Le strutture religiose accolgano gli immigrati
In un periodo di tagli alla spesa sociale, tutti devono fare la loro parte, soprattutto chi è beneficiario di sostanziosi sconti fiscali
Sarebbe bello che le istituzioni religiose aprissero almeno
una parte delle proprie strutture per dare un´ospitalità decente alle migliaia
di immigrati, in primis ai minori non accompagnati, che arrivano a Lampedusa in
fuga dall´incertezza e dai pericoli dei loro paesi in conflitto. Sarebbe non
solo una doverosa compartecipazione all´azione di solidarietà collettiva cui
tutti siamo chiamati a fronte di questa emergenza umanitaria, ma un atto di
restituzione di un mancato introito per il bilancio pubblico (stimato in 70-80
milioni di euro) in un periodo di tagli alla spesa sociale che colpiscono
soprattutto i cittadini più vulnerabili. Soprattutto sarebbe una, sia pure
temporanea, dimostrazione che effettivamente quelle strutture hanno finalità
religiose e assistenziali e non commerciali e quindi la giustificazione formale
del sostanzioso sconto Ici di cui beneficiano gli immobili destinati
“esclusivamente allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali,
sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive o per uso
culturale” ha un effettivo fondamento. Ricordo che, nonostante il parere
contrario della Corte di giustizia Europea che giustamente ha parlato di
trattamento di favore lesivo della concorrenza, il governo lo ha mantenuto e
introdotto anche nel decreto sulla fiscalità municipale, anche se, specie per
le “strutture ricettive”, è spesso davvero difficile non definirle commerciali.
Non basta la pur benemerita opera della Caritas, oggi in prima linea anche a
Lampedusa, a giustificare perché i vari conventi trasformati in strutture
alberghiere a Roma come a Venezia e in altre città debbano pagare meno Ici di
qualsiasi altro albergo, pensione o bed and breakfast, facendo anche
concorrenza sleale. Questo è il momento di dimostrare che sono innanzitutto
dedicate allo svolgimento di attività assistenziali ed anche ricettive non
commerciali.
Sarebbe anche opportuno che il governo ripensasse alla sua decisione di non
avere un unico election day, buttando al vento centinaia di migliaia di euro.
E´ stata una scelta sconsiderata in sé, appunto in un periodo di tagli
dolorosi, ma lo è tanto più ora, quando le immagini dei profughi ridotti in
condizioni disumane non possono non lasciarci pieni di vergogna. Lo scarto tra
spreco e bisogno è letteralmente intollerabile.
Sarebbe infine bello che quest´anno lo Stato, a fronte di tagli alla spesa
sociale e viceversa crescenti domande di sostegno in una situazione in cui una
emergenza sociale non ne cancella un´altra, indicasse due-tre priorità sociali
su cui si impegna a spendere l´8 per mille che gli verrà destinato nelle
dichiarazioni dei redditi. Offrirebbe ai cittadini una alternativa effettiva,
invogliando una quota maggiore di contribuenti ad indicare il proprio
destinatario di elezione: tra le diverse chiese e confessioni religiose e,
appunto, lo Stato. E´ bene ricordare, infatti, che solo una minoranza dei
contribuenti indica un destinatario dell´8 per mille. Chi non sceglie, è
convinto che i soldi rimangano nel bilancio pubblico. Ma non è così. L´intero
ammontare dell´8 per mille delle entrate è ripartito sulla base delle scelte
effettuate. Chi conquista la maggioranza della minoranza che sceglie, conquista
perciò anche la maggioranza dell´intero ammontare. Come nelle elezioni, chi si
astiene di fatto è come se votasse con la maggioranza. In una situazione di
risorse scarse e bisogni gravi crescenti, mi sembra davvero non solo poco
democratico, ma uno spreco non mettere i cittadini di fronte a possibilità di
scelta effettiva sugli obiettivi concreti, in campo sociale, su cui distribuire
l´8 per mille.
La Repubblica 27 marzo 2011

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