Le procure sotto tutela
L´obiettivo è mettere le procure sotto tutela politica, duplicare il Consiglio superiore della magistratura neutralizzandolo
Quando giudichiamo il conflitto fra potere politico e giustizia, conviene
sempre alzare gli occhi, guardare oltre i nostri confini, usare la memoria, per
capire se davvero chi governa ha in mente una soluzione che migliora le cose o
una regressione formidabile, dissimulata dietro finte promesse. La riforma
della giustizia che Berlusconi proporrà giovedì è un caso esemplare, e se
suscita tante apprensioni è perché non scioglie ma accentua i conflitti tra
poteri pubblici, e anzi vuol devitalizzare parte di questi poteri. È una
riforma che non perfeziona ma disprezza il nostro patrimonio giuridico, e
l´idea che i poteri debbano esser molti perché non predomini uno solo. È una
regressione che non solo mortifica la
Carta costituzionale ma è in aperta contraddizione con
princìpi giuridici che l´Unione europea chiede agli Stati di rispettare. Spesso
la regressione avanza in tal modo: presentandosi come rivoluzionaria.
È osservando quel che accade in Francia che l´impressione di un
indietreggiamento italiano si conferma vistosamente. Negli ultimi due mesi il
malcontento dei magistrati francesi si è inasprito, e il loro obiettivo, non
nuovo, si è fatto più che mai nitido: liberare infine pm e procure dal potere
politico.
Succede così che il patrimonio italiano divenga un traguardo, nel preciso
momento in cui Berlusconi vorrebbe ridurre l´indipendenza dei magistrati dalla
politica. Se prima in Europa eravamo considerati all´avanguardia, nella
separazione dei poteri, oggi rischiamo di trovarci in coda. Una miopia radicale
verso il mondo, e l´indifferenza al peso che l´Europa ha nelle nostre vite (con
le sue leggi vincolanti) sono alla radice di quello che può divenire un grave
impoverimento: giuridico, democratico, della memoria.
Alla base di questa miope indifferenza c´è una doppia fallacia. Prima fallacia:
l´idea che in democrazia la sovranità si concentri tutta sul popolo, che elegge
governi e parlamenti non sottoposti al vaglio di poteri terzi. Seconda
fallacia: la finzione di una sorta di autarchia giuridica e politica dello
Stato-nazione, e l´ignoranza di un´Europa già in parte federale, che esercita
sovranità parallele a quelle degli Stati grazie a leggi, politiche comuni,
costumi democratici concernenti anche la separazione dei poteri.
L´idea che solo uno sia il potere decisivo - il popolo - è spesso scambiata con
la democrazia ma non lo è, e l´Europa s´è unita con questa consapevolezza.
L´illusione monolitica è un´eredità del 1789 - meglio: della sua
estremizzazione giacobina, nazionalista - e spiega lo speciale malessere
francese. Nella tradizione giacobina la giustizia non è un istituto
indipendente, nonostante l´articolo XVI della Dichiarazione dei diritti
dell´uomo e del cittadino del 1789: è l´arma del popolo sovrano, dell´esecutivo
che esso elegge. Qui è il suo vizio d´origine, e ancor oggi il pubblico
ministero francese non è al servizio di tutti ma mantiene un rapporto di
dipendenza dal governo.
I magistrati riformatori in Francia non si limitano a invocare autonomia
completa, ma si battono perché il paese interiorizzi la democrazia
costituzionale di cui l´Europa è levatrice. È in questo quadro che reclamano
un´autentica Corte costituzionale, e soprattutto l´indipendenza del pubblico
ministero. Spetta a quest´ultimo l´obbligo di esercitare l´azione penale, come
imposto dall´articolo 112 della nostra Costituzione: non alla politica, come
accade a Parigi e come Berlusconi vorrebbe in Italia. Il 15 dicembre scorso la Corte di cassazione
francese, interpellata sulla custodia cautelare, ha giudicato che «il pubblico
ministero non è un´autorità giudiziaria indipendente», visto che "non
garantisce l´indipendenza e l´imparzialità prescritte dalla Convenzione europea
dei diritti dell´uomo", e dalla Convenzione Ocse sulla corruzione. Non a
caso chi auspica l´autonomia dei pm comincia, in Francia, col cambiare le
parole costituzionali. Nel titolo VIII appare l´"autorità
giudiziaria". Molti (tra loro l´associazione Terra Nova, in un recente
rapporto) esigono che il termine autorità sia sostituito da "potere
giudiziario".
