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Le tre lezioni europee per la sinistra

A parità di altre con­dizioni, il fascino del leader, l’unità e la coesio­ne del partito sono fattori decisivi per il succes­so elettorale.

 

 

Ogni elezione — in un dato momen­to, in un dato Paese — fa storia a sé. Ciò non toglie che nelle recenti elezioni europee possano scorger­si all’opera, oltre a un gran nume­ro di influenze specifiche, tre influenze di natu­ra generale.

Della prima si è molto discusso, constatando la progressiva riduzione nel nume­ro dei Paesi governati dalla sinistra: probabil­mente esistono, in questa fase politica ed eco­nomica, ragioni serie che ostacolano l’efficacia elettorale del messaggio della sinistra modera­ta e invece favoriscono il messaggio della parte avversa. Della seconda si è discusso di meno, ma anch’essa salta agli occhi: non è molto fre­quente che un governo in carica sia conferma­to dagli elettori nelle elezioni successive. La ter­za ha a che fare con la politica mediatica ormai solidamente insediata anche nel nostro vec­chio continente: per vincere non contano sol­tanto idee e proposte, conta il leader che le so­stiene e che trasmette la sensazione di saperle realizzare.

Queste tre influenze hanno spiegazioni plau­sibili. Della prima, delle difficoltà della sinistra riformista in un momento di crisi economica, ho discusso in un precedente articolo e non in­tendo ripetermi. Anche la seconda influenza ha una spiegazione comprensibile: in una situa­zione di crisi, insoddisfazione e disagi diffusi, il discredito tende a cadere sul governo in cari­ca e questo tanto più avviene quanto meno es­so riesce a indirizzare all’esterno la responsabi­lità dei guai in cui versa il Paese. La terza non ha bisogno di spiegazione: a parità di altre con­dizioni, il fascino del leader, l’unità e la coesio­ne del partito sono fattori decisivi per il succes­so elettorale. Anche se non consideriamo le in­fluenze specifiche che sono all’opera, a rende­re difficili previsioni a lunga scadenza bastano le influenze generali che abbiamo appena men­zionato: esse possono sommarsi o rafforzarsi reciprocamente, ma possono anche entrare in contrasto e allora il risultato dipende da quale risulta prevalente al momento del voto, ciò che è assai difficile prevedere.

Vediamo sommariamente tre casi recentissi­mi. Le nostre influenze generali si sono in buo­na misura sommate nel caso tedesco: in que­sto l’insoddisfazione per il governo in carica non poteva operare come fattore di scelta tra i due grandi partiti, perché entrambi erano par­te dello stesso governo di grande coalizione. Hanno invece operato le altre due: il fascino di­screto della cancelliera, unito al profilo deciso del suo prossimo alleato di governo, il liberale Westerwelle: entrambi più credibili di Steinme­ier, il leader della Spd. E soprattutto la crisi del­la socialdemocrazia, incerta tra il messaggio moderato e liberal dei tempi di Schroeder e il tentativo di non perdere consensi nell’elettora­to più radicale, quello che ha decretato il suc­cesso della Linke.

Nel caso greco ha giocato soprattutto la gra­ve crisi dell’economia, le insoddisfazioni pro­fonde diffuse nel Paese e la debolezza del go­verno di centrodestra. Il carisma di «Giorget­to » Papandreou non sembra essere particolar­mente forte — circola la battuta che sia caduto dalla bicicletta cercando di riparare la catena mentre pedalava: eppure i greci hanno eletto un socialista, e un socialista liberal , pur di sba­razzarsi di un governo di destra giudicato co­me incompetente e inetto.

Anche nelle elezioni portoghesi del 27 set­tembre ha vinto un socialista, svantaggiato a priori secondo due delle influenze generali che abbiamo ricordato: perché socialista e perché capo del governo in una situazione di disagio economico e sociale. Qui ha giocato soprattut­to la terza influenza, la forte personalità di So­crates e la fragilità e gli errori della principale sfidante, la conservatrice Ferreira Leite.

Lezioni per noi, per un confronto tra centro­destra e centrosinistra dal quale ci separano più di tre anni e mezzo, se tutto va come do­vrebbe andare? Come abbiamo appena visto, le difficoltà della sinistra ci sono, ma non sono insuperabili. Il vantaggio dello sfidante, in una situazione il cui il governo deve gestire una si­tuazione difficile, certamente esiste, ma il cen­trodestra può convincere gli elettori di aver agi­to nel miglior modo possibile, date le circostan­ze. E poi si tratta di un vantaggio che va giocato bene: c’era anche nel 2006, ma il centrosinistra l’ha giocato male arrivando alle elezioni in con­dizioni di parità quando era in netto vantaggio solo due settimane prima. E per giocare bene deve far leva soprattutto sulla terza influenza: una scelta di opposizione chiara, evitando de­monizzazioni dell’avversario e inciuci confusi nel corso della legislatura. Ma soprattutto una leadership carismatica — suvvia, non esageria­mo, è sufficiente autorevole — e un gruppo di­rigente coeso. È un bene per il Paese, non solo per il partito, se il prossimo congresso del Pd  porta a casa questa lezione.

 

http://www.corriere.it/ - 11 ottobre 2009

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