Le ragioni ritrovate del pensiero critico
La crisi del capitalismo alimenta la crescita in Europa di un inquietante e autoritario populismo. Ma apre anche inediti spazi per una politica che tenda al suo superamento.
Slavoj Zizek è un torrente in piena difficile da incanalare quando parla.
Inizia con estemporanee impressioni sulla vita in una città un po' metropoli un
po' paesotto di provincia come è Roma e ci si ritrova, non si sa come, a
Copenaghen e commentare i risultati del summit lì tenuto sul cambiamento climatico.
L'intervista nasce dopo la lettura del suo nuovo libro - Dalla tragedia alla farsa, Ponte delle Grazie (pp. 205, euro 15) -, che poco o nulla concede però alla sua eclettica ricerca della provocazione sulle aporie del capitalismo contemporaneo. Scritto con stile sobrio, analizza il mondo dopo la crisi economica e la tendenza di molti governi a intervenire, attraverso il finanziamento dei debiti delle banche e delle grandi imprese finanziarie, per evitare ciò che solo fino a pochi anni fa sembrava il plot di un inimmaginabile film di fantascienza sul il crollo del capitalismo.
Con il suo nuovo libro vuole tuttavia prendere le distanze dalle posizioni teoriche di molti studiosi marxisti che hanno sempre visto il neoliberismo come una parentesi che prima o poi sarebbe stata sostituita da una realtà sociale e politica più consona alle leggi economiche, concedendo così pochi spazi ai rentiers che si sono arricchiti con le follie speculative degli ultimi decenni.
Per Zizek, il neoliberismo è stata invece una vera e propria
controrivoluzione che ha cancellato la costituzione materiale e formale uscita
dalla seconda guerra mondiale dove il capitalismo era sinonimo di democrazia
rappresentativa. Agli inizi del terzo millennio, la controrivoluzione ha però
finito il suo mandato, aprendo spazi a una politica radicale - Zizek, in
sintonia con il filosofo francese Alain Badiou la chiama enfaticamente «ipotesi
comunista» - che deve però avere il coraggio di sperimentare ordini del
discorso comprensibili.
Il filosofo sloveno non chiude però gli occhi sul fatto che i segnali
proveniente da tutta Europa danno in ascesa proprio a una destra populista che
conquista consensi laddove i partiti socialdemocratici erano tradizionalmente
forti, come in Olanda, Norvegia, Svezia. E ironico è anche con i democratici e
radical statunitensi, che «negli Stati Uniti, dopo aver salutato l'elezione di
Obama alla Casa Bianca come un evento divino, ora si dilettano a discutere se
sia politicamente più incisivo Avatar di James Cameron o The Hurt Locker di
Kathryn Bigelow».
In un suo articolo lei ha lanciato strali contro «Avatar», definendolo un
film impolitico. Eppure nel film di Cameron ci sono forti richiami tanto alla
guerra in Iraq o alla distruzione della foresta amazzonica: in entrambi i casi
i cattivi sono le multinazionali.....
Il film di James Cameron è piacevole, divertente, un'opera innovativa dal punto
di vista dell'uso delle tecnologie digitali. Non sono però convinto di quanto
sostengono quei critici radicali che negli Stati Uniti sono chiamati l'ala
marxista di Hollywood. Hanno scritto che Avatar mette in scena la lotta di
classe e la lotta dei poveri contro i ricchi per autodeterminare la loro vita.
C'è un pianeta, Pandora, che viene invaso da truppe mercenarie al soldo delle
multinazionali per essere depredato delle sue risorse naturali, mettendo così
in pericolo il millenario equilibrio che i viventi hanno stabilito con il
lussureggiante ecosistema. Possiamo certo stabilire analogie con quanto le
multinazionali e i paesi imperialisti fanno con la foresta amazzonica o con
l'Iraq o con tutte quelle realtà dove sono ci sono fonti energetiche e materie
prime fondamentali per la produzione della ricchezza. Nel film, gli aborigeni
di Pandora, in nome di una visione olistica del rapporto con la natura, si
oppongono al capitalismo, vincendo alla fine la loro battaglia. Ma la natura è
un prodotto culturale che cambia con il mutare dei rapporti sociali.
Gli esseri umani hanno sempre attinto dalla natura i mezzi per vivere e riprodursi
come specie. Ma così facendo, hanno trasformato la natura. Non è quindi
tornando a un'idealizzata età dell'oro, come invece propone James Cameron, che
si può sconfiggere il capitalismo. Avatar è pura fantasy, affascinante certo,
ma sempre di fantasy si tratta.
Lei ha spesso sottolineato che il populismo sia una malattia del Politico.
Non le sembra invece che il populismo, più che una malattia, sia la forma
politica che meglio di altre si addice al capitalismo contemporaneo?