Con secoli di ritardo Parigi riscopre dunque la separazione dei poteri di
Montesquieu, si libera del giacobinismo, è stanca di ridurre la democrazia al
suffragio universale: «In Francia - dice il rapporto di Terra Nova - la
giustizia non è più il potere indipendente, guardiano della libertà
individuale, descritto da Montesquieu. È sotto tutela dell´esecutivo». Tanto
più è soggetta «all´influenza di interessi privati e partigiani. È una
giustizia parziale, a due velocità: clemente verso chi è protetto
dall´esecutivo, sempre più speditiva verso chi non è protetto». È pensando con
severa memoria la propria storia che i magistrati francesi si ribellano. Solo
una Corte costituzionale e un pubblico ministero indipendenti possono divenire
punti fermi, più durevoli delle mutevoli maggioranze. I governi sono mortali,
in democrazia. Non la
Costituzione e la giustizia.
Non è solo la storia nazionale a entrare in gioco, abbiamo visto, ma l´Europa
che delle varie memorie ha fatto tesoro, trascendendole. È quest´ultima a
preconizzare una giustizia più indipendente, prescrizioni non di comodo, infine
la riforma più desiderata dagli italiani: processi più brevi per tutti, non per
uno o per pochi. In particolare - lo ricordano da anni il giurista Bruno Tinti
e Marco Travaglio - l´Europa chiede che le carriere del giudice e del pm non
siano separate: che «gli Stati, ove il loro ordinamento giudiziario lo
consenta, adottino misure per consentire alla stessa persona di svolgere le
funzioni di pm e poi di giudice, e viceversa», per «la similarità e
complementarietà delle due funzioni» (raccomandazione della Commissione
anticrimine del Consiglio d´Europa, 30-6-00).
Nella riforma Berlusconi sono assenti queste norme costituzionaliste, ed è il
motivo per cui di regressione si tratta. L´obiettivo è mettere le procure sotto
tutela politica, duplicare il Consiglio superiore della magistratura
neutralizzandolo, staccare la polizia giudiziaria dai pm assoggettandola al
solo potere politico (forse la misura più pericolosa, perché in tal modo il
governo ha in mano le chiavi per chiudere e aprire un processo penale). Ed è
separare le carriere del pm e del giudice per degradare il pm a "avvocato
dell´accusa", più vicino per cultura all´avvocato della difesa che al
giudice: mentre con l´ordinamento attuale il pubblico ministero è tenuto a
considerare anche gli elementi a discarico, non solo quelli a carico
dell´imputato. Qui è la ragione prima per cui separare le carriere è un
rischio. È un vero insulto ai Pm, spiega Tinti: "Il Pm tutela gli
interessi della collettività, l´avvocato quelli del suo cliente. Per il Pm non
è importante che l´imputato venga condannato; è importante che il colpevole
venga condannato. L´avvocato difensore, lui sì, è uomo di parte", avendo
per obbligo quello di " far assolvere il cliente oppure fargli avere la
pena più ridotta".
Quel che ci si domanda è come mai l´Europa, pur avendo leggi e princìpi, conti
così poco. In realtà essa difende i princìpi con estrema forza prima
dell´adesione: i candidati devono avere giudici indipendenti e separazione dei
poteri (se l´Italia fosse oggi candidata, certo non entrerebbe). Questo
dicevano i criteri di Copenhagen fissati nel ‘93 per l´ammissione dei paesi
dell´Est: i criteri non erano solo economici (esistenza di un´affidabile
economia di mercato) ma anche politici e giuridici (presenza di istituzioni
stabili che garantiscano la democrazia, stato di diritto, diritti dell´uomo,
rispetto-tutela delle minoranze). Ancor più stringenti sono i criteri nel caso
della Turchia.
Con i paesi che sono già nell´Unione, invece, l´Europa è intimidita, inerte.
Varcata la porta d´ingresso solo i parametri economici pesano, diventando
addirittura un ombrello che ripara gli autoritarismi. Quanto più sei dentro, e
rispetti i parametri finanziari, tanto più sei libero di fare quel che ti pare
con la democrazia. Se solo volesse, l´Europa potrebbe agire, arginare. Il
Trattato di Lisbona agli articoli 6 e 7 prevede interventi e sanzioni
dell´Unione per quei Paesi dell´Unione in cui si verifichino gravi rischi per
la democrazia e per la libertà. Ma sinora gli articoli non sono stati invocati
né tantomeno applicati all´Italia. Eppure i rischi ci sono ormai davvero e sono
seri. Si parla molto dell´assenza di anticorpi, in Italia. Ma l´Europa ha gli
stessi difetti, pur possedendo strumenti e leggi per salvaguardare le proprie
democrazie.
Repubblica 9.3.11

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