Le tre parole di un progetto in via di costruzione
«Comune, comunità, comunismo», discussione su tre parole chiave dei ragionamenti sui beni comuni.
Un volume collettivo su «Comune, comunità, comunismo»
Iniziata in un simposio alla Duke University, la discussione è stata
caratterizzata da una forte intenzionalità politica. La ricerca cioè di una
alternativa alle ricette liberiste per uscire dalla crisi economica
Nella dilagante retorica dei beni comuni, questo libro collettivo si propone un
obiettivo ambizioso: stabilire nessi, ma anche distanze tra la riflessione
anglosassone e quella europea sui commons, dove il comune è spesso usato come
parola per dissimulare un progetto teorico e politico che si propone la
rifondazione del concetto di comunismo. I testi che compongono Comune,
comunità, comunismo (ombre corte, pp. 156, euro 15) non nascondono però la
sedimentazione teorica che accompagno i tre termini, anche se ne discostano
significativamente. Per questo, vanno introdotte delle premesse per meglio
contestualizzare i contributi presenti nel libro. Comune è un termine
usato per individuare tanto i beni comuni - acqua, terra, energia, ma anche la
conoscenza, l'habitat sociale - quanto le caratteristiche presenti nella specie
umana - il linguaggio, ad esempio - e quanto viene prodotto dalla cooperazione
sociale. Comunità, invece, è la bestia nera di ogni pensiero critico. Il
comunismo, infine, è il termine che più si presta ad equivoci, vista
l'apocalisse culturale che ha preso avvio con il crollo di regimi politici che
si richiamavano a quella idea, mentre edificano una società non certo di liberi
ed eguali.
Il tramonto del liberismo
Una matassa difficile da sbrogliare. Il merito del volume è che tutti i
contributi provano a dipanarla, tenuto conto che l'occasione per farlo è stato
un simposio organizzato alla Duke University nel 2009, cioè quando gli effetti
della crisi economica stavano cominciando a rimodellare i panorami sociali e
politici del pianeta. Chi ha organizzato quell'incontro, Anna Curcio e Ceren
Özselçuk, era mosso da un interesse teorico, ma soprattutto politico. Come pensare
un'alternativa al neoliberismo declinante, facendo leva su quanto di
innovativo, e radicale nelle proposte, è emerso nei movimenti sociali globali?
Questa la domanda implicita dietro quell'incontro.
Le coordinate teoriche sono chiare - comune, comunità, comunismo - e
altrettanto chiara la volontà di non alimentare nessun mimetismo per percorsi
teorici e politici che, per semplicità, possono essere definiti ortodossi. In
altri termini, comune e comunità non sono usati, come spesso accade in teorici come
Alain Badiou e Slavoj Zizek, come travestimenti per proporre un'idea di
comunismo sempre eguale a se stessa, indipendentemente dal quanto è accaduto
nel corso del Novecento. Esemplare, per forza espositiva è, a questo proposito
il testo di Michael Hardt, che sgombra il campo da equivoci: il comune e il
comunismo a cui si fa riferimento sono anni luce lontani dall'esperienza del
socialismo reale. Più articolata invece la costellazione teorica a cui fare
riferimento. Il marxismo di Louis Althusser, perché capace di misurarsi con
alcuni nodi teorici e politici già evidenti negli anni Settanta. Il concetto di
classe - un nulla che vuole diventare tutto -, il ruolo dello Stato come
fattore dinamico nella riproduzione del regime di accumulazione; e per questo autonomo
dai capitali operanti; i processi di costituzione della soggettività, meglio
del soggetto della trasformazione. Temi ripresi dagli allievi del filosofo
francese e articolati in forme originali.
