L’irrazionalità del brevissimo termine
Cambiare le regole di una finanza inutile, pletorica e pericolosa per l’economia reale
C’è ancora molta gente che pensa che i movimenti giornalieri dei mercati
siano dettati dalle variazioni sui fondamentali, ovvero dalle notizie
economiche del giorno che fanno variare i flussi di reddito correnti o quelli
futuri attesi generati dalle attività finanziarie.
Così i commentatori finanziari si affannano ad interpretare quanto successo il
giorno prima alla luce della salita o discesa del mercato andando a cercare la
notizia positiva o negativa che possa giustificare i movimenti di borsa.
Qualche dubbio però comincia a venire se oggi il sole 24 ore titola “la mossa
di Trichet convince le borse” (una dichiarazione di Trichet non particolarmente
impegnativa del tipo di quelle prodotte in giornate in cui i mercati invece
crollavano) e a fianco l’analisi di Walter Riolfi titola sospettosa “Ora i
mercati si riscoprono insolitamente ottimisti”. Riolfi osserva
intelligentemente nel suo pezzo che ieri non è accaduto proprio niente di
buono, anzi ci sono forse state tre notizie negative. La BCE non ha abbassato i tassi e
ha parlato di rischi di un forte rallentamento produttivo. Due sorprese
negative sono state gli annunci degli ordini alle industrie tedesche in calo e
la revisione al ribasso dell’indice dei servizi dell’area euro.
Forse conviene ricordare ancora una volta che sui mercati finanziari si
muovono, per semplificare all’estremo, fondamentalisti e graficisti (o seguaci
dell’analisi tecnica). Questi ultimi adottano tutta una serie di tecniche del
tutto svincolate dall’analisi fondamentale che si basano unicamente sui
movimenti a breve dei prezzi tendendo in genere ad esasperarne le tendenze. Gli
stessi fondamentalisti, sapendo che la maggioranza degli operatori segue
l’analisi tecnica, cavalcano razionalmente le onde rialziste e ribassiste
traendone profitto nel breve periodo.
Tutto questo ha un ruolo preciso anche nell’analisi basata sui fondamentali che
inserisce un parametro puramente psicologico (il premio di rischio) secondo il
quale il valore di un’attività finanziaria può salire o diminuire
significativamente in base alla disponibilità degli operatori di assumersi o no
rischi. L’idea è ormai entrata anche nella stampa economica che non a caso
parla di “nuova voglia di assumersi rischio”. Quindi la conclusione “socratica”
della razionalissima analisi fondamentale è che sappiamo di non sapere perché
la maggior parte delle variazioni dipendono dalla voglia degli operatori di assumere
o no rischi.
Il problema è il rapporto che si crea tra queste tacite convenzioni rialziste e
ribassiste che generano volatilità e fanno guadagnare molti soldi agli
operatori più esperti e le dinamiche dell’economia reale.
In un sistema finanziario che non impedisce ai grandi intermediari di assumere
quelle posizioni di estrema fragilità (leva 30 a 1, sbilancio tra
passività a breve e attività a lunga) che hanno causato la crisi finanziaria,
che non rallenta le operazioni a breve e brevissimo termine e che pensa che
l’unico modo di risolvere i problemi sia quello di dare più munizioni di
capitale alle banche e più garanzie agli stati i veri problemi alla radice
della crisi non saranno mai risolti e dovremmo ricorrere in perpetuo al
prestatore di ultima istanza: le banche centrali che stampano moneta. E se
continuiamo a dipendere in toto dall’oracolo giornaliero dei mercati finanziari
continueremo ad avere crisi che mutano di forma e caratteristiche identificando
nuovi problemi nell’economia reale che esistono e si manifestano soltanto
perché generati proprio dalla finanza.
Se vogliamo risolvere la crisi c’è un’unica strada. Cambiare le regole di una
finanza inutile, pletorica e dannosa che non fa che danneggiare continuamente
l’organismo dell’economia reale con i suoi sussulti incontrollati. Negli anni
’60 in Italia l’allora presidente dell’ABI Giordano dell’Amore diceva che le
banche dovevano essere imprese not for profit (non dedite all’obiettivo della
massimizzazione del valore per gli azionisti che inevitabilmente mette in
secondo piano le esigenze di tutti gli altri portatori d’interesse come i
clienti e il resto dell’economia) al servizio dell’economia reale. Se il mondo
intero fosse rimasto ancorato a quel modello non avremmo mai avuto questa crisi.
E’ forse il caso di tornare a muovere in quella direzione.

Precedente: Di carta e di carne

