L'esperienza di un professore dopo trent'anni. La vera lotta di classe
Il marketing ha diviso la società in target. Ciò che interessa un trentenne non interessa un sedicenne.
Lunedì comincerò il mio trentesimo anno di insegnamento: era il 1980 quando
entrai per la prima volta in classe e ricordo ancora bene quella lezione,
preparata con cura e spavento, sul viaggio ultraterreno di Dante ma più in
generale sul viaggio nella letteratura. In un´ora passai da Don Chisciotte a
Pinocchio, da Rimbaud a Kerouac, dal Sorpasso a Pollicino, con una smania
infinita di spiegare, di emozionare.
Avevo ventitré anni, leggevo dalla mattina alla sera, speravo che nei libri ci
fosse tutto ciò che mi mancava: e quello che trovavo, subito lo comunicavo ai
miei studenti, come un bene prezioso da condividere. Ero convinto che la
bellezza, la poesia, la ricerca di senso riguardassero tutti gli adolescenti
del mondo: che serve avere sedici se non si guarda in alto? Così mi dicevo, ma
in realtà neanche me lo dicevo: ne ero certo. I ragazzi ascoltavano la musica
che piaceva anche a me, i Talking Heads, i Cure, gli Smiths, i cantautori
italiani, parlavano di calcio e di politica e di niente, e io li capivo.
Insegnavo anche alle serali, a giardinieri più vecchi di me, e dopo aver letto
una poesia di Pascoli o un racconto di Cechov ne parlavamo insieme, avevamo una
lingua comune per scambiarci opinioni, anche per litigare. E gli anni, una
settimana dopo l´altra, sono passati. Io ero sempre l´insegnante giovane,
scapigliato, quello con la Vespa
anche se diluvia, quello con i jeans bucati e persino con i dread, per un certo
periodo. Per me capire i ragazzi era facile, anche se cambiavano i gruppi
musicali, i film al cinema, i modi di vestirsi – come fosse sempre primavera. Qualche
volta mi ritrovavo alunni o ex-alunni alle presentazioni dei miei libri, e loro
erano orgogliosi di me e io di loro, ci davamo qualche pacca sulla spalla,
imbarazzati, contenti.
Ora tutto è cambiato. È ovvio che sia così, mi dico, è normale che un uomo di
cinquantatré anni non capisca una ragazzina di quindici. Metto le mani sul
vetro, cerco di sbirciare, ma è tutto appannato, non si vede niente. Ai ragazzi
parlo di letteratura, ma ormai è una lingua perduta, come il latino o
l´aramaico. Parlo anche di cinema e di musica, ma i film che io vedo per loro
non esistono, la musica che ascolto è muta. Non c´è alcuna contestazione,
nessuno pensa che io sia in torto, che difenda chissà quale ordine infame:
semplicemente questi ragazzi hanno tagliato i ponti con gli adulti. Prima la
barca era una sola, ci si stava sopra tutti insieme, magari cercando di buttare
di sotto i nemici: ora ogni generazione ha la sua scialuppa di salvataggio. Il
marketing ha diviso la società in target. Ciò che interessa un trentenne non
interessa un sedicenne. I miei studenti di periferia ascoltano i cantanti
neomelodici napoletani, i rapper autoprodotti di Tor Bella Monaca, odiano il
cinema perché bisogna stare due ore zitti e al buio, non fanno sport, chattano,
passano il sabato nei centri commerciali. Ho alunni che spediscono trecento sms
al giorno, tranquillamente. E allora uno ci prova ancora: On the road e
Cervantes, i boschi dei fratelli Grimm e la selva oscura, il viaggio dietro a
Moby Dick, la fuga di Gauguin fuori dal mondo, ma ascoltano in pochi, forse in
certi momenti proprio nessuno, e così a tanti insegnanti viene lo scoramento.
Perdiamo gli alunni e acquistiamo montagne di carte da riempire, labirinti in
cui confondersi.
Trent´anni di disprezzo per la cultura – roba da poveracci, da infelici – hanno
portato a questo: a un paese povero e infelice. Ma io non mollo, continuo a
indicare ai miei studenti un punto più in alto, dove l´aria è migliore, dove si
vede meglio il mondo.
Repubblica 9.9.10

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