Le parole possono cambiare il mondo
Il potere della parola, arma potente dell’uomo normale.
Spesso mi si chiede come sia possibile che delle parole
possano mettere in crisi organizzazioni criminali potenti, capaci di contare su
centinaia di uomini armati e su capitali forti. E come è possibile – questa
domanda mi viene ripetuta spessissimo, soprattutto all´estero – che uno
scrittore possa mettere in crisi organizzazioni capaci di fatturare miliardi di
euro l´anno e di dominare territori vastissimi?
È complicato dare una sola risposta e, in verità, l´unica risposta che mi viene
in mente, la più plausibile è che sia proprio la diffusione della parola a
mettere paura. Non è lo scrittore, l´autore, non è neanche il libro in sé, né
la parola da sola, che riesce ad accendere riflettori e per questo a mettere
paura. Quello che realmente spaventa è che si possa venire a conoscenza di
determinati eventi e, soprattutto, che si possano finalmente intravedere i
meccanismi che li hanno provocati. Quel che spaventa è che qualcuno possa
d´improvviso avere la possibilità di capire come vanno le cose. Avere gli
strumenti che svelino quel che sta dietro. E soprattutto avere la possibilità
di percepire determinate storie come le proprie storie. Non più come storie
lontane, non più come vicende geograficamente distanti, ma come facenti parte
della propria vita.
Qualcuno può credere che questa sia una visione troppo mediatica e quindi
distante dalla realtà. Ma non è così. Molti episodi dimostrano che
l´attenzione, anche degli intellettuali e degli artisti, data alle
organizzazioni criminali e a quello che accade intorno a loro ha realmente
cambiato le cose e il destino di molte persone. La storia di Giuseppe
Impastato, giornalista ucciso a Cinisi in Sicilia nel 1978, ne è un esempio.
Quando Impastato fu ucciso, l´opinione pubblica venne inconsapevolmente
condizionata dalle dichiarazioni che provenivano da Cosa Nostra. Che si fosse
suicidato in una sottospecie di attentato kamikaze per far saltare in aria un
binario. Questa era la versione ufficiale, data anche dalle forze dell´ordine.
Poi, dopo più di vent´anni, esce un film, I cento passi, che non solo recupera
la memoria di Giuseppe Impastato - ormai conservata solo dai pochi amici, dal
fratello, dalla mamma - ma, addirittura, la rende a tutti, come un dono. Un
dono allo stato di diritto e alla giustizia. Questa memoria recuperata arriva a
far riaprire un processo che si chiuderà con la condanna di Tano Badalamenti,
all´epoca detenuto negli Stati Uniti. Un film riapre un processo. Un film dà
dignità storica a un ragazzo che invece era stato rubricato come una specie di
matto suicida, un terrorista.
È successo per molte persone. Pippo Fava, giornalista de I Siciliani, una
rivista che stava dando molto fastidio a Cosa Nostra, viene ucciso mentre sta
andando a prendere la nipotina a teatro. Gli sparano in testa, lo sfregiano.
Gli omicidi delle organizzazioni criminali hanno sempre una sintassi simbolica.
Sparare in faccia, per esempio, ha un significato diverso rispetto a sparare al
petto. A Pippo Fava lo sfregiano, gli sparano alla nuca e pochissime ore dopo
iniziano a diffondere la notizia, che poi diventerà la versione ufficiale nella
società civile catanese - o forse bisognerebbe definirla incivile - che era
stato ucciso perché «puppo», ovvero omosessuale, come dicono in Sicilia. Perché
aveva messo le mani addosso a dei ragazzini fuori dalla scuola. Si erano
inventati questa balla per delegittimarlo, per suscitare fastidio al solo
pronunciare il suo nome. Per suscitare quella sensazione di diffidenza nelle
persone, che trova terreno fertile in simili circostanze.
Chiunque si occupi di mafie sente questa melma intorno a sé: la melma della
diffidenza. Io ci convivo da anni; dal primo giorno. Va di pari passo con la
mia quotidianità sentire diffidenza, soprattutto quella degli addetti ai
lavori, infastiditi spesso per il solo fatto che sei arrivato a molte persone.
Questo, soprattutto, a intellettuali e giornalisti non torna. «Come mai sei
arrivato a tante persone?» In un Paese dove chi arriva a tanti spesso è sceso a
patti con qualche potere o ha scelto di compromettere le proprie parole. «Dove
hai tradito? Dove ti sei venduto? Con chi ti sei alleato?». Il cinismo degli
addetti ai lavori è sempre questo: arrivare a un pubblico vasto di lettori, di
ascoltatori, di osservatori, significa tutto sommato accettare i codici più
bassi, più biechi della comunicazione.
