare
dall’esterno un’etica che l’esempio della somma degli egoismi in azione non
certo crea e forse contribuisce a deteriorare.
La possibilità di cambiamento nasce proprio dalla scoperta che il paradigma
antropologico riduzionista di cui sopra non è solo avvilente e dannoso ma anche
profondamente sbagliato. L’idea che il mondo sia popolato da monadi miopemente
autointeressate è infatti contraddetta da studi sempre più numerosi. La
stragrande maggioranza delle persone nei paesi occidentali dona denaro, una
quota vicina alla metà della popolazione dona tempo. Negli esperimenti di
laboratorio in cui si simulano scelte tra diversi comportamenti con incentivi
monetari la quota di coloro che si comportano coerentemente con il modello
dell’homo economicus è assolutamente minoritaria e tende in alcuni casi addirittura
a zero. Il paradosso è che persino gli esperti di teoria dei giochi dimostrano
di non credere alle loro teorie preferendo comportamenti socialmente
cooperativi alla fedeltà all’homo economicus.
Infine gli studi sulle determinanti sulla soddisfazione di vita dimostrano che,
a tutte le latitudini e in tutte le epoche, la felicità è significativamente e
positivamente influenzata dalla qualità della vita di relazioni e dai
comportamenti non miopemente autointeressati.
E’ arrivato pertanto il momento di sostituire al paradigma dell’homo economicus
quello personalista aristotelico che è molto più coerente con le evidenze
empiriche osservate.
Non si tratta solo di una disputa accademica. Da questa impostazione derivano
suggerimenti di politiche completamente differenti. Se le persone hanno una
dimensione relazionale e se il senso e la soddisfazione della loro vita dipende
dalla capacità di dedicarsi ad attività non solo autointeressate, stimolare le
loro virtù morali e civiche è il modo migliore per risolvere sia la crisi della
felicità personale (raddoppio dei consumi di antidepressivi in Italia negli
ultimi dieci anni) sia quella sociale ed economica.
Che sia importante agire in questa direzione è divenuto ormai opinione comune
non solo di chi si occupa di etica ma della stragrande maggioranza di studiosi.
Sul come farlo esistono già numerosi approfondimenti. I valori civici hanno una
loro legge di moto. Possono deteriorarsi per il non uso fino a scomparire ma
vengono accresciuti quando si praticano e si investe in essi. Formazione,
cittadinanza attiva, responsabilità sociale, azione dal basso sono alcune delle
strade principali per contrastare l’atrofia di una disposizione positiva che la
cattiva cultura e i cattivi esempi degli ultimi tempi hanno rischiato di rendere
quasi irreversibile

Precedente: I diktat sui figli in provetta del Comitato di bioetica

