Le tre vie che conducono alla pace
Ai primi posti nella classifica dei Paesi in stato di pace non ci sono quelli che hanno fatto grandi investimenti militari, ma quelli che investono costantemente nell´ambito sociale, culturale, scientifico, sanitario.
Da Milano, dalla Conferenza mondiale Science for Peace, parte oggi un appello a
non perderci in un presente critico e immobile, rischiando di dimenticare il
futuro. La scienza ci indica con decisione e con urgenza che la pace oggi non è
un´opzione possibile, ma è una scelta inevitabile e i Paesi che anticipano
questa tendenza, saranno quelli all´avanguardia domani. Lo dimostrano gli
studiosi da tutto il mondo (tra cui premi Nobel), riuniti per il secondo
appuntamento del Movimento Science for Peace, sulla base di due premesse
scientifiche.
La prima è che non esiste nel nostro Dna il "gene della conflittualità
", vale a dire l´uomo non è affatto geneticamente predisposto alla
violenza e alla sopraffazione; le guerre sono nate nel corso dell´evoluzione
per influenze esterne ed essenzialmente per far fronte a situazioni di
insicurezza e calamità. La seconda è che la guerra va contro l´innovazione e lo
sviluppo, che sono invece gli obiettivi della scienza: nessuna area in stato di
conflitto ha mai prodotto progresso economico e scientifico, senza contare che
le risorse impiegate in armi vengono inevitabilmente sottratte alla ricerca in
ambiti diversi da quello militare, come quello biomedico, che è in costante
sofferenza per mancanza di fondi, pur essendo essenziale per il benessere della
popolazione.
Viene da chiedersi perché allora il mondo civile ancora ammette la guerra e
anzi la progetta e ne studia le strategie. La risposta è semplice: perché manca
coscienza e cultura. Coscienza da parte dei cittadini, che per lo più ignorano
l´entità dei budget della Difesa, rispetto a quelli della ricerca scientifica e
dell´assistenza sociale, e sottovalutano il loro potenziale nell´orientare le
scelte politiche strategiche; cultura di pace da parte di istituzioni e
governi, che in maggioranza si concentrano nel risolvere le crisi locali,
inseguendo gli interessi particolari nel breve termine, e mancano di una
visione del futuro.
Cosa si può fare da subito allora per smuovere questo immobilismo e accelerare
il processo di pace? Alla Conferenza noi scienziati indichiamo tre vie "di
pensiero": il dialogo interreligioso, la valorizzazione del ruolo delle
donne, la promozione dell´economia della pace. Tutte le principali religioni
promuovono la pace, ma si basano su libri sacri, che sono parte della
rivelazione divina ed impongono quindi dei dogmi. Di conseguenza queste
religioni difendono la pace come principio, ma ognuna seguendo la propria
dottrina, che non esclude gli integralismi e gli estremismi. Sono estremisti i
terroristi islamici, lo erano i crociati cristiani o i cattolici che fecero
strage degli ugonotti. Per evitare i conflitti legati alle religioni è
necessario un dialogo che presuppone la tolleranza di altre fedi e che si
estenda anche a chi non ha nessuna fede. La cultura laica è una cultura di pace
proprio perché non è dogmatica: il pensiero scientifico si alimenta di dubbi,
mentre la fede si alimenta di verità acquisite e imperscrutabili. In assenza di
un dialogo fra scienza e fede e fra fedi diverse, difficilmente si può
costruire la tolleranza che è la base imprescindibile di una cultura di pace.
Le migliori fautrici di questa costruzione oggi sono le donne, che
rappresentano la nostra seconda via alla pace: sono biologicamente portate e
all´armonia e sanno difendere i diritti dei più deboli con una determinazione
che l´uomo raramente sa dimostrare.
Lo abbiamo visto pochi giorni fa con Aung San Suu Kyi, libera dopo quasi 20
anni di soprusi e minacce da parte di un regime antidemocratico, a cui si è
fieramente opposta, e alla cui violenza ha sempre reagito con la richiesta
imperturbabile di dialogo, senza mai raccogliere una provocazione. Suu Kyi oggi
è un simbolo, ma per fortuna non un caso isolato: ovunque nel mondo sono
calpestati i diritti umani, troviamo una donna. Per questo la presenza
femminile nei governi e nelle istituzioni è una garanzia di progresso.
La terza via scientifica per la pace viene dall´economia. I dati dimostrano che
la guerra è una scelta che non conviene. L´aumento costante degli investimenti
nelle spese militari mondiali (che raggiungono i 1.531 miliardi all´anno) non
porta ad un miglioramento non solo della qualità di vita dei cittadini, ma
neppure della loro sicurezza. Le armi più potenti non hanno difeso la
popolazione dallo stato di crisi, dall´allarme povertà e neanche dalla
criminalità e il terrorismo, che vanno combattuti con strumenti diversi
dall´esercito e i carrarmati.
Ai primi posti nella classifica dei Paesi in stato di pace non ci sono quelli
che hanno fatto grandi investimenti militari, ma quelli che investono
costantemente nell´ambito sociale, culturale, scientifico, sanitario. Oggi
vediamo i primi segnali di inversione di tendenza in Europa con una riduzione
delle spese militari in Francia, Germania e Gran Bretagna. Il Movimento Science
for Peace con i suoi 21 premi Nobel e i numerosi uomini di scienza e di
pensiero si impegna perché la nuova tendenza si sviluppi senza regressioni o
battute d´arresto e perché il futuro sia più vicino.
Repubblica 18.11.10

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