Le leggi per la Rete
Quel che è illegale offline, è illegale anche online. Le leggi già consentono di punire le violazioni.
L'Italia ha scoperto la Rete. Appena ieri era
divenuta evidente per tutti la forza di Internet quando proprio da lì era
partita l'iniziativa che era riuscita a portare in piazza un milione di persone
per il "No B Day".
Si materializzava così una dimensione della democrazia inedita per il nostro
paese. Pochi giorni dopo quell'immagine appare rovesciata. Internet diventa il
luogo che genera odio, secerne umori perversi. E questa sua nuova
interpretazione travolge quella precedente: il "No B Day" è
presentato come un momento d'incubazione dei virus che avrebbero reso possibile
l'aggressione a Berlusconi, Internet come lo strumento in mano a chi incita
alla violenza.
Conclusione: la proposta di un immediato giro di vite per controllare la Rete, secondo un abusato
copione che trasforma ogni fatto drammatico non in un imperativo a riflettere
più seriamente, ma in un pretesto per ridurre ogni questione politica e sociale
a fatto d'ordine pubblico, limitando libertà e diritti.
Per fortuna, all'interno dello stesso mondo politico è stata subito colta la
pericolosità di questa impostazione. Intervenendo alla Camera dei deputati,
Pier Ferdinando Casini ha detto parole sagge: "Guai a promuovere
provvedimenti illiberali. Le leggi già consentono di punire le violazioni.
Negli Usa Obama riceve intimidazioni continue su Internet, ma a nessuno viene
in mente di censurare la Rete".
E la finiana fondazione FareFuturo evoca la "sindrome cinese", la
deliberata volontà di impedire che Internet possa rappresentare uno strumento
di democrazia. Questi moniti, insieme a molti altri, sembrano aver trovato
qualche ascolto, a giudicare almeno dalle dichiarazioni più prudenti del
ministro Maroni.
Il tema della violenza è vero, e grave. Ma altrettanto ineludibile è la
questione della democrazia. È istruttivo leggere la lista dei paesi che
sottopongono a controlli Internet: tutti Stati autoritari o totalitari (con una
particolare eccezione per l'India). Questo vuol forse dire che i paesi democratici
sono distratti, che si sono arresi di fronte all'hate speech, al linguaggio
dell'odio? O è vero il contrario, che è maturata la consapevolezza che la
democrazia vive solo se rimane piena la libertà di manifestare opinioni, per
quanto sgradevoli possano essere, e che già disponiamo di strumenti adeguati
per intervenire quando la libertà d'espressione si fa reato nel nuovo mondo
digitale?
Vi è una vecchia formula che ben conoscono coloro i quali si occupano
seriamente di Internet: quel che è illegale offline, è illegale anche online.
Tradotto nel linguaggio corrente, questo vuol dire che Internet non è uno
spazio privo di regole, un far west dove tutto è possibile, ma che ad esso si
applicano le norme che regolano la libertà di espressione e che già escludono
che essa possa essere considerata ammissibile quando diventa apologia di reato,
istigazione a delinquere, ingiuria, minacce, diffamazione. Questo è il solo
terreno dove sia costituzionalmente legittimo muoversi, e le particolarità di
Internet non hanno impedito alla polizia postale e alla magistratura di
intervenire per reprimere comportamenti illegali. Le conseguenze di questa
impostazione sono chiare: no alla censura preventiva, comunque incompatibile
con i nostri principi costituzionali; no a forme di repressione affidate ad
autorità amministrative o riferite a comportamenti non qualificabili come
reati; no ad accertamenti e sanzioni non affidati alla competenza dell'autorità
giudiziaria.
Considerando più da vicino le peculiarità di Internet, bisogna essere ben
consapevoli del fatto che le proposte di introdurre "filtri"
all'accesso a determinati siti sollevano un radicale problema di democrazia.
Chi stabilisce quali siano i siti "consentiti"? Qual è il confine che
separa i contenuti liberamente accessibili e quelli illeciti? Il più grande
spazio pubblico mai conosciuto dall'umanità rischia di essere affidato,
all'arbitrio politico, che inevitabilmente attrarrebbe nell'area dei
comportamenti vietati tutto quel che si configura come dissenso, pensiero minoritario,
opinione non ortodossa. E la proposta di vietare l'anonimato in rete trascura
il fatto che proprio l'anonimato (peraltro ostacolo non del tutto insuperabile
nel caso di veri comportamenti illeciti) è la condizione che permette la
manifestazione del dissenso politico. Quale oppositore di regime totalitario
potrebbe condurre su Internet la sua battaglia politica, dentro o fuori del suo
paese, se fosse obbligato a rivelare la propria identità, così esponendo se
stesso, i suoi familiari, i suoi amici a ogni possibili rappresaglia? Non si
può inneggiare al coraggio dei bloggers iraniani o cubani, e denunciare le
persecuzioni che li colpiscono, e poi eliminare lo scudo che, ovunque, può
essere necessario per il dissenziente politico. Anche nei paesi democratici. È
di questi giorni la denuncia di associazioni americane per la tutela dei
diritti civili che accusano le agenzia per la sicurezza di controllare reti
sociali come Facebook e Twitter proprio per individuare chi anima iniziative di
opposizione. Non è la privacy di chi è in Rete ad essere in pericolo: è la sua
stessa libertà, e dunque il carattere democratico del sistema in cui vive.
Certo, i gruppi che su Facebook inneggiano a Massimo Tartaglia turbano molto.
Ma bisogna conoscere le dinamiche che generano queste reazioni, certamente
inaccettabili, ma rivelatrici del modo in cui si sta strutturando la società,
che richiede attenzione e strategie diverse dalla scorciatoia repressiva,
pericolosa e inutile. Inutile, perché la Rete è piena di risorse che consentono di
aggirare questi divieti. Pericolosa, non solo perché può colpire diritti
fondamentali, ma perché spinge le persone colpite dal divieto a riorganizzarsi,
dando così permanenza a fenomeni che potrebbero altrimenti ridimensionarsi via
via che si allontana l'occasione che li ha generati.
Solo una buona cultura di Internet può offrirci gli strumenti culturali adatti
per garantire alla Rete le potenzialità democratiche continuamente insidiate al
suo stesso interno da nuove forme di populismo, dalla possibilità di creare
luoghi chiusi, a misura proprie e dei propri simili, negandosi al confronto e
alla stessa conoscenza degli altri. Più che misure repressive serve fantasia,
quella che induce gruppi in tutto il mondo a chiedere un Internet Bill of
Rights o che ha spinto uno studioso americano oggi collaboratore di Obama, Cass
Sunstein, a proporre che i siti particolarmente influenti per dimensioni o
contenuti debbano prevedere un link, una indicazione che segnali l'esistenza di
siti con contenuti diversi o opposti e che permetta di collegarsi a questi
immediatamente.
http://www.repubblica.it (17 dicembre 2009)

Precedente: Povera Londra senza finanza

