Lettera di un’anima bella a una militante di C L
E’ proprio la “concezione dell’uomo e della società” cui richiamano i tuoi volantini, a stringermi il cuore.
Ti ho vista, che tentavi di convincere a leggere i tuoi volantini i fedeli
all’uscita dalla messa domenicale. Non ci riuscivi granché – anche se la
signora che aveva accettato la discussione pareva assai gentile nel suo fermo
disaccordo. E d’un tratto mi ha preso una sorta di materna tenerezza nei tuoi confronti,
una specie di stretta al cuore per la tua giovinezza regalata, senza forse
neppure saperlo, a chi calpesta il suo bene più grande – la tua libertà che si
stava risvegliando all’esistenza, forse all’angoscia delle domande, sola.
Ma sai che cosa ne sta facendo di questa tua giovane libertà, chi ti ha mandato
qui? Eccolo, il tuo volantino, che parla chiaro. Ma lo sai che cos’è, o almeno
come lo si intende qui, il “principio di sussidiarietà”, che sta su questo
volantino? Ecco, l’essenziale non è che voglia semplicemente dire: soldi dello
Stato alle scuole e associazioni cattoliche e occupazione di posti e potere
nelle istituzioni,e qui in Lombardia soprattutto nella Sanità, da parte di
quelle associazioni.
Certo, vado anche in collera quando penso che in cambio della preziosa
solitudine cui stai rinunciando, tu magari passerai davanti a tutti i ragazzi
che di consorterie e falangi come quelle non ne hanno voluto mai sapere, e
troverai il tuo impiego meglio e prima degli altri. Ma poi – ora che i volantini,
quelle signore sul sagrato te li tirano dietro – mi riprende un po’ di
tenerezza, e vorrei fermarmi sui gradini della chiesa a far due chiacchiere –
ad ascoltarti, anche.
Perché è proprio la “concezione dell’uomo e della società” cui richiamano i tuoi
volantini, a stringermi il cuore. Non perché siamo chiamati a votare su
“concezioni dell’uomo e della società” – no, basta scegliere il sindaco di
Milano. Ma perché mi chiedo quale “concezione” possa mai essere quella che
ispira un volantino tanto zeppo di bugie da attribuire all’avversario,
addirittura, di incoraggiare lo spaccio di droga, l’eutanasia, l’aborto….
Vedi, sembra uno dei quotidiani deliri di quel signore che venne a Milano
sventolando bandiere di mutande – con felice intuizione, come se il pensiero e
il sentimento si fossero ossessivamente bloccati lì, all’altezza dell’uomo che
di solito quell’indumento copre. Quel signore, e altri con lui, continuano a
gridare quanto è storto il legno dell’umanità, e quanto grande ricchezza di
vita, sebbene intrisa di grossolanità e di peccato, è quella che i “moralisti”
e le “anime belle” – cioè la mezza Italia che si sta svegliando dal torpore –
vorrebbero assoggettare alle loro mortifere regole di civiltà.
Assoggettare alla legge tutta questa bella vitalità di mafie, di svendita di
beni comuni, di abusi e soprusi e condoni e perdoni. Richiamare il legno storto
al rispetto che dobbiamo alle istituzioni, perché sostituiscono l’urbanità
della nostra ragione e l’esercizio del libero arbitrio all’urlo delle selve,
alla legge dei recinti tribali, alla pernacchia dei capi-branco. Che programma
sanguinario questo, assomiglia proprio a Robespierre, la virtù e il terrore.
Ecco: ultimamente circola un libello, che sotto il titolo L’umiltà del male
proprio a te si rivolge, ragazza, e questo è il ritratto che fa della tua
giovinezza: che è “umile e disponibile”. E nei panni di un Uomo di Chiesa,
amorevole e pietoso, le offre “complicità e convenienze”, che ti spingano “a
optare per lui, ad accettarne la protezione e il potere.
L’obiettivo è chiaro: mantenere gli uomini in uno stato di perenne immaturità,
come se fossero dei bambini”. Ti pace questo ritratto, questa offerta? Che
peccato che da capo a fine di questo libello, dedicato alle grandi pagine
dostoevskiane sul Grande Inquisitore, non ci sia una sola menzione della sola
cosa che dice in quelle pagine il Nazareno, il Cristo tornato in terra che
l’Uomo di Chiesa rimprovera di essergli tornato fra i piedi. Sono solo due
parole, e anche quelle erano rivolte a te – non a lui. Peccato che tu non le
ascolti: “Svegliati, ragazza”.
da Il Fatto quotidiano (27 maggio
2011)

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