Le regole di Marchionne e l’etica di Berlinguer
L´economia politica ha come tema centrale proprio quello dell´etica, cioè dei diritti e dei doveri, della felicità e dell´infelicità, della giustizia e del privilegio.
Il Marchionne intervenuto a Rimini al meeting di Comunione e liberazione non ha
detto grandi novità rispetto al Marchionne di Pomigliano. Del resto da allora
non è accaduto nulla di rilevante che non fosse già stato previsto: il mercato
automobilistico mondiale continua a perder colpi in Occidente (e a guadagnarne
nei grandi mercati dei paesi emergenti); la Fiat è una delle imprese più penalizzate sia sul
mercato italiano sia su quello europeo; la stessa Fiat tuttavia vende in Italia
circa il 40 per cento del suo prodotto e quindi in Italia ci deve restare, che
lo voglia oppure no, ed anche le più massicce de-localizzazioni non possono
cancellare con un tratto di penna tutti gli stabilimenti italiani e la
manodopera che ci lavora.
Questa situazione è nota da un pezzo, fin da quando due anni fa Marchionne
lanciò l´operazione Chrysler con l´accordo dei suoi azionisti, del presidente
americano Barack Obama e dei sindacati di Detroit. Non tutti i commentatori
capirono che non era la Fiat
a conquistare la Chrysler
ma viceversa: la Fiat
si aggrappava alla Chrysler, anch´essa in stato pre-agonico, per fare di due
debolezze una forza. Questo era il programma di Marchionne che d´altra parte fu
onesto nell´ammettere questa verità.
Previde anche - e lo disse - che la
Fiat avrebbe scorporato la produzione automobilistica dal
resto del gruppo costituendo una nuova società, cosa che è avvenuta secondo le
previsioni.
Da allora non ci sono state svolte nuove: Marchionne aveva già dichiarato che
lui operava in una nuova era di economia globalizzata; usò anche l´immagine
«dopo Cristo» orami diventata famosa.
Di nuovo c´è stata la traduzione nei fatti di questo programma, a Pomigliano, a
Termini Imerese, a Melfi e in parte a Mirafiori. Il referendum a Pomigliano, la
nuova società diventata proprietaria di quello stabilimento, la resistenza
della Fiom-Cgil, lo sciopero di Melfi, i tre licenziati, il ricorso al Tar e il
loro reintegro, la decisione della Fiat di non riammetterli al lavoro in attesa
del secondo grado di giudizio, l´intervento del presidente Napolitano e il suo
auspicio di superare l´incidente con spirito di equità in attesa della sentenza
definitiva. Infine il Marchionne di Rimini.
* * *
A Rimini l´amministratore delegato della Fiat ha esposto con la massima
chiarezza alcuni suoi «mantra».
1. L´economia globalizzata impone che l´aumento di produttività nei paesi opulenti
sia molto più elevato di quanto negli ultimi trent´anni non sia avvenuto, per
tenere il passo con quanto avviene nei paesi emergenti e non perdere altro
terreno nei loro confronti.
2. La lotta di classe è finita perché non ci sono più classi.
3. La domanda di automobili in Occidente è molto diminuita ed è tuttora in
calo, perciò bisogna concentrare la produzione in un numero limitato di
imprese, riducendo il numero delle unità prodotte e aumentando la
competitività.
4. I lavoratori debbono accettare nuove regole sulla flessibilità negli orari,
sul ricorso allo sciopero, sulla struttura del salario e dei contratti.
5. La giurisdizione del lavoro dovrà, di conseguenza, essere aggiornata.
6. Forme di partecipazione dei lavoratori ai profitti derivanti dall´aumento
della produttività sono auspicabili e vanno incentivate.
7. Le parti sociali debbono premere sui governi per ottenere nuovi tipi di
«welfare» appropriati alle nuove regole.
Alcuni di questi principi sono ragionevoli e meritano di essere discussi. Altri
hanno un´ispirazione profondamente reazionaria. Inoltre in questo ragionamento
colpiscono alcune omissioni, la più vistosa delle quali riguarda le
diseguaglianze retributive che hanno raggiunto livelli inaccettabili.
Marchionne può dire che questi problemi non riguardano il suo «campo di gioco»
ma negherebbe con ciò l´evidenza: ogni persona e quindi ogni lavoratore vive in
un contesto sociale che non può essere parcellizzato, è un contesto globale ed
implica in prima fila il tema dei diritti e dei doveri.
* * *
Bisogna riconoscere – e per quanto mi riguarda l´ho scritto più volte – che
l´economia globale comporta un trasferimento di benessere dall´area opulenta
all´area emergente e povera. Si potrà gradualizzare entro certi limiti questo
processo, ma è del tutto inutile cercare di arrestarlo.
