L'elettore disinformato
La tv e l’informazione politica
E così dovremo rinunciare alle trasmissioni di Michele
Santoro, Giovanni Floris e Bruno Vespa durante la campagna elettorale per le
regionali di fine marzo. Nelle ultime elezioni europee, in
base a una indagine del Censis, i programmi di approfondimento
sono stati una importante fonte di orientamento per il 30,6 per cento degli
elettori, preceduti solamente dai telegiornali (69,3 per cento) ma ben al di
sopra della rilevanza dei giornali (25,4 per cento). (1)
Viene quindi a mancare una fonte importante di informazioni e riflessione,
seppure, per ora, solamente nella sua componente dei palinsesti
pubblici. Il colpevole apparente è la par condicio, in base a
cui durante le campagne elettorali deve essere garantita una parità di accesso
e rappresentanza a tutte le forze politiche e candidati. L’arena di Santoro e
il salotto di Vespa, con l’applicazione di questi principi, si sarebbero dovuti
trasformare in una ordinata fila di poltroncine tutte uguali nelle quali
collocare i rappresentanti delle molte liste in lizza, in totale contrasto con
il format di queste trasmissioni.
LA TV E L’INFORMAZIONE POLITICA
Cosa pensare di questa regola, approvata in Parlamento dalla
Commissione di vigilanza e recepita dal Cda della televisione pubblica? Prima
di tutto, la par condicio. Un sistema di garanzia che
non possiamo dismettere a cuor leggero nel contesto di totale squilibrio
nel controllo dei mezzi di informazione che caratterizza la situazione
italiana. Ma un sistema pieno di difetti, che è utile ricordare per pensare a
una sua applicazione più intelligente, poiché l’imposizione di regole nella
comunicazione e nell’informazione non può ragionevolmente tradursi in un
appiattimento o addirittura in una censura di fatto che riducono, invece di
aumentare, le informazioni acquisite dal pubblico.
La par condicio trova la sua applicazione più efficace in contesti di
confronto bipolare, nel quale due coalizioni si fronteggiano capeggiate da due
candidati premier. Molti probabilmente ricordano l’efficacia dei dibattiti tra
Romano Prodi e Silvio Berlusconi nella campagna elettorale del 2006. In questi casi la par
condicio facilita l’esposizione delle posizioni in competizione senza
ridurre l’efficacia comunicativa delle trasmissioni. Le stesse regole,
tuttavia, iniziano a mostrare una minore efficacia comunicativa quando si
fronteggiano molte liste e molti partiti, richiedendo una lunga sfilata di
dichiarazioni che allontanano, invece di informare, il pubblico. Questo
suggerisce anche come la par condicio, con le sue rigide restrizioni
sui tempi e sulla sequenza degli interventi, mal si adatta a molte forme di
comunicazione tra cui i talk show a cui da questa campagna elettorale
verrà applicata.
A ben vedere, tuttavia, non è ovvio che programmi di approfondimento debbano
sottostare a queste regole o scegliere in alternativa il silenzio. Nessuno
obbliga Santoro o Vespa a invitare rappresentanti delle forze politiche
per approfondire temi rilevanti nella campagna elettorale e nel dibattito
politico. Una discussione utile per la riflessione del corpo elettorale può
essere anche imperniata su interventi di esperti ed esponenti della società
civile, come spesso avviene nei format meno “gridati”.
Ma la par condicio mostra anche una seconda limitazione, che questa
volta ritroviamo guardando al mezzo di maggior impatto, nei risultati
dell’indagine Censis, sulla formazione dell’opinione pubblica, i telegiornali.
In questi programmi esiste stabilmente una sorta di caricatura della parità di
trattamento nel cosiddetto sandwich, quella sequenza sincopata di
dichiarazioni dei diversi esponenti delle forze politiche che si apre con
quelli della maggioranza, seguiti da quelli dell’opposizione e chiusa con gli
argomenti del governo. Questo apparente equilibrio, tuttavia,
oltre a risultare totalmente indigesto, nulla può rispetto alla distorsione
delle notizie che molti telegiornali esercitano nel raccontare ai
telespettatori quanto avviene in Italia e nel mondo. Affermare che l’avvocato
David Mills è stato assolto invece che prescritto è una semplice menzogna, che
evidentemente non provoca vergogna in chi si dichiara giornalista, ma non
infrange alcuna prescrizione della par condicio. La sistematica
sottorappresentazione dei segnali della crisi economica e della disoccupazione
ubbidiscono a una linea editoriale supina ai desiderata del governo ma non
entra in conflitto con la par condicio. In altre parole, quella legge
è un palliativo, cui pure preferiamo non rinunciare, nello stato di salute
comatoso dell’informazione televisiva in Italia.
Infine, nella attuale situazione le regole applicate ai canali pubblici
non si estendono a quelli privati, creando una asimmetria che non è prevista
nello spirito originario della legge sulla par condicio. Immaginiamo
che non sia stato facile per il presidente del Consiglio rinunciare al salotto
di Vespa, dove aveva trascorso tante memorabili serate e dove aveva firmato il
contratto con gli italiani. Ma guardando alla situazione complessiva che si è
creata, nel conto dei profitti e delle perdite informative il bilancio è
certamente in attivo per la coalizione di maggioranza, e questo fa molto
pensare sulle reali motivazioni del provvedimento. E preannuncia una campagna
elettorale con meno informazione e, temiamo, molti editoriali dell’ottimo
Augusto Minzolini.
(1) Censis, Elezioni 2009. Come si sono informati gli italiani, 9 giugno 2009
http://www.lavoce.info 04.03.2010

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