Le ragioni dei sentimenti. Per una civiltà degli affetti
Le norme sociali impongono un controllo continuo su una sfera che invece deve poter esprimersi liberamente
"Affetti" è la lettura che terrà stasera a Roma, al festival delle
Letterature. Ne anticipiamo una parte.
Tutto ciò che accade ci tocca. Attraverso il filtro della nostra affettività.
Attraverso una rete sottile di emozioni e di passioni che rinviano alla nostra
intimità, ma che si trasformano a seconda del contesto sociale nel quale
viviamo. Affetti ed emozioni parlano in prima persona. Ma si esprimono sempre
all´interno di una trama di significati che sfugge al nostro controllo. Quando
entriamo in relazione con gli altri, non possiamo mai uscirne completamente
indenni. La nostra affettività si scontra con la realtà del mondo. Con la
materialità del nostro corpo. Con la resistenza che gli altri oppongono al
nostro desiderio. E il mondo non esita ad addomesticare la vita obbligandoci,
molto più spesso di quanto non si creda, a reprimere i nostri sentimenti, a
renderci conformi alle aspettative degli altri, a sottometterci al giudizio
della società.
Che si tratti della gioia o del dolore, l´espressione dei nostri affetti
dipende dagli usi e dai costumi della comunità cui apparteniamo. Anche il
piacere e il desiderio non sfuggono mai completamente al rimprovero di coloro
che ci circondano: le nostre emozioni devono emergere rispettando i codici
culturali del gruppo cui apparteniamo. Lo sguardo attento dei nostri genitori,
dei nostri figli, dei nostri partner e dei nostri colleghi ci spinge
all´uniformità. Come conciliare allora autenticità e conformismo, unicità e
identità, passioni e ragioni?
L´affetto è un moto dell´anima. Un movimento spontaneo. È attraverso gli
affetti che ci leghiamo a qualcuno o a qualcosa. Che si tratti di un´azione, di
un evento o di un semplice gesto, tutto quello che facciamo possiede una
coloritura affettiva. La tenerezza, l´attaccamento, la devozione, l´amore, la
rabbia, l´invidia, la gelosia… tutto rinvia all´affettività, ai processi di
strutturazione psichica che cominciano al momento della nascita e si prolungano
poi per tutta la vita. L´affetto si vive, si sente. Più di quanto non si pensi
e non si dica. Anche quando ci sforziamo di tradurre in parole quello che
proviamo. Anche quando la parola cerca di contenere i nostri affetti per
evitare che sfuggano, per investirli della nostra soggettività. Anche quando il
discorso si sforza di "trattenere" l´istante per fornirgli la traccia
di un´iscrizione. Ma come vivere e sentire i propri affetti quando le norme
sociali e familiari sembrano volerli addomesticare?
Le regole le conosciamo tutti. Ognuno di noi sa che, per poter vivere nel
mondo, deve imparare a costruire relazioni durabili e deve opporsi alla vacuità
degli affetti. Ognuno di noi è consapevole che, per non essere considerato
schiavo delle proprie passioni, deve evitare di cedere agli eccessi delle
emozioni, imparando che solo la ragione e l´esperienza ci permettono di
distinguere il Bene dal Male. Crescere significa fondare una famiglia e
accettare le regole del vivere-insieme. Maturare, quando si è una donna,
significa assumere ciò che alcuni continuano a chiamare la "necessità
biologica" del procreare e del prendersi cura dei figli.
(...) La vita è movimento. È nel movimento che ognuno di noi esprime la potenza
del proprio essere e cerca di lasciare una traccia di sé, attraverso i propri
gesti e i propri discorsi. Parole e affetti si incrociano costantemente: parole
che dicono gli affetti; affetti che fanno le parole. «Dietro ogni pensiero si
nasconde un affetto», scriveva Nietzsche. I nostri pensieri sono sempre segni
di un gioco più grande di noi, di una lotta di affetti e di emozioni che non
possiamo controllare. A differenza di Cartesio, secondo il quale la forza
dell´anima consiste nel vincere le emozioni e arrestare i movimenti del corpo
che le accompagnano, Nietzsche considera gli affetti come le radici profonde
del nostro agire.
Il nostro essere al mondo, per Nietzsche, è sempre caratterizzato da mutevoli
tonalità affettive, anche quando non ne capiamo il significato profondo. Lo
stato di servitù nel quale si trova l´uomo non è legato alla dipendenza
emotiva. Al contrario. La servitù è il prezzo che si paga quando ci si illude
di poter controllare i nostri affetti, quando si pensa che la ragione deve
essere sovrana, quando si cerca la saggezza estendendo il dominio del pensiero
chiaro e distinto. «La ragione è e deve essere schiava della passioni», aveva
già detto Hume. La repressione degli affetti ha come conseguenza immediata lo
sviluppo delle nevrosi, spiegherà più tardi Freud.
Vivere significa essere nell´azione, aderire all´esistenza, adottare
un´attitudine particolare. La vita non ha un significato univoco. Ha il senso
che ciascuno di noi è capace di darle. «Ama la vita più del suo senso, e anche
il senso ne troverai», scrive Dostoevskij nei Fratelli Karamazov. Ma come
trovare il senso della vita quando le norme sociali l´addomesticano, quando la
famiglia e la società non permettono ai nostri affetti di emergere liberamente?
È possibile vivere in società senza sradicare definitivamente i nostri affetti?
Ogni essere umano ha un percorso storico complesso. Nessuno di noi è un
semplice agente razionale, capace di scegliere e agire solo dopo aver calcolato
in modo esatto i costi e i benefici delle proprie azioni. Quando entriamo in
relazione con gli altri, lo facciamo sempre a partire dalla nostra interiorità
affettiva. Che piaccia o meno, siamo tutti in balia dei nostri affetti e delle
nostre emozioni. Anche se l´"astuzia della ragione" consiste nel
farci credere che sappiamo sempre, dall´inizio alla fine, ciò che vogliamo,
esiste un´opacità strutturale del nostro desiderio che ci impedisce di sapere
veramente quello che vogliamo, di volere veramente quello che diciamo di
volere.
(...) Nonostante tutto, la questione cruciale che si pone di fronte ognuno di
noi è sempre la stessa: come conciliare ragione e sentimenti? Come contenere i
nostri affetti senza addomesticare la vita? Come vivere in società senza
rinunciare ai nostri desideri? «Ai posteri l´ardua sentenza», scriveva Manzoni.
Cerchiamo, però, di non dimenticare mai che tutto ciò che accade ci tocca, ci
emoziona, è un moto dell´anima, e che, nonostante tutto, dietro ogni pensiero
si nasconde un affetto.
Repubblica 25.5.10

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