Il trasferimento può avvenire in vari modi. Uno di essi è l´immigrazione
dall´area povera all´area opulenta, un altro è la de-localizzazione della
produzione e del capitale in senso contrario, un altro ancora consiste nella
ricerca di analoghi trasferimenti di benessere sociale all´interno dell´area
opulenta tra ceti ricchi e ceti poveri, accompagnati da ritmi di produttività
più intensi nelle aree povere affinché la loro dinamica sociale accorci le
distanze con le aree ricche.
Siamo cioè – e non certo per libera scelta – di fronte ad un gigantesco
riassetto sociale di dimensioni planetarie, nel corso del quale bisognerà
tenere ben ferma la barra sui due diritti fondamentali: la libertà e
l´eguaglianza.
Il riassetto sociale è infatti di tali proporzioni da mettere a rischio quei
due diritti. Può cioè dar luogo a forme di governo autoritarie nell´illusione
che solo in quel modo sia possibile governare i processi sociali; e può anche
dar luogo a discriminazioni inaccettabili sul piano dell´eguaglianza.
Purtroppo in Italia si rischia di caricare gli oneri del riassetto sociale
sulle categorie più deboli e di ferire in tal modo sia l´eguaglianza sia la
libertà.
* * *
Nel corso del meeting di Rimini, il giorno prima di Marchionne aveva parlato
Giulio Tremonti. Un discorso ampio, di economia, di finanza e di politica.
L´intervento di Tremonti è stato ampiamente riferito dai giornali e non ci
tornerò sopra, ma c´è un punto che qui m´interessa cogliere: quando il ministro
dell´Economia ha parlato di austerità ricordando che in anni ormai lontani quel
concetto fu patrocinato da Enrico Berlinguer che propose di farne il cardine
d´una nuova politica economica.
È vero, Berlinguer vide con trent´anni di anticipo il grande riassetto sociale
che stava arrivando, ne colse alcune implicazioni che riguardavano la politica
e le istituzioni, decise di orientare in modo nuovo la politica del suo partito
affinché si ponesse alla guida di quel riassetto.
Non fu soltanto Berlinguer a imboccare quella strada. Nel Pci a favore d´una
politica di austerità si schierò Giorgio Amendola, nel sindacato Luciano Lama,
negli altri partiti Ugo La Malfa,
Riccardo Lombardi, Antonio Giolitti, Gino Giugni e Giorgio Ruffolo, Bruno
Visentini. Nella Dc, Ezio Vanoni e Pasquale Saraceno. Insomma la sinistra di
governo e la sinistra di opposizione.
Il richiamo di Tremonti è stato dunque molto opportuno: la sinistra, quella
sinistra, aveva capito in anticipo i tempi e le crisi che si addensavano e ne
vide le conseguenze sulla società italiana.
Tremonti però non ha reso esplicito il significato di quella posizione.
Berlinguer voleva che fosse la sinistra a guidare il riassetto sociale
incombente, per garantire che non fossero solo i ceti più deboli a pagarne il
costo.
Questo aspetto del problema è stato oscurato dal nostro ministro dell´Economia
ed è invece l´aspetto fondamentale.
Se si deve attuare una vasta modernizzazione istituzionale e un trasferimento
di benessere sociale dalle economie opulente verso quelle emergenti; se un così
gigantesco riassetto non può essere disgiunto da un riassetto analogo
all´interno delle aree opulente; è evidente che i più deboli debbono
partecipare in primissima fila a questa operazione. I ceti medi e medio-bassi
non possono essere oggetto del riassetto sociale senza esserne al tempo stesso
il principale soggetto.
Questo è il punto che manca all´analisi di Tremonti e che Marchionne ha
vistosamente omesso come l´ha omesso la Marcegaglia. L´intero
meeting di Rimini su questo punto ha taciuto: omissione tanto più vistosa in
quanto avvenuta in una occasione promossa da una delle principali Comunità
cattoliche, con tanto di benedizione papale e presenze cardinalizie.
Né è accettabile che una così plateale omissione sia giustificata con l´argomento
che l´aspetto politico non riguarda gli operatori economici e gli imprenditori.
Grave errore: l´economia politica ha come tema centrale proprio quello
dell´etica, cioè dei diritti e dei doveri, della felicità e dell´infelicità,
della giustizia e del privilegio.
Una Comunità cattolica dovrebbe mettere al centro delle sue riflessioni questo
tema e porlo ai suoi ospiti. Se non lo fa, diventa una lobby come in effetti Cl
è da tempo diventata.
Repubblica 29.8.10

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