Le tasse nella vita dello stato
Le tasse sono per lo Stato ciò che il sangue è per il corpo: la vita.
Le tasse sono per lo Stato ciò che il sangue è per il corpo: la vita. Questa analogia ha ricevuto fama e autorevolezza dal più grande teorico dello stato moderno, Thomas Hobbes, il quale nel Leviatano scriveva che non pagare le tasse equivaleva ad attentare alla vita dello Stato, spillarne il sangue, appunto. Immaginiamo per ipotesi che tutti i cittadini potessero accordarsi e decidere in un giorno X di non pagare più le tasse; l´esito sarebbe la fine immediata dello Stato, la sua morte. Per questa ragione, diceva Hobbes, il sovrano deve usare tutta la forza coercitiva di cui dispone per sopravvivere. Non è un caso, del resto, se neppure i sostenitori della disobbedienza civile riescano a giustificare la disobbedienza fiscale. A meno di non essere anarchici coerenti, non c´è argomento che possa giustificare chi provoca l´emorragia al corpo dello Stato. C´è da aggiungere che, se pagare le tasse è così vitale è perché lo Stato è vitale per la nostra vita, quella di ciascuno di noi. Non ci sarebbe né proprietà, né famiglia, né arte o, più semplicemente, vita pura e semplice, senza lo Stato. Ecco perché Hobbes logicamente identificava la morte dello Stato con la nostra morte, e al contrario, la sua stabilità con la nostra. L´interesse è lo stesso.
Questo ragionamento non è però né immediato né istintivo. Hobbes prevedeva infatti che ciascuno avrebbe fatto comunque tutto quanto era in suo potere per sfuggire alla legge; mettendo in conto questa recalcitrante ribellione, lo Stato anticipava le mosse dei sudditi e scrivendo la legge inseriva la pena che immancabilmente seguiva alla disobbedienza. Punire chi viola la legge e non lasciare speranza di sfuggire alla pena sono le condizioni senza le quali la legge resterebbe lettera morta. Insomma, uno Stato è tanto più stabile e credibile quanto meglio riesce a imporre obbedienza. Più larghe sono le maglia della legalità, ovvero meno senso di paura la legge incute, più debole è l´autorità dello Stato. Applicato questo ragionamento alle leggi che impongono le tasse, si ha che più numerosi sono gli evasori, più lo Stato perde di autorità, non solo agli occhi dei suoi sudditi (che infatti non temono gli effetti punitivi della legge) ma anche a quelli degli altri (per esempio di chi deve concedere prestiti allo Stato italiano). Riuscire a far pagare le tasse è quindi una garanzia di autorità. Su questi principi elementari tutti si dicono d´accordo. Eppure per lo Stato italiano riuscire a battere l´evasione fiscale sembra essere ancora oggi, dopo centocinquant´anni di esistenza, un compito arduo. E su questa difficoltà si gioca la sua credibilità e il nostro interesse.
La coercizione è, ovviamente, la via maestra per far fare alle persone quello che per loro libera scelta non farebbero. La paura della sanzione o della prigione è fondamentale nel calcolo delle convenienze: sul quale si regge l´intero sistema legale di uno Stato. Eppure, in alcuni settori l´uso della sola coercizione non è bastante. Far leva sull´interesse è in alcuni casi un mezzo altrettanto efficace. Hobbes stesso lo riconosceva quando scriveva che era nell´interesse dello Stato imporre un´equa tassazione poiché ciò avrebbe reso l´obbedienza meno difficile e, soprattutto, avrebbe scongiurato la formazione di propaganda anti-governativa. Parlando della lotta alla corruzione, diceva in questi giorni il giudice Luigi Giampaolino, Presidente della Corte dei Conti, che occorrerebbe estendere l´azione dello Stato oltre le strategie coercitive. «Occorre una rigenerazione fondata sul merito e sulla professionalità delle pubbliche amministrazioni. Serve un´effettiva, indefettibile, concorrenza, nel mercato. Ci vogliono una generale trasparenza, un´estesa dotazione di banche dati, una seria vigilanza ed efficaci controlli».
Si tratterebbe cioè di mettere in campo strategie che dovrebbero indurre gli attori a trovare conveniente avere comportamenti virtuosi. L´etica, se non si incontra con l´interesse, resta parola vuota per i più. Come applicare questa logica dell´interesse al comportamento fiscale? Forse, occorrerebbe pensare di trasformare ciascun contribuente in un controllore del fisco. Gli Stati Uniti lo fanno nel modo più semplice, ovvero attraverso la politica delle detrazioni. Il contribuente è interessato a raccogliere tutte le ricevute di spesa nel corso dell´anno, confidando nel fatto che quelle spese verranno detratte in percentuale. La prima cosa che si apprende quando si diventa contribuenti è di dotarsi di scatole di scarpe dove raccogliere giorno per giorno e con scrupolo tutte le ricevute, per poi ordinarle secondo voci di spesa (le quali sono molto più numerose che in Italia e molto più generali per applicazione). È nell´interesse di ciascuno pretendere ricevute; per semplificare, da diversi anni anche i pagamenti con carte di credito hanno validità documentaria (anche per questo l´uso della plastic è così diffuso). Deve essere nell´interesse del cittadino controllare che il dentista gli dia la ricevuta fiscale, e che lo sconto che riceverà dallo Stato sarà, per accumulo, più corposo di quel che potrebbe offrirgli il dentista in cambio del servizio in nero. Non si dovrebbe solo contare sull´azione repressiva insomma, la quale arriva comunque dopo il dolo ovvero, nel caso della tassazione, dopo aver sottratto risorse che servono invece ora.
Certo, tutti noi ci auguriamo che i cittadini italiani diventino più virtuosi e onesti. Tuttavia, nel frattempo (un frattempo che dura da un secolo e mezzo) occorre far affidamento sul materiale umano che c´è (un ragionamento sul quale si reggono del resto tutte le costituzioni moderne). E per questo sarebbe più ragionevole partire proprio dal fatto che l´interesse è il miglior affare: nel suo nome i cittadini ora evadono; nel suo nome, occorrerebbe fare di ognuno di loro un interessato controllore. Una buona politica è infatti una politica che è capace di rendere i cittadini cooperatori nell´applicazione della legge. E non c´è molla più efficace dell´interesse per ottenere questo obiettivo. Qui sta la radice della virtù.
La Repubblica 30 dicembre 2011

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