Le false credenze: come si alimentano e perché le alimentiamo
Le convinzioni collettive sono il prodotto di network sociali che funzionano da camere di risonanza in cui le voci divampano come gli incendi di foresta
Internet: motore di diffusione di voci incontrollate, credute
ciecamente da un´opinione pubblica polarizzata, divisa in bande, esposta a
derive estremiste. E´ una visione sinistra. Soprattutto se a dipingerla è uno
dei più autorevoli giuristi americani, consigliere di Barack Obama per le leggi
sull´informazione.
"Rumor". In italiano: dicerìa, voce, pettegolezzo. Tra le varie
traduzioni è meglio "voce", il termine più neutrale, perché a volte
le voci sono vere. Sottoponiamoci a una prova. Quanti di noi credono che i
primi casi di Aids in Africa siano nati da contatti sessuali fra esseri umani e
scimmie? Quella tesi resiste. Pur smentita da decenni, ha una sua vita
autonoma, imperturbabile. Cos´è che rende certe voci invincibili? Quanto siamo
vulnerabili a questa particolare forma di diffusione dell´informazione? Secondo
lo studioso americano Cass Sunstein, non solo i "rumors" possono
rovinare tante vite individuali, ma costituiscono una minaccia mortale per la
democrazia. Dobbiamo imparare a difenderci. Perciò è essenziale capire la forza
di questo formidabile fenomeno. E´ il tema del suo saggio On Rumors appena
pubblicato a New York da Farrar Strauss and Giroux. Nel sottotitolo spiega:
"Come si diffondono. Perché ci crediamo. Cosa si può fare". Sunstein
finì di scriverlo un anno fa quando ancora era docente alla Harvard Law School.
In seguito Obama lo ha voluto alla Casa Bianca in un ruolo chiave: dirige
l´Office of Information and Regulatory Affairs, un organo cruciale per le
regole sull´informazione.
Le voci sono antiche quanto la storia umana. Siamo immersi quotidianamente in
questo rumore di fondo. Dal pettegolezzo falso di un collega malevolo che vuole
rovinarti sul lavoro, fino alle indiscrezioni pilotate per nobili motivi, per
cause altruistiche, per fare avanzare un´agenda politica. Internet, avverte Sunstein,
le rende più insidiose, pervasive, ubique. E impermeabili ai fatti. Ne sa
qualcosa Obama: dall´inizio della sua campagna presidenziale lo insegue la voce
che lui non è nato in America, ed è di religione islamica. Le confutazioni
fattuali non sono servite. Tuttora una fetta di popolazione americana resta
convinta che lui sia un usurpatore, un alieno, un sovversivo che se la intende
con i terroristi. E se un giorno questa voce dovesse armare un fanatico, deciso
a uccidere il primo presidente afroamericano?
Sunstein analizza la forza micidiale delle voci attingendo a una mole di studi
scientifici, compresi alcuni esperimenti condotti su focus group. Guai a
credere che solo i più ingenui, gli sprovveduti, o le frange fanatiche, siano
facili prede dei "rumors". A seconda delle nostre convinzioni,
"credere nelle voci è perfettamente razionale".
L´universo online non ci rende necessariamente più informati. Possiamo usare la
rete per isolarci in tante "camere acustiche", ognuna delle quali è
frequentata da comunità che hanno gli stessi valori, la stessa visione del
mondo, i medesimi pregiudizi. All´interno di una di queste comunità, per
esempio, vige il negazionismo sul cambiamento climatico: lì le teorie sul
riscaldamento dovuto alle emissioni di CO2 sono considerate come delle congiure
di scienziati disonesti che manipolano i dati per promuovere un´agenda verde.
Un´altra comunità esemplare è quella che considera l´11 settembre 2001 come una
congiura del Pentagono, falsamente attribuito a terroristi islamici: questa ha
seguaci in un ampio schieramento di opinioni pubbliche antiamericane, dai paesi
islamici alla Francia. In ognuna di queste camere acustiche, è irrilevante
l´eventuale accumulazione di prove che smentiscono il "rumor". La
fede in quella determinata voce è rafforzata dal meccanismo di polarizzazione
di gruppo: quando si riuniscono persone che hanno le stesse idee, il dialogo li
radicalizza nelle loro convinzioni.
E´ la conclusione del celebre "esperimento del Colorado" descritto da
Sunstein, un test effettuato proprio stimolando dibattiti tra gruppi di persone
dalle ideologie affini. Al termine dell´esperimento, anche coloro che
all´interno di un gruppo erano in partenza moderati, alla fine sposavano
posizioni estreme. Quella che Sunstein definisce "la catena del
conformismo" produce all´interno di ogni gruppo un´accettazione acritica
delle voci che rafforzano pregiudizi e avversioni pre-esistenti. Coloro che
hanno dei dubbi su un "rumor" poiché lo trovano inverosimile,
finiscono per aderirvi pur di non sfidare la sanzione sociale del gruppo. «Su
Internet - scrive l´autore - processi di questo tipo accadono ogni giorno.
Coloro che credono certe voci, finiscono per esserne ancora più convinti anche
dopo essere stati esposti a un ventaglio contraddittorio di pareri, alcuni dei
quali dovrebbero smentire quella voce». E´ il meccanismo dell´assimilazione
selettiva: una corazza mentale respinge le rettifiche, rende irrilevanti le
controprove e le confutazioni oggettive.
Le false voci sono distruttive non solo quando sono orchestrate per diffamare
singoli individui; alla lunga possono minare la stessa democrazia. «Senza un
fondamento valido - scrive Sunstein - l´opinione pubblica può perdere fiducia
nei leader, nelle loro politiche, nell´idea stessa di governo». L´autore
immagina lo scenario futuro di una società "distopica", in cui «i
propagatori di false voci - non importa se mossi da interessi di parte o
sinceramente idealisti e altruisti - sono premiati per il loro ruolo, nel
dispregio della verità». In una simile società «le convinzioni collettive sono
il prodotto di network sociali che funzionano da camere di risonanza in cui le
voci divampano come gli incendi di foresta; in cui ogni dicerìa viene accettata
se mette in cattiva luce coloro che sono percepiti come avversari».
Pur essendo giurista Sunstein è convinto che l´antidoto non può essere la
censura né tantomeno la guerra giudiziaria alla diffamazione. Al contrario, lui
difende il Primo Emendamento e la massima libertà di cui godono i mass media
americani. «La soluzione non ha nulla a che vedere con le leggi. Può essere
trovata solo in un impegno di lotta al pregiudizio. Attraverso la comprensione
dei meccanismi dell´informazione, occorre costruire una cultura che prevenga la
distruzione delle vite individuali e delle istituzioni che hanno valore». Un
futuro diverso rispetto alla società distopica, è quello in cui «i diffusori di
false voci sono marginalizzati da gruppi preparati a pensare in modo autonomo;
la polarizzazione è contrastata grazie a un´ampia consapevolezza sociale dei
suoi danni». Un mondo di cittadini adulti «umili e consapevoli della propria
fallibilità, pronti ad accettare delle verità anche quando non rafforzano i
loro preconcetti». La conclusione è un invito a coltivare un moderno scetticismo,
e a maneggiare Internet con la stessa lucidità con cui osserviamo le copertine
dei tabloid.
http://www.repubblica.it 15 - 01 - 2010

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