Le parole per battere la mafia
L'intervento agli stati generali di Libera: è il momento di dire quello che conosciamo
Da anni ci interroghiamo su questo male che non viene
estirpato, la mafia: in particolare sulla lunga storia di trattative fra una
parte dello Stato e la malavita, con poteri occulti che mediano fra due potenze
facendone entità paragonabili. Anche per il potere della malavita, non solo per
il potere legale, dovrebbero valere le parole di Montesquieu: «Chiunque abbia
potere è portato ad abusarne; egli arriva sin dove non trova limiti. Perché non
si possa abusare del potere occorre che il potere arresti il potere».
Forse però è venuto il momento di dire quello che sappiamo, e non solo di farci
domande. Di dire, come fece Pasolini il 14 novembre 1974 a proposito delle trame
eversive italiane, che in realtà: noi sappiamo. Sono anni che sappiamo, anche
se non abbiamo tutte le prove e gli indizi. Sappiamo che le trattative sono
esistite, prolungandosi fino al 2004. Sappiamo che viviamo ancor oggi - con le
leggi che ostacolano la lotta alla mafia, con lo scudo fiscale che premia
l’evasione - sotto l’ombra di un patto. Sappiamo il sangue che mafia, camorra,
’ndrangheta hanno versato lungo i decenni. Sappiamo il sacco di Palermo, e di
tante città: sacco che continua. Sappiamo che l’Italia si va sgretolando
davanti a noi come fosse un castello che abbiamo accettato di fare di carta,
anziché di mattoni e di buon cemento non fornito dalla mafia - sì, noi
l’abbiamo accettato, noi che eleggiamo chi ha il potere di favorire o frenare
la malavita. Sappiamo che basta leggere le sentenze - anche quelle che
assolvono gli imputati per mancanza di prove o, peggio, per prescrizione - per
conoscere le responsabilità di politici che, per aver conquistato e mantenuto
il potere grazie alla malavita, non dovrebbero essere chiamati coi nomi,
nobili, di rappresentanti del popolo o di statisti.
Tutte queste cose, come avviene nei paesi che vivono sotto il giogo di un
potere totalitario, le sappiamo grazie a persone che hanno deciso di
denunciare, di testimoniare, e non solo di testimoniare ma di rimboccarsi le
maniche e cominciare a costruire un’Italia diversa: tra i primi l’associazione
Libera, e i giudici che hanno indagato su mafia e politica sapendo che
avrebbero pagato con la vita, e uomini come Roberto Saviano, e giornalisti che
esplorano le terre di mafia come Anna Politkovskaja esplorava, sapendo di essere
mortalmente minacciata, gli orrori della guerra russa contro i ceceni.
Sono i medici dell’Italia. Ma medici che osservano un giuramento di Ippocrate
speciale, di tipo nuovo: resta il dettato che comanda l’azione riparatrice,
risanatrice. Nella sostanza, l’obbligo di non nuocere, di astenersi da ogni
offesa e danno volontario. Ma cade il comandamento del segreto, vincolante in
Ippocrate, che comanda: «Tutto ciò ch’io vedrò e ascolterò nell’esercizio della
mia professione, o anche al di fuori della professione nei miei contatti con
gli uomini, e che non dev’essere riferito ad altri, lo tacerò considerando la
cosa segreta».
Il paragrafo del giuramento cade, perché troppo contiguo alla complicità, al
delitto di omertà: questa parola che offende e storpia la radice da cui viene e
che rimanda all’umiltà, all’umirtà. La vera umiltà consiste nell’infrangere il
segreto, nel far letteralmente parlare le pietre e il cemento, le terre e i
mari inquinati, poiché è denunciando il male che esso vien conosciuto e la guarigione
può iniziare. Per questo l’informazione indipendente è così importante, in
Italia: spesso lamentiamo un’opinione pubblica indifferente, ma, prima di esser
aiutata a divenire civica, essa deve essere bene informata: con parole
semplici, non specialiste, con esempi concreti. I medici di cui ho parlato -
medici dell’Italia e delle sue parole e della sua natura malate - combattono
proprio contro questo silenzio, che protegge i mafiosi, copre oscuri patti fra
Stato e mafia, lascia senza protezione le loro vittime. I medici danno alle
cose un nome, e su questa base agiscono.
C’è un modo di servire lo Stato che chiamerei paradossale: si serve lo Stato,
pur sapendo che esso è pervertito, che nella nostra storia c’è stato più volte
un doppio Stato. Uomini come Falcone, Borsellino, il giudice Chinnici, don
Giuseppe Puglisi, don Giuseppe Diana e i tanti uomini delle scorte avevano
questa fedeltà paradossale allo Stato. Uomini così sono come esuli, come De
Gaulle che lasciò la Francia
quando fu invasa da Hitler e dall’esilio londinese disse: la Francia non coincide con
la geografia; quel che rappresento è «una certa idea della Francia», che ha
radici nella terra ma innanzitutto nella mente di chi decide di entrare in
resistenza e sperare in un mutamento.
La riconquista del territorio e della legalità è come la speranza, anch’essa
sempre paradossale. Prende il via da una perdita del territorio, dalla
consapevolezza che se lo Stato non ha più presa su di esso, ciascuno di noi
perde la terra sotto i piedi. E quando dico territorio perduto dico le case che
franano non appena s’alza la tempesta, i terremoti che uccidono più che in
altre nazioni, l’abitare che diventa aleatorio, brutto, perché la costruzione
delle case avviene con cemento finto, fatto di sabbia più che di ferro,
procurato dalle mafie. Come nella lettera di Paolo ai Romani, è dalla debolezza
che si parte, altrimenti non ci sarebbe bisogno di sperare: «Ciò che si spera,
se visto, non è più speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe
ancora sperarlo? Ma se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con
perseveranza».
Ecco, per ora speriamo quel che non ancora vediamo: una cultura della legalità,
una politica del territorio restituito a chi vuole abitarlo decentemente. Per
ora abbiamo una certa idea dell’Italia, della lotta alla mafia. Ma se sappiamo
quel che accade da tanto tempo, pur non avendo tutte le prove, già metà del
cammino è percorsa e l’agire diventa non solo necessario ma possibile. Anche
questo Paolo lo spiega bene, quando elenca le tappe della speranza. Prima viene
l’afflizione, la conoscenza del dolore. L’afflizione produce la pazienza, e
questa a sua volta la virtù provata. È sul suolo della virtù provata che nasce
la speranza, e a questo punto la prospettiva cambia. A questo punto sappiamo
una cosa in più, preziosa: non si comincia con lo sperare, per poi agire. Si
comincia con la prova dell’azione, e solo dalla messa alla prova nascono la
speranza, la sete di trovare l’insperato, l’anticipazione attiva - già qui, ora
- di un futuro possibile. Ha detto una volta Giancarlo Caselli una cosa non
dimenticabile: «Se essi sono morti (parlava di Falcone, Borsellino) è perché
noi tutti non siamo stati vivi: non abbiamo vigilato, non ci siamo
scandalizzati dell’ingiustizia; non lo abbiamo fatto abbastanza, nelle
professioni, nella vita civile, in quella politica, religiosa». Per questo
corriamo il rischio, sempre, di disimparare perfino la speranza.
http://www.lastampa.it 26/10/2009

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