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Le false promesse dell'austerità

All'Europa e agli Usa non serve che il liberismo rialzi la testa.

 

 

Come titolava ieri Il Sole 24 Ore, «il liberismo rialza la testa» o almeno ci prova. Nel dibattito sulla politica economica in tanti si sforzano di argomentare che il riacutizzarsi della crisi negli Usa dimostrerebbe l'inefficacia delle politiche fiscali espansive, proposte da Obama, e la necessità di avanzare interpretazioni delle cause della crisi legate all'intervento pubblico in economia. Al tempo stesso, affermano che alcuni segnali di ripresa visibili in Europa già confermerebbero l'utilità delle politiche di austerità. Ma queste tesi - sostenute anche da Alberto Alesina nel suo articolo «Cara Europa il rigore è amico» (Il Sole 24 Ore, 28 agosto) - appaiono fragili.

 

Intanto, come argomentato in un recentissimo saggio di Alan Blinder e Mark Zandi, è difficile negare che senza le politiche espansive la situazione statunitense sarebbe assai peggiore. A ben vedere, il riacutizzarsi della crisi conferma che nessuna grande area economica sta prendendo il posto degli Usa nel trainare la domanda mondiale e che è necessario insistere con le politiche espansive. Ma mostra anche che non si esce dalla crisi senza intervenire sulle sue cause più profonde, sanando il forte squilibrio presente nei paesi industrializzati, Stati Uniti in testa, tra crescita dell'offerta potenziale e ristagno della capacità di consumo dei lavoratori. Uno squilibrio che è principalmente l'esito della crescente sperequazione nella distribuzione dei redditi cui abbiamo assistito negli ultimi lustri.

Per quanto attiene all'Europa, il principale argomento dei fautori dell'austerità è costituito dalla ripresa dell'economia tedesca trainata dalle esportazioni. Ma è ben arduo ritenere che si tratti di un risultato delle politiche restrittive del governo Merkel. Piuttosto, negli ultimi mesi - come ha rilevato Sergio Cesaratto su economiaepolitica.it - la Germania ha tratto vantaggio dal deprezzamento dell'euro, ma anche dalla dinamicità delle importazioni statunitensi dovuta proprio alle politiche espansive di Obama. E, comunque, questa ripresa tutta "opportunistica" delle esportazioni tedesche non serve a trainare lo sviluppo europeo e soprattutto ad arginare gli squilibri e gli impetuosi processi di divergenza in atto nell'eurozona.

A ben rifletterci, la fiducia con la quale gli economisti liberisti guardano ai benefici dei tagli alla spesa pubblica in Europa si dimostra smisurata. Occorre infatti rammentare che il primo e unico effetto certo dei tagli alla spesa pubblica è quello della compressione dei redditi distribuiti, e quindi il calo della domanda. Quali sarebbero i meccanismi principali attraverso i quali l'austerità rilancerebbe lo sviluppo e la convergenza in Europa? Aumentando gli investimenti privati grazie alla riduzione del cosiddetto effetto di spiazzamento? Permettendo una riduzione della pressione fiscale? Ma questi risultati sarebbero, a ben vedere, l'esito di lunghe catene causali, aleatorie e anzi irrealistiche.

Infatti, non è detto che i tagli migliorino le condizioni della finanza pubblica, dal momento che essi retroagiscono negativamente sulle entrate fiscali. E non è detto che abbattano i rapporti deficit/Pil e debito/Pil, favorendo una "stabilizzazione" dei mercati finanziari, anche perché tendono a ridurre i denominatori di quei rapporti. E poi, immaginare che in tempi di crisi sia possibile abbattere contemporaneamente il debito e la pressione fiscale appare non meno irrealistico.

Il fatto è che le tanto invocate politiche di austerità sono la peggiore scelta per affrontare la crisi. Possono arrecare poco danno esclusivamente a un paese che segua una strategia opportunistica - come fa la Germania - e che attraverso la bilancia commerciale tragga beneficio dalle politiche espansive altrui. Ma all'Europa e agli Usa non serve che il liberismo rialzi la testa.

 

Il Sole 24 Ore  01 settembre 2010

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