Fino a una manciata di anni fa veniva affermato che il capitalismo era sinonimo
di democrazia nella sua forma liberale, fondata sulla tolleranza, il
multiculturalismo e il politically correct. Ora, invece, assistiamo a
forze o leaders politici che invocano la mobilitazione del popolo per
combattere i nemici dello stile di vita moderno. Il filosofo argentino Ernesto
Laclau ha analizzato a fondo la logica del populismo, sostenendo che ne esiste
una variante di sinistra e una variante di destra. Compito del pensiero critico
consisterebbe nell'evitarne la deriva a destra. Non sono d'accordo con questa
posizione. In primo luogo, il populismo è sempre di destra. Inoltre il popolo
è, come la natura, un'invenzione. Laclau ritiene che per farlo diventare realtà
occorre immaginare un universale che racchiuda e superi le differenze al suo
interno. Da qui la necessità di individuare un nemico che impedisce la
costituzione del popolo. Non è un caso quindi che la forma compiuta del
populismo sia l'antisemitismo, perché indica un nemico che vive tra noi. Lo
stesso fanno i populisti contemporanei quando indicano nei migranti la quinta
colonna tra noi.
D'accordo con lei che il populismo indirizza il conflitto verso nemici di
comodo per occultare il regime di sfruttamento del capitalismo. Questo vuol
dire che occupa uno spazio politico abbandonato, ad esempio, dalla sinistra.
Come rioccupare dunque quello spazio?
Walter Benjamin ha scritto che il fascismo emerge laddove una rivoluzione è
stata sconfitta. Un concetto che applicato alla realtà contemporanea spiega il
fatto che il populismo emerge quando l'ipotesi comunista, che non coincide con
il socialismo reale, è stata cancellata dalla discussione pubblica. Nel
frattempo, nel tollerante capitalismo contemporaneo assistiamo a campagne
mediatiche contro i migranti, perché attentano alla nostra sicurezza. Oppure
siamo stati storditi da intellettuali che, come Bernard Henri-Levy, discettano
a lungo sulla superiorità della civiltà occidentale e sul pericolo del
rappresentato dal fondamentalismo islamico, qualificato come islamo-fascismo.
Credo tuttavia che ci siano forti punti di contatto tra l'ideologia liberale e
il populismo: entrambi sono pensieri politici che ritengono lo stile di vita
capitalistico occidentale come l'unico mondo possibile. I liberali, in nome
della superiorità della democrazia, i populisti in nome dell'unico stile di
vita che il popolo si dà. Ci sono anche differenze. I liberali sono per
imporre, anche con le armi, la democrazia e la tolleranza a chi democratico e
tollerante non è; i populisti vogliono invece annichilire con forme soft di
pulizia etnica le diversità culturali, sociali, di stile di vita. Può prevalere
la democrazia liberale o il populismo a seconda delle specificità locale del
capitalismo. Il populismo è quindi una delle forme politiche del capitalismo
globale, ma non è l'unica. Anche se devo dire che il vostro Silvio Berlusconi,
spesso giudicato come un guitto o un personaggio da operetta, è invece un
leader politico da studiare con attenzione, perché cerca di coniugare
democrazia liberale e populismo.
Silvio Berlusconi sta tuttavia accelerando una tendenza presente in tutto i
sistemi politici democratici. Il suo operato punta infatti a modificare
l'equilibrio dei poteri - legislativo, esecutivo, giudiziario - a vantaggio
dell'esecutivo, in maniera tale che sia l'esecutivo sussuma sia il potere
legislativo che quello giudiziario, ma senza cancellare i diritti civili e
politici. Le elezioni sono considerate solo un sondaggio sull'operato
dell'esecutivo. Se Berlusconi le perde, invoca allora la sovranità popolare da
lui rappresentata. La forma politica che propone è sì una miscela tra
democrazia e populismo, sebbene la sua idea di democrazia sia una democrazia
postcostituzionale che fa dell'invenzione del popolo il suo tratto distintivo.
Tutto ciò rende l'Italia, più che un paese anomalo, un inquietante laboratorio
politico dove viene sviluppata una democrazia postcostituzionale. Da questo
punto di vista, in Italia si sta costruendo il futuro dei sistemi politici
occidentali...
Cosa intende per postcostituzionale?
Una democrazia che fa carta straccia della antica divisione e equilibrio tra
potere esecutivo, legislativo e giuridico. Equilibrio dei poteri definito da
tutte le costituzioni europee e dal «Bill of Rights» statunitense.....
In Europa tutto ciò è chiamato postdemocrazia. Certo, Silvio Berlusconi vuole
superare la democrazia rappresentativa che abbiamo conosciuto nel capitalismo.
Per questo è un leader politico che più di altri, penso al presidente francese
Nicolas Sarkozy, ha una vision molto più chiara della posta in gioco nel
capitalismo. Questo vuol dire che è più pericoloso di altri esponenti della
destra europea o statunitense. Non ci troviamo quindi di fronte a un
personaggio da operetta, che va a donne e promulga leggi ad personam. C'è anche
questo. La tragedia presenta sempre momenti da operetta. C'è però tragedia
quando si manifestano conflitti radicali, dove non c'è possibilità né di
mediazione né di salvezza. Sarà quindi interessante vedere come evolverà la
situazione italiana, che non rappresenta, e su questo sono d'accordo con lei,
un'anomalia, ma un laboratorio politico il cui esisto condizionerà tantissimo
il futuro politico dell'Europa. In Olanda, Svezia, Norvegia, Danimarca,
Francia, Inghilterra ci sono infatti forze politiche populiste che raccolgono
sempre più consensi elettorali grazie alle campagne antimigranti che conducono,
ma non hanno quella radicalità che presenta la situazione italiana.
Detto questo non bisogna però sviluppare una visione apocalittica della realtà,
Certo, c'è una guerra civile strisciante nelle società capitaliste;
l'inquinamento ambientale ha raggiunto i livelli di guardia, la democrazia è
ridotta a un simulacro, eppure non tutto è perso. Anzi come dimostra la recente
crisi economica, quando tutto sembra perso si aprono spazi per un'azione
politica radicale, che io chiamo comunista. Prendiamo il recente summit
sull'ambiente tenuto nei mesi scorsi a Copenaghen. L'esito finale più che avere
un esito deludente è stato un disastro politico. Ci sono proposte, sconfitte
nei lavori del summit, che indicano nella salvaguardia dell'ambiente una delle
priorità per salvare il capitalismo. Potremmo pensare a un'alleanza tattica con
chi le porta avanti. La crisi economica ha inoltre richiesto un'intervento
dello stato per salvare dalla bancarotta imprese, banche e società finanziarie.
Ma questo ha significato che il tabù sulla pericolosità dell'intervento
regolativo dello stato è stato infranto. Questo potrebbe rafforzare i socialisti,
cioè coloro che puntano a una redistribuzione del reddito e del potere. Non è
la politica che io amo, ma apre spazi a proposte più radicali. In altri
termini, ritorna forte l'idea comunista di trasformare la realtà. Ciò che
propongo non è un mero esercizio di ottimismo della ragione, bensì la
consapevolezza che ci sono forze e rapporti sociali che possono essere liberati
dalla camicia di forza del capitalismo.
Toni Negri e Michael Hardt pensano che accentuando le caratteristiche del
capitalismo postmoderno si creino le condizioni per il governo del comune, cioè
del comunismo grazie a quelle che definisco le virtù prometeiche della
moltitudine. Più realisticamente penso che occorre organizzare le forze sociali
oppresse per un'azione praticabile nel presente e nell'immediato futuro.
Lei scrive, in sintonia con Alain Badiou, che il comunismo è un'idea eterna.
Una politica «comunista» deve tuttavia ancorarsi a un'analisi dei rapporti
sociali di produzione e delle forme che essi assumono in una contingenza storica.
Si può essere d'accordo o in dissenso con le tesi di Negri e Hardt sul
capitalismo cognitivo, ma i loro scritti segnalano proprio questa necessità.
Altrimenti, il comunismo diventa una teologia politica, non crede?
Non credo che, come fanno Hardt e Negri, che con lo sviluppo capitalista le
forze produttive entrino, prima o poi, in rotta di collisione con i rapporti
sociali di produzione. Occorre infatti agire politicamente affinché ciò accada.
È questa l'eredità di Lenin che non potrà mai essere cancellata. Usciamo però
fuori dai sacri testi e guardiamo al capitalismo reale. Esiste certo uno strato
di forza-lavoro cognitiva, ma anche chi
continua a lavorare in fabbrica e chi, come i migranti, sono ridotti in una
condizione di sottomissione servile nel processo lavorativo. Per non gettare
nella discarica della storia questi «esclusi» o «marginali», serve cioè una
forte immaginazione politica per ricomporre e unire i diversi strati della
forza-lavoro. La teologia è sempre affascinante, ma quando dico che l'idea
comunista è eterna mi riferisco al fatto che è una costante della storia umana
la tensione a superare le condizioni di illibertà e sfruttamento. Per questo,
il comunismo torna sempre, anche quando tutto faceva prevedere che fosse
rimasto definitivamente sepolto sotto le macerie del socialismo reale.
http://www.ilmanifesto.it 13.04.2010

Precedente: La preghiera laica dei poeti

