Le recessioni? Colpa delle guerre
I conflitti in Vietnam e Iraq alle origini delle due crisi più gravi
«Politica ed economia sono intimamente legate tra di loro. Gli economisti possono proporre i migliori modelli e le migliori soluzioni tecniche. Tali soluzioni, tuttavia, saranno largamente insufficienti ad evitare crisi sistemiche se il mondo continuerà ad essere in squilibrio e se questo squilibrio sarà il prodotto di azioni militari. Le guerre che si combattono non possono essere considerate solo come fatti accidentali che interferiscono con i problemi economici. Le guerre sono fatti economici che devono essere prese in considerazione dagli economisti, così come le crisi economiche sono fatti politici che devono essere tenute in considerazione dalla politica».
Non potrei essere più d’accordo e consiglio a tutti — e in
particolare a coloro che, non essendo politologi o economisti o esperti di
relazioni internazionali, sentono il bisogno di raccapezzarsi nell’intricata
storia economica e politica mondiale dal dopoguerra ad oggi — il recente
libretto di Innocenzo Cipolletta ( Banchieri, politici e militari. Passato e
futuro delle crisi globali, Laterza). È una lettura istruttiva, e la
fantapolitica del quinto capitolo, divertente ma un po’ amara, serve a
lanciare, nel sesto, il messaggio più personale dell’autore, le ragioni di una
speranza.
La lettura è agevole non soltanto perché Cipolletta scrive in modo piano e
fornendo al lettore le nozioni indispensabili per seguire il suo ragionamento,
ma soprattutto perché segue uno schema logico, che espone sin dall’Introduzione
e rielabora a più riprese nel corso del saggio. Il libro consiste nell’analisi
di due crisi internazionali. Quella che concluse i trent’anni gloriosi del
dopoguerra (così li chiamano i francesi), vide la quadruplicazione dei prezzi
del petrolio nel 1973 e l’ulteriore raddoppio nel 1980-81, seguiti dal doloroso
adattamento mondiale a questa violenta modificazione nei termini di scambio nel
corso degli anni Ottanta. E quella nella quale siamo tuttora immersi, provocata
dall’esplosione della bolla finanziaria dei mutui ipotecari americani,
inasprita dal fallimento della Lehman Brothers e sfociata nella recessione
economica dei Paesi di capitalismo avanzato.
Lo schema logico che sorregge l’analisi di entrambe le crisi è il seguente: «Le
guerre hanno pesato sensibilmente sulle politiche di bilancio americane, con
risvolti pesanti sui conti pubblici. Questi disavanzi hanno sostenuto
l’economia e contribuito a produrre squilibri nei conti con l’estero. Tali
squilibri hanno potuto protrarsi nel tempo grazie al ruolo di riserva del
dollaro, che ha costituito un rifugio per l’eccesso di riserve dei Paesi
esportatori. Il protrarsi degli squilibri ha generato forti afflussi di
liquidità sul mercato finanziario internazionale e ciò ha prodotto bolle
speculative. Lo scoppio delle bolle ha generato, a sua volta, crisi e
recessioni».
Che le guerre sostenute dagli Stati Uniti abbiano avuto un notevole ruolo nel
provocare situazioni di instabilità finanziaria, in alcuni casi esplose in
crisi gravi, credo sia fuori discussione. Ma Cipolletta converrà che non si
tratta di un ruolo unico e altri fattori hanno giocato. Si può anche capire che
un Paese, autoinvestitosi della missione di difensore del mondo libero,
ritenesse giusto sfruttare il privilegio di avere come moneta propria la
principale moneta di riserva internazionale per far pagare le proprie guerre
anche ai cittadini degli altri Paesi, in tal modo generando debito e
instabilità finanziaria. Ma c’è modo e modo, misura e misura. Limitiamoci alla
seconda guerra irachena, quella di Bush figlio: nel generare i disavanzi che
sono all’origine delle turbolenze finanziarie successive non ha forse giocato,
oltre alla guerra, quel forte taglio delle tasse per i ceti più abbienti che
era parte integrante di un programma elettorale di natura esclusivamente
interna? Non fare pagare interamente la guerra ai propri cittadini può anche
essere giustificato, anche se sarebbe il caso di chiedere ai cittadini degli
altri Paesi se vogliono farsi «difendere» in quel modo (in Vietnam, in Iraq?);
rinunciare a risorse interne per tagliare le tasse ai ricchi mi sembra meno
giustificabile. Più in generale, e come l’autore più volte ribadisce, esiste un
ovvio conflitto di interessi quando la moneta di riserva internazionale è anche
la moneta di un singolo Paese.
E converrà anche, Cipolletta, che il modo in cui nelle due crisi analizzate si
è sviluppata la sequenza prima descritta, quella che va dalla guerra
all’esplosione della crisi, è stato piuttosto diverso e non ha seguito il
profilo indicato per entrambe nell’Introduzione. Nella seconda è vero che
l’eccesso di liquidità interna e internazionale, gestita da un sistema
finanziario in cui erano stati soppressi controlli seri, ha generato bolle
speculative in successione, di cui l’ultima e la più grave, scoppiando, ha
prodotto la grave crisi economica nella quale siamo tuttora impelagati. Ma
faccio fatica a vedere bolle speculative vere e proprie all’origine della crisi
del 1975. Vedo il crollo del sistema dei cambi fissi, vedo l’inflazione, finché
un cartello quasi monopolistico di Paesi esportatori di petrolio — per
recuperare la perdita del potere d’acquisto del dollaro — quadruplica il prezzo
e poi lo raddoppia ancora sette anni dopo: è questo che affossa l’età dell’oro
in cui i Paesi di capitalismo avanzato avevano vissuto per quasi trent’anni. Se
ci si limita all’origine della crisi, alla presenza e al ruolo delle bolle, ci
sono più analogie tra la crisi presente e quella del 1929 che non con quella
del 1975, come tanti hanno notato.
Cipolletta converrà con queste osservazioni, o quantomeno vorrà discuterne,
perché esse non intaccano il significato delle sue tesi, sia quella particolare
sul ruolo delle guerre Usa nel creare condizioni di instabilità finanziaria,
sia e soprattutto quella più generale, sul ruolo di fattori politici,
internazionali e interni, nello spiegare fenomeni economici.
È per ribadire queste tesi che l’autore si lancia nel penultimo capitolo in un
esercizio di fantapolitica: fa così anche Robert Reich in un bellissimo libro
che l’editore Fazi tradurrà fra poco, Aftershock, e in entrambi i casi
l’effetto è illuminante, in quello di Cipolletta anche amaramente comico. Dopo
la seconda presidenza Obama, Sarah Palin vince le elezioni presidenziali. Alla
fine del suo primo mandato, e alle soglie delle successive elezioni — siamo
dunque nell’autunno del 2020 — Sarah espone la sua visione politica ed
economica in una intervista che concede a Cipolletta ed è riportata nel quinto
capitolo. Nel sesto e ultimo Cipolletta le contrappone la propria. Per un’opera
di fiction, come per la recensione di un film, il finale non si racconta, non
si anticipa chi è l’assassino. Per stuzzicare il lettore mi limito a dire che Cipolletta
infarcisce il discorso di Sarah con numerose citazioni tratte dal libro La
paura e la speranza di Giulio Tremonti, con effetti esilaranti del tutto
intenzionali.
Corriere della Sera 14.10.10

Precedente: Pico: eros e violenze non solo memoria

