Le lacrime e le parole
Non si fa prima «ordine in casa» e poi l´Europa, ma che le due cose o le fai insieme, o ambedue naufragheranno.
Tendiamo a dimenticare che in tutti i monoteismi, il cuore
non è la sede di passioni o sentimenti sconnessi dalla ragione. Nelle tre
Scritture, compresa la musulmana, il cuore è l´organo dove alloggiano la mente,
la conoscenza, il distinguo. Se il cuore di una persona trema, se quello del
buon Samaritano addirittura si spacca alla vista del dolore altrui, vuol dire
che alla radice delle emozioni forti, vere, c´è un sapere tecnico del
mondo. Per questo il pianto del ministro Fornero, domenica quando Monti ha
presentato alla stampa la manovra, ha qualcosa che scuote nel profondo. Perché
dietro le lacrime e il non riuscire più a sillabare, c´è una persona che sa
quello di cui parla: in pochi attimi, abbiamo visto come il tecnico abbia più
cuore (sempre in senso biblico) di tanti politici che oggi faticano a
rinnovarsi. Pascal avrebbe detto probabilmente: il ministro non ha solo lo
spirito geometrico, che analizza scientificamente, ma anche lo spirito di
finezza, che valuta le conseguenze esistenziali di calcoli razionalmente
esatti. Balbettavano anche i profeti, per esprit de finesse.
È significativo che il ministro si sia bloccato, domenica, su una precisa
parola: sacrificio. La diciamo spesso, la pronunciano tanti politici, quasi non
accorgendosi che il vocabolo non ha nulla di anodino ma è colmo di gravità,
possiede una forza atavica e terribile, è il fondamento stesso delle civiltà:
l´atto sacrificale può esser sanguinoso, nei miti o nelle tragedie greche,
oppure quando la comunità s´incivilisce è il piccolo sacrificio di sé cui
ciascuno consente per ottenere una convivenza solidale tra diversi. Non saper
proferire il verbo senza che il cuore ti si spacchi è come una rinascita, dopo
un persistente disordine dei vocabolari. È come se il verbo si riprendesse lo
spazio che era suo. Nella quarta sura del Corano è un peccato, «alterare le
parole dai loro luoghi». Credo che l´incessante alterazione di concetti come
sacrificio, riforma, bene comune, etica pubblica, abbia impedito al ministro
del Lavoro – un segno dei tempi, quasi – di compitare una locuzione
sistematicamente banalizzata, ridivenuta d´un colpo pietra incandescente.
Riformare le pensioni e colpire privilegi travestiti da diritti è giusto, ma fa
soffrire pur sempre. Di qui forse la paralisi momentanea del verbo: al solo
balenare della sacra parola, risorge la dimensione mitica del sacrificio, il
terrore di vittimizzare qualcuno, la tragedia di dover – per salvare la pòlis –
sgozzare il capro espiatorio, l´innocente.
Medicare le parole presuppone che si dica la verità ai cittadini, e anche
questo sembra la missione che Monti dà a sé e ai partiti. Riportare nel loro
luogo le parole significa molto più che usare correttamente i dizionari:
significa rimettere al centro concetti come il tempo lungo, il bene comune, il
patto fra generazioni. Significa, non per ultimo: rendere evidente il doppio
spazio – nazionale, europeo – che è oggi nostra cosmo-poli e più vasta res
publica. Il presidente del Consiglio lo sa e con cura schiva il lessico
localistico, pigro, in cui la politica s´è accomodata come in poltrona.
Stupefacente è stato quando ha detto, il 17 novembre al Senato: «Se dovete fare
una scelta – mi permetto di rivolgermi a tutti – ascoltate! non applaudite!».
L´applauso, il peana ipnotico (meno male che Silvio c´è), le grida da
linciaggio: da decenni ci inondavano. Era la lingua delle tv commerciali, del
mondo liscio che esse pubblicizzavano, confondendo réclame e realtà: illudendo
la povera gente, rassicurando la fortunata o ricca. Erano grida di linciaggio
perché anch´esse hanno come dispositivo centrale il sacrificio: ma sacrificio
tribale, che esige il capro espiatorio su cui vien trasferita la colpa della
collettività. Erano capri gli immigrati, i fuggitivi che giungevano o morivano
sui barconi. E anche, se si va più in profondità: erano i malati terminali che
reclamano una morte senza interferenze dello Stato e di lobby religiose. La
nostra scena pubblica è stata dominata, per decenni, dalla logica del
sacrificio: solo che esso non coinvolgeva tutti, proprio perché nel lessico del
potere svaniva l´idea di un bene disponibile per diversi interessi, credenze.
Solo contava il diritto del più forte, che soppiantava la forza del diritto.
Ascoltare quello che effettivamente vien detto e fatto non ci apparteneva più.
Anche il ministro Giarda si è presentato domenica come medico delle parole: «Son
qui solo per correggere errori». Non ha esitato a correggere i colleghi, e ha
avuto l´umiltà di dire: «Se avessimo più tempo, certo la nostra manovra sarebbe
migliore». Monti ha fatto capire che questa, «anche se siamo tecnici», è però
politica piena: «L´esperienza è nuova per il sistema politico italiano. A noi
piace esser cavie da questo punto di vista». Singolare frase, in un Paese dove
a far da cavie sono di solito i cittadini. Ma frase coerente alla politica
alta: dotata di una veduta lunga, indifferente alla popolarità breve.
Pensare i sacrifici non è semplice, perché gli italiani e gli europei da tempo
si sacrificano, e tuttavia constatano disuguaglianze scandalose. Perché
sacrificandosi deprimono oltre l´economia. Lo stesso Sarkozy, che campeggiò come
Presidente che poteva abbassare le tasse ai ricchi visto che le cose andavano
così bene, è oggi costretto ad ammettere che i francesi «stringono la cinghia
da trent´anni». Quel che è mancato, nel sacrificio cui i popoli hanno già
consentito, è l´equità, l´abolizione della miseria, delle disuguaglianze. Forse
– l´emozione dei potenti resta misteriosa – Elsa Fornero ha pianto perché le
misure sono dure per chi ha pensioni grame. Se solo le pensioni sotto 936 euro
saranno indicizzate all´inflazione, tante pensioni basse rattrappiranno come
pelle di zigrino.
Si poteva fare diversamente forse, e non tutte le misure sono ardite. La lotta
all´evasione fiscale iniziata dall´ultimo governo Prodi ricomincia, ma più
blanda. La cruciale tracciabilità introdotta da Vincenzo Visco (1000 euro come
soglia, da far scendere in due anni a 100) è fissata durevolmente a 1000. Oltre
tale cifra è vietato accettare pagamenti in contanti, che sfuggono al fisco:
una draconiana stretta anti-evasione è evitata. Né si può dire che tutto sia
equo, e la crescita veramente garantita.
Il fatto è che si parla di decreto salva-Italia, ma si manca di chiarire come
il decreto sia anche salva-Europa. Non è un´omissione irrilevante, perché il
doppio compito spiega certe durezze del piano. Speriamo sia superata. Ogni
azione italiana, infatti, è urgentissimo accompagnarla simultaneamente ad
azioni in Europa: per smuovere anche lì incrostazioni, privilegi, dogmi. Per
dire che non si fa prima «ordine in casa» e poi l´Europa, come nella dottrina
tedesca, ma che le due cose o le fai insieme, con un nuovo Trattato europeo più
solidale e democratico, o ambedue naufragheranno.
La Repubblica 06/12/2011.

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