Strumenti personali
arabesco7

Le crisi finanziarie, e il “Derivatus paradoxus”

Cronaca, economia e filosofia. Nel suo ultimo libro Alberto Berrini usa tutti e tre questi strumenti per spiegare la crisi scatenata dai mutui subprime americani. Un fenomeno difficile da capire perché ci mancano le categorie ontologiche.

Chiunque affermi che il peggio è definitivamente passato, o è un pazzo o è qualcuno che ha interessi da proteggere”. Esordisce con questa citazione, tratta da un articolo dell’Economist pubblicato a fine agosto 2007, il nuovo libro di Alberto Berrini: Le crisi finanziarie. E il “Derivatus paradoxus”.

Si riferisce alla tempesta scatenata dalla crisi dei mutui subprime, esplosa negli Usa l’estate scorsa, che ha poi travolto i mercati finanziari di tutto il mondo. Una tempesta che non sembra volersi placare: “tale crisi finanziaria non solo non è alla fine ma ha decisamente allargato

i suoi confini”, scrive Berrini. “In origine erano i mutui subprime (…) Poi la bufera ha contagiato il credito al consumo, i debiti sulle carte di credito, i prestiti agli studenti, i bond municipali. E infine ha travolto anche i mutui, quelli abbastanza buoni”.

Con un linguaggio comprensibile anche per i non addetti ai lavori e con l’aiuto di esempi, articoli di giornali e citazioni di economisti, Alberto Berrini cerca di spiegare perché quando “nell’agosto 2007 ben 244.000 americani non sono stati in grado di pagare tre rate consecutive del loro mutuo e hanno perso la proprietà della loro casa”, la crisi scoppiata ha contagiato il mondo intero. Tanto che “secondo le ultime stime disponibili del Fondo Monetario Internazionale, il sistema finanziario internazionale potrebbe essere investito nei prossimi mesi da una seconda ondata di perdite e svalutazioni, che potrebbero sfiorare  complessivamente i mille miliardi di dollari. (…) Non è una previsione, è un’affermazione basata sui valori di mercato dei derivati coinvolti nelle turbolenze, rilevati a marzo nella fase più estrema della tensione dei mercati. (…)

Le banche accuserebbero circa metà delle perdite, le altre  finirebbero a carico di compagnie d’assicurazione, fondi pensione, hedge fund e altri investitori”. Berrini spiega il meccanismo che si è innescato, il ruolo delle banche e delle società di rating, gli interventi della Fed e degli altri istituti centrali di credito, la cartolarizzazione e gli altri sofisticati strumenti finanziari.

Ad arricchire il libro c’è anche un pizzico di filosofia: un intero capitolo scritto da Achille Varzi, professore di filosofia alla Columbia University di New York (laurea all’Università di Trento, dottorato di ricerca all’Università di Toronto, Canada, tra gli editor del The Journal of Philosophy e della Stanford Encyclopedia of Philosophy).

 

Da Shakespeare ai primi coloni australiani

“Ci sono più cose in cielo e in terra di quante se ne sogni la tua filosofia”.
Così Amleto si rivolge a Orazio nella celebre tragedia di Shakespeare. Che cosa c’entra con le crisi finanziarie, i subprime, i derivati?

In apparenza niente, agli occhi di uno studioso di filosofia come Varzi molto. “Le grandi rivoluzioni copernicane si verificano quando riusciamo ad ampliare i nostri orizzonti e ad uscire dal  provincialismo ontologico che ci tiene imprigionati. Questo vale per le scoperte astronomiche (le galassie, i buchi neri) così come per quelle microscopiche (l’antimateria, i quark, le stringhe). E vale ogniqualvolta ci troviamo dinnanzi a qualcosa che non sappiamo come classificare perché ci manca la categoria, come i coloni australiani dinnanzi ai primi esemplari di quell’animale che oggi chiamiamo ornitorinco: non un mammifero, per via delle uova; non un rettile, per via del sangue caldo; non un uccello, per via delle zampe…”, scrive Varzi nel suo capitolo in Le crisi finanziarie. “A costo di spararla grossa, credo che anche quando cerchiamo di spiegare fenomeni come quelli di cui si tratta in questo libro – la crisi finanziaria e tutto ciò che l’accompagna – buona parte della difficoltà risieda proprio nella povertà delle categorie ontologiche con le quali ci troviamo a lavorare (…). I derivati sono un po’ come l’ornitorinco”.

 

Un’idea di Talete, parola di Aristotele

“Che cos’è un derivato? Che posizione occupa nel sistema di categorie di cui ci serviamo per classificare le cose di questo mondo? E prima ancora: abbiamo una categoria che faccia al caso? - si domanda Varzi -. Ammettiamolo: se c’è qualcosa di cui i filosofi non si sono mai sognati, i derivati sono un ottimo esempio. Per la verità, Alberto Berrini mi ha rammentato che, in un certo senso, l’idea di derivato risale nientemeno che a un filosofo, e precisamente al primissimo filosofo che la storia ricordi: Talete di Mileto.

È una specie di leggenda metropolitana, ma la fonte è autorevole. Nella Politica, Aristotele racconta infatti che Talete, “avendo previsto, in base a calcoli astronomici, un’abbondante raccolta di olive, ancora in pieno inverno, pur disponendo di poco denaro si accaparrò tutti i frantoi di Mileto e di Chio per una cifra irrisoria, dal momento che non ve n’era alcuna richiesta; quando giunse il tempo della raccolta, cercando in tanti urgentemente tutti i frantoi disponibili, egli li affittò al prezzo che volle imporre, raccogliendo così molte ricchezze e  dimostrando che per i filosofi è molto facile arricchirsi, sebbene non sia questa la loro  preoccupazione”.

“Comunque sia – continua Varzi nel libro di Berrini - che dinnanzi a queste creature non si sappia che categorie usare è un dato che mi sembra indiscutibile. (…) Se prendiamo la letteratura di settore, cioè quella di taglio economicofinanziario, Christian Marazzi, per esempio, definisce i derivati alla stregua di prodotti “che non hanno un valore in sé, ma un valore che deriva da prodotti sottostanti che possono essere i normali titoli azionari, le obbligazioni, le divise, le ipoteche, i debiti e i crediti, gli interessi, le materie prime come il petrolio, il grano, la carne bovina”.

È una definizione piuttosto comune e non c’è dubbio che spieghi bene l’etimologia del termine, ma presuppone che ci siano delle merci o dei prodotti i quali, a differenza dei derivati, hanno un valore “in sé”, e a ben vedere le cose stanno diversamente. Prendiamo ad esempio l’oro.

Che cosa fa sì che un pezzo d’oro abbia un certo valore? La risposta intuitiva è che l’oro è dotato di valore in ragione della sua natura fisica: è un metallo prezioso. Benissimo. Ma che cosa significa dire che un certo metallo è prezioso? Evidentemente l’oro è prezioso in quanto siamo noi a ritenerlo tale. (…) Tutto questo per dire che, definire i derivati come delle merci o prodotti che non hanno un valore in sé, non aiuta molto dal momento che nessuna merce o prodotto ha un valore in sé. Quello che vale per l’oro e per qualsiasi merce o prodotto: qual è il valore intrinseco del petrolio, di un pