L'Europa smarrita e l'immigrazione
Hannah Arendt: il paradosso per gli umani protetti dai diritti umani è che per essere rispettati nei diritti devono diventare oggetto di repressione.
Nel suo mezzo secolo di vita l´Europa ha cercato di
diventare un modello di nuova cittadinanza. Teorici e giuristi hanno parlato
addirittura di un nuovo paradigma di libertà politica capace di dissociare la
cittadinanza dall´appartenza nazionale, una rivoluzione non meno radicale di
quella del 1789. Ma messo alla prova del flusso di migranti, il mito europeo si
appanna. Gli Stati nazionali tornano protagonisti, le diplomazie bilaterali
prendono il sopravvento, le frontiere tornano a chiudersi, le scaramucce di
certificati e rimpatri si susseguono. Di fronte agli sbarchi dei profughi del
mondo, l´Europa non sembra più certa di voler essere il laboratorio di una
nuova cittadinanza. E forse, la recentissima decisione della Corte di Giustizia
della Ue di bocciare la norma italiana che prevede il reato di clandestinità va
letta come un invito dell´Europa dei diritti all´Europa della politica di
rivedere la sua strategia sull´immigrazione.
Ma a dispetto di ciò che l´Europa vuole o non vuole, in un modo o nell´altro i
migranti sono ormai parte della sua identità, di quello che è e sarà. Sono il
banco di prova del mito europeo e della civiltà democratica. Soprattutto i
migranti senza-Stato (stateless), un fenomeno globale relativo a persone senza
una nazionalità comprovata. Per ragioni diverse: o perché lo Stato dal quale
provengono ha cessato di esistere a causa di guerre civili, o perché chi scappa
ha dovuto tenere segreta l´identità per non subire repressione a causa della
propria fede religiosa. Nel ventesimo secolo, la pulizia etnica venne
realizzata riducendo ebrei e membri di alcune minoranze nazionali europee allo
stato di non-cittadini nei paesi dove erano nati, con l´esito ben noto di
poterli così deportare ed eliminare in massa. Senza Stato ovvero alla mercé del
potente di turno.
Nel 1954 le Nazioni Unite hanno adottato la Convenzione sugli
stateless tesa a prevenire che persone fossero o restasse senza uno Stato. Nel
1961 molti paesi, tra i quali il nostro, hanno sottoscritto la convenzione
impegnandosi a garantire la nazionalità a persone apolidi nate nel loro
territorio. La guerra in Iraq e in Afghanistan, le guerre civili nell´Africa
sub-sahariana, le rivoluzioni anti-autoritarie nei paesi arabi hanno comportato
un aumento prevedibile dei migranti, rifugiati che scappano la fame e la
violenza, che chiedono asilo. Migliaia di uomini, donne e bambini, per piccoli
scaglioni o uno ad uno, a piedi o con mezzi di fortuna pagati a prezzi di
strozzinaggio, sono da anni in movimento, scappando spesso dalle guerre che i
paesi verso i quali vanno sono impegnati a combattere. Un fatto di grande
interesse è che tra questa umanitá di senza-Stato sembra configurarsi una nuova
identità politica, nata negli interstizi della legge: di quella oppressiva
degli stati di provenienza e di quella che incontrano negli stati d´approdo,
dove sono dichiarati subito illegali. Senza-Stato e senza legge: è in questa
identità paranomica che sta prendendo forma una nuova espressione di identità
politica, di cittadinanza senza-Stato, ovvero non come appartenenza
istituzionalizzata ma come azione di auto-determinazione alla libertà;
cittadinanza come forma di democrazia nascente in quanto denuncia radicale di
una condizione di assoluto assoggettamento, di rivendicazione non di diritti
umani semplicemente, ma di diritti civili e politici.
I migranti hanno per convenzioni internazionali i diritti umani fondamentali:
diritto al soccorso umanitario e medico. Vita minima: questo significa avere
diritti umani. Come ha scritto Hannah Arendt in pagine esemplari, ai migranti
non è riconosciuto uno spazio legale-politico, ma solo uno spazio naturale; non
è riconosciuto il diritto di organizzarsi ma solo di sopravvivere. Chi fa parte
della categoria umana semplicemente è caduto nella natura, se così si può dire,
fuori della famiglia delle nazioni e dello stato. Persone senza protezione da
parte di un governo, nate nella «razza sbagliata», perseguitate non perché
hanno fatto qualcosa ma perché sono ciò che sono. La non esistenza legale
–poiché senza documenti – costringe i migranti a farsi politicamente attivi
fuori della legge. Ancora da Arendt: il paradosso per gli umani protetti dai
diritti umani è che per essere rispettati nei diritti devono diventare oggetto
di repressione. Violando le leggi si guadagnano l´ingresso nel sistema della
legge e acquistano diritti civili – quello alla difesa nei processi o a un
trattamento che esclude violenza e tortura – che da ‘liberi´ non avrebbero,
perché non-cittadini. La novità di questi ultimi anni, a partire dalla rivolta
in Grecia nel dicembre 2008, è che i migranti hanno mostrato di voler usare
anche una lingua politica, di volere esercitare una qualche forma di
cittadinanza, mettendo in pratica quello che il mito europeo ha predicato
soltanto. È successo a Rosarno all´inizio del 2010, quando i lavoratori
africani stagionali si sono organizzati per reagire alla loro semi-schiavitù. è
successo recentemente in Australia, dove in un campo di detenzione più di
trecento migranti hanno deciso di fare lo sciopero della fame per parlare con
persone autorizzate del governo Australiano e ottenere di non essere
rimpatriati in Afghanistan, da dove erano scappati; hanno chiesto interlocutori
con autorità di trattativa, proprio come facciamo noi cittadini quando vogliamo
fare sentire la nostra voce. Ma a noi quella voce è concessa dalla
costituzione. A loro è negata, nonostante i diritti umani. In questi casi
recenti, pur nella differenza delle circostanze, i migranti hanno manifestato
una chiara auto-proclamazione di soggettività politica, un passo importante
perché un´ammissione esplicita che i diritti umani non danno il potere di
contrastare ciò che dallo stato di rifugiati è lecito aspettarsi, ovvero il
rimpatrio. Non essere rimpatriati è una richiesta che proviene dall´avere non i
diritti umani semplicemente, ma una voce politica. Ma quale cittadinanza è
possibile fuori dallo spazio statale? L´ordine giuridico, anche quello europeo
che pure ha l´ambizione di essere sovranazionale, non contempla un´identità
politica al di fuori dello Stato. Eppure questi migranti agiscono come se
fossero cittadini, e così facendo avanzano una richiesta di diritto politico
come esseri umani (reclamano una cittadinanza cosmopolita). È questa
l´importante novità che sta emergendo dai recenti movimenti di migranti
senza-Stato. La loro è una sfida importante alle forze progressiste e
democratiche dell´Europa poiché indubbiamente le esigenze ragionevoli di
regolare i flussi migratori devono potersi combinare a un progetto che
riconosca una dignità di cittadinanza ai migranti, come capacità riconsciuta di
proporre e contestare, di trattare e avere una rappresentanza, al di là e
indipendentemente dall´appartenenza ad un corpo politico. Partire da una
lettura non pregiudiziale di queste esperienze è la condizione minima per
cercare di trovare soluzioni giuridiche e politiche che diano dignità ai
migranti e nello stesso tempo facciano avanzare l´idea di una comunità politica
europea che non sia solo un mito.
Repubblica | 01/05/2011

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