Singolarità in azione
Da questo punto di vista la scelta di invitare Etienne Balibar è stata più che
felice, alla luce della sua recente elaborazione del concetto di
transindividuale derivato da Baruch Spinoza e del tema della egaliberté, cioè
quel legame indissolubile tra libertà e eguaglianza che Balibar vede in
«azione» dentro i movimenti sociali e che funziona come una potente
valorizzazione delle singolarità. L'altro riferimento teorico è la cosiddetta
scuola postoperaista, che con Toni Negri e Michael Hardt ha usato il termine
comune come critica immanente del capitalismo contemporaneo.
Come scrivono i curatori del volume, la messa in relazione di queste due scuole
di pensiero non è casuale. Tanto il marxismo althusseriano che il postoperaismo
hanno lavorato teoricamente sugli stessi temi, dandogli tuttavia risposte
differenti. Ed è con vero interesse che si può leggere il dialogo tra Balibar e
Negri. Entrambi hanno volto le spalle alla tradizione comunista tradizionale;
entrambi sono consapevoli che l'opera di Marx è sicuramente ancora una fonte di
ispirazione, ma che il capitalismo è stato profondamente trasformato da oltre
un secolo di conflitti di classe da avere bisogno di uno sforzo analitico
supplementare, a cui tendono i testi di Gigi Roggiero, Anna Curcio e la
direttrice di «Rethinking Marxism» S. Charusheela.
Sia ben chiaro, il volume ha una forte intenzionalità politica. E anche se
l'incontro propedeutico ai testi è avvenuto in una università, c'è ben poca
accademica nei materiali presentati. La posta in gioco è la crisi del
capitalismo e la possibilità di individuare vie d'uscita che pongano le
condizioni, appunto, a una società di liberi ed eguali.
Il comune presentato da Negri non si limita ai beni comuni, anzi propone di
superare la distinzione tra comune naturale e comune artificiale
che è dominante nella riflessione anglosassone. Perché se il comune naturale è
segnato da quella scarsità che il pensiero liberale usa per legittimare la sua
gestione capitalista, per il comune artificiale la scarsità non ha ragione di
essere. La conoscenza, quando usata, non corre il rischio di esaurirsi. Anzi il
suo uso l'accresce di nuovi ordini del discorso. La scarsità è dunque creata
attraverso una governance del processo produttivo che produce segmentazione e
frammentazione del lavoro vivo. Oppure attraverso il regime della proprietà
intellettuale. Una definizione del comune comporta quindi un'analisi dei
rapporti di produzione e di un processo lavorativo che ha bisogno di
invenzione, di creatività, di innovazione. Dunque di una cooperazione produttiva
«libera». E tuttavia il capitale se ne appropria. Come riconquistare questo
comune produttivo? domanda Negri. Organizzare il lavoro vivo, che presenta
quelle caratteristiche che Spinoza ha chiamato moltitudine, è la risposta.
Oltre il presente
Un ragionamento che non convince del tutto Balibar. I suoi dubbi non riguardano
tanto le trasformazioni del capitalismo e della composizione del lavoro vivo.
Si concentrano, invece, sulla possibilità di far ruotare il discorso politico
attorno ai soggetti della produzione. Se ci troviamo di fronte alla
moltitudine, i rapporti sociali di produzione sono uno e non è detto il più
importante fattore su cui far leva sulla lotta contro il neoliberismo. Piena
sintonia, invece, sulla critica del concetto di comunità. In questo caso, sia
Negri che Balibar ritengono la «comunità» una categoria da trattare con
diffidenza, perché cancella appunto quella eterogeneità che caratterizza la
moltitudine.
Discussione importante e di pregnante attualità. Non solo perché la crisi ha
continuato a terremotare il capitalismo statunitense e europeo, ma perché le
risposte politiche che sono messe in campo oscillano tra una nostalgia del
passato e una sorta di liberismo sociale, che riscopre i valori della comunità
e l'etica sacrificale del lavoro. E che dunque offre spunti e possibili vie
d'uscita da questa mefitica tenaglia.
Il manifesto, 11 agosto 2011

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