Ebbene, le organizzazioni criminali non sono tanto diverse nel valutare e nel
delegittimare i propri nemici. Le organizzazioni criminali hanno necessità di
portare avanti un assioma: chi è contro di noi lo fa per interesse personale.
Chi è contro di noi sta diffamando il territorio, perché noi non esistiamo come
loro ci raccontano. Chi è contro di noi è pagato da qualcuno per essere contro
di noi. E, nella migliore delle ipotesi, sta facendo carriera personale su di
noi.
Le parole, quando arrivano a molte persone, quando raccontano di certi poteri,
diventano assai pericolose. Assai pericolose perché il rischio è che a
difenderle debba essere il tuo corpo, il tuo sangue, la tua stessa carne. È
successo a moltissimi scrittori, a moltissimi giornalisti. L´Italia ha una
caratteristica che in genere, quando raccontano di noi, non viene riportata:
l´Italia è un Paese cattivo. Molto cattivo. Perché è un Paese dove è difficile
realizzarsi, dove il diritto sembra un privilegio.
La storia dell´antimafia spesso è una storia di enormi cattiverie e quando me
ne rendo conto non riesco a capire come sia possibile, di fronte a delle
vicende tragiche e tutto sommato chiare. La morte di don Peppe Diana, per
esempio. La morte di un uomo, un ragazzo, ammazzato poco più che trentenne, sul
cui conto, per anni, si è detto di tutto. Che fosse stato ucciso per presunte
relazioni con delle donne, che avesse collaborato con un clan. Che era morto
perché anche lui colluso e non perché aveva scritto un documento, Per amore del
mio popolo non tacerò, che aveva dato molto fastidio ai poteri criminali. In
quel documento, don Diana, segnalava la strada che avrebbe seguito in quanto
prete di Casal di Principe. Lì dichiarava quale fosse il compito di un prete in
quelle terre, cioè raccontare, denunciare e, appunto, non tacere.
La morte, così, diventa la garanzia che ciò che hai detto e fatto è vero, o
quantomeno che ci hai creduto sino in fondo. Questo mio è un ragionamento
difficile da capire e mi rendo conto che chiedo uno sforzo enorme a chi mi sta
leggendo. Però è uno sforzo che vale la pena fare per capire come funzioni il
meccanismo della parola. Anna Politkovskaja, scrittrice e giornalista russa,
viene uccisa e il giorno stesso della sua esecuzione il marito dichiara di
provare, oltre a un profondo dolore, anche un sentimento di serenità, quasi di
sollievo. Stupisce tutti. Perché serenità? Perché sollievo? Com´è possibile?
«Perché so», spiega lui «che almeno con la morte non potrà più essere
diffamata». Pochi giorni prima che Anna morisse, avevano tentato di sequestrarla,
per narcotizzarla e farle delle foto erotiche da diffondere sui giornali di
gossip. Di fronte a una delegittimazione del genere puoi invocare solo la
morte. Chi lavora con le parole, con le parole che spaventano certi poteri, sa
benissimo che quegli stessi poteri non possono consentire che tu abbia
contemporaneamente autorevolezza e vita. O l´una o l´altra. Se hai la vita non
hai l´autorevolezza, se hai l´autorevolezza non hai la vita.
Tantissimi scrittori e magistrati si sono trovati nella necessità di dover
scegliere. Io stesso ho avuto a che fare, in questi anni, con molti magistrati
che hanno affrontato la paura, il terrore di dover morire ma ancor più di
essere delegittimati. Come si può salvare la parola da questa terribile doppia
condanna? Facendo sì che non appartenga più a una singola persona. La parola,
se smette di essere mia, di altri dieci, di altri quindici, di altri venti e
diventa di migliaia di persone, non si può più delegittimare, perché anche se
si delegittima me quelle parole sono già diventate di altri. E se anche si
dovesse eliminare fisicamente la persona che per prima le ha pronunciate,
sarebbe comunque troppo tardi.
So bene che si rischia di essere tacciati di eccessivo romanticismo se si
pronunciano espressioni come «parola usata da molti», «parola contro il
potere». Ma sono convinto che far diventare concreta una parola significhi
innanzitutto consentirle una piena realizzazione nel quotidiano. E affinché la
parola diventi realmente efficace contro le mafie non deve concedere tregua. Il
grande sogno che hanno alcuni scrittori è quello che le loro parole possano
mutare la realtà, che le loro parole, magari nel tempo, possano effettivamente
indirizzare il percorso umano verso nuove strade. Certo mi rendo conto che
nessuno può isolare il momento esatto in cui Dostoevskij o Tolstoj hanno
modificato, indirizzato o semplicemente suggestionato il pensiero umano. Non è
che un mese dopo l´uscita dei loro scritti qualcosa immediatamente sia
cambiato. Nessuno può dire quale sia il peso reale della Metamorfosi di Kafka
oppure delle parole di Ovidio. Nessuno può dire quanto abbiano reso migliori o
peggiori o indifferenti gli esseri umani.
Ma chi ha la possibilità e lo strano e drammatico privilegio di vedere le
proprie parole agire nella realtà, quando ancora è in vita, quando ancora il
suo libro è caldo, allora questo scrittore può accorgersi di quanto
effettivamente il peso specifico delle sue parole stia entrando nella
quotidianità, contribuendo a modificare i comportamenti delle persone. Quando
questo accade ti rendi conto che il potere reale che hanno le parole è davvero
infinito, ancor di più perché è un potere anarchico. Un potere che si basa
sulla condivisione e sulla persuasione non è più un potere e la parola, quando
viene accolta, non suscita più diffidenza e paura. E quando questo accade,
significa che qualcosa sta cambiando, che qualcosa è già cambiato, che nessuno
può più permettersi di ignorare certi argomenti, di relazionarsi a certi
territori e a certe logiche.
Io vengo da una terra complicata dove ogni cosa è gestita dai poteri criminali.
Tutto è a loro sottoposto e tutto è loro espressione, dalla sessualità alla
cronaca locale. Ed è proprio partendo dalla cronaca locale che ho voluto
raccontare il mio territorio per mostrare che esiste un modo di raccontare
giorno per giorno la cronaca, nelle edicole, sui giornali che poi arriveranno
nei bar, che circoleranno nelle salumerie, dai barbieri, che aderisce
completamente al linguaggio e alle logiche delle organizzazioni criminali.
Si dirà che sono giornali che hanno tirature molto basse e diffusione limitata
a quelle zone. Ma è esattamente in quelle zone che loro devono circolare. È lì
che devono comunicare, costruire opinioni e far aderire il lettore alle logiche
di camorra. È lì che deve essere considerato normale che un pentito venga
definito infame. Che chi muore combattendo le organizzazioni criminali venga
immediatamente riportato alla sua dimensione mediocre di uomo come tutti.
Perché chi si oppone - secondo la loro ottica - non si sta opponendo al sistema
di cose, si sta opponendo perché vuole guadagnare di più, perché vuole spazio
maggiore. Si è pentito perché non è diventato capo. Ci sta denunciando perché
non l´abbiamo fatto guadagnare, perché vuole prendere il nostro posto. Ne sta
scrivendo perché non ha il fegato o le capacità per diventare uno di noi e
allora fa l´anticamorrista.
L´elemento fondamentale per questi poteri è dimostrare che tutti abbiamo vizi,
tutti siamo sporchi, tutti seguiamo due cose: il potere, e dunque fama e
denaro, e le donne. O gli uomini, naturalmente. Segnalare che si possa non
essere santi o eroi, ma uomini diversi, con tutte le contraddizioni del caso,
questo, invece, dà fastidio, mette paura, perché sarebbe come ammettere che si
può cambiare anche senza dover compromettere la propria vita o dover
raggiungere chissà quali gradi di perfezione o sacrificio. Che non si può
essere, non si deve essere soltanto marci, soltanto disposti ad accettare il
compromesso.
Molti chiedono a chi si pone contro le organizzazioni criminali perché lo
faccia. C´è un corridore, un atleta, un recordman dei cento metri, a cui hanno
chiesto una volta perché avesse deciso di correre. E la sua risposta è la
risposta che io do a me stesso e a chi ogni volta mi chiede perché mi occupi di
certi temi e perché continui a vivere questa vita infernale. A questo corridore
chiesero: «Ma perché corri?» E lui rispose: «Perché io corro? … perché tu ti
sei fermato?».
Anche a me piace rispondere così. Quando mi chiedono perché racconto, rispondo
semplicemente: «… e perché tu non racconti?».
http://www.repubblica.it 25.03.2010

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