Le donne alla battaglia del clima
Cresce in tutto il mondo la consapevolezza del ruolo centrale delle donne nell’economia reale, e di conseguenza per l’ambiente.
E se fossero le donne a salvare il pianeta dai pericoli
legati ai cambiamenti climatici? Sarà una rivoluzione al femminile a portarci
nel mondo dell’economia verde e della sostenibilità? Le signore d’Australia
sono convinte di sì. La scorsa settimana a Sidney si è tenuto un convegno, il
primo di tre, dal titolo «Donne nel Cambiamento Climatico». L’hanno promosso le
creatrici di «Un milione di donne», una campagna che punta a raccogliere un
milione di madri, sorelle, mogli e nonne australiane, e a coinvolgerle in un
progetto ambizioso: ognuna di loro si impegnerà ad abbattere di una
tonnellatale sue emissioni di CO2 nel giro di un anno dal momento
dell’adesione.
Non è una boutade .Fra le ambasciatrici della campagna, oltre al
ministro australiano per l’Ambiente e per i cambiamenti climatici, che è una
signora di origine asiatica e si chiama Penny Wong, ci sono donne che siedono
nel Parlamento di Canberra, volti noti della televisione australiana, e poi
direttrici di giornali, scrittrici, scienziate, artiste. «Non serve essere
esperte di cambiamenti climatici — assicurano dal sito internet www.1millionwomen.com.au—.
Voi aderite e noi vi guideremo lungo il percorso che porta a tagliare la vostra
tonnellata di emissioni».
Quella sorridente delle donne australiane è l’altra faccia della lotta ai
cambiamenti climatici. Con ogni probabilità non la vedremo nei servizi che i
media dedicheranno al prossimo vertice sul clima di Copenhagen, dove capi di
Stato e di governo cercheranno un accordo sui tagli di emissioni dannose per il
Pianeta. Tutto sommato è ragionevole che sia così, perché non c’è dubbio che
soltanto chi governa l’economia mondiale ha il potere di decidere la svolta
verso sistemi di produzione, di consumo o di approvvigionamento di energia
diversi da quelli attuali e più eco-sostenibili. I cittadini del mondo, però,
sono sempre più consapevoli del loro impatto ambientale e stanno cominciando a
pensare a come diminuirlo. E vista la difficoltà con la quale procedono le
trattative fra i grandi della Terra, chissà che non siano davvero i piccoli a
guidare la «rivoluzione verde».
Di sicuro è questo lo spirito dell’iniziativa australiana: mentre in parlamento
è in corso la discussione sul piano nazionale di riduzione delle emissioni, le
donne del Paese hanno deciso di ricordare ai leader politici e agli
imprenditori che non solo costituiscono il 50 per cento dell’elettorato, ma che
sono loro le responsabili del 70 per cento delle decisioni che ogni giorno
mandano avanti la vita delle famiglie australiane. Governano l’economia
domestica e sono protagoniste di tante scelte in materia di consumi energetici,
acquisti di elettrodomestici, cibo e vestiti, gestione dei rifiuti. Insomma, di
tutto ciò che fa parte della routine quotidiana e che determina uno stile di
vita. Se tutte assieme si mettono in testa di cambiare — calcolano le
promotrici della campagna — i benefici in termini di emissioni di CO2 potrebbero
essere notevoli. «È una grande sfida» riconoscono. Però non è impossibile.
In fondo, tutto passa attraverso azioni anche banali, facilmente replicabili,
alla portata di molti: riciclare la carta, decidere di mangiare un po’ meno
carne rossa visti i costi ambientali degli allevamenti bovini, fare attenzione
a come si utilizza l’acqua preferendo la doccia alla vasca da bagno, o
ricordarsi di spegnere le luci quando si esce da una stanza e di non lasciare
tv e stereo in stand-by. Piccolezze? Non necessariamente. Lasciare gli
apparecchi in stand-by, in un anno, può provocare consumi per 400 kilowattora
in ogni singola abitazione. Che cosa succederebbe se tutti quanti decidessero
di spegnere?
Accorgimenti di questo genere, ovviamente,sono validi anche nel nostro
emisfero. Soprattutto se si considera che in Italia oltre il 30 per cento dei
consumi energetici è legato al riscaldamento delle case, agli usi elettrici
domestici, alla produzione di acqua calda e alle attività di cucina. Tutti
ambiti sui quali ciascuno può intervenire per limitare gli sprechi e le
emissioni dannose per l’ambiente. E per fortuna anche alle nostre latitudini ci
sono segnali incoraggianti. Rimanendo in ambito familiare (anzi femminile),
basta pensare alla decisione delle 92 mamme del paese di Concesio, in provincia
di Brescia, che hanno aderito alla campagna del comune per eliminare i
pannolini usa e getta, nemici dell’ambiente, e adotteranno il kit municipale di
tre mutandine e 24 pannolini di cotone lavabili.
Spesso non ci si pensa, ma in ogni nostra azione, in ogni prodotto che
acquistiamo, si tratti di cibi, vestiti o cd, sono «nascoste» risorse e materie
prime in quantità più o meno grandi. Acqua, uso dei suoli, energia, carburante
utilizzato per il trasporto, e magari anche imballaggi pronti a trasformarsi in
rifiuti inquinanti. Tutto questo costituisce un «prezzo ambientale » che non
entra in quello pagato dal consumatore, ma che esiste, è a carico del pianeta,
e quindi è spalmato sulla collettività. Può essere calcolato anche in termini
di emissioni di CO2. Proprio quello che hanno fatto le donne in Australia
quando hanno deciso di darci un taglio.
Il Corriere della Sera, 28 novembre 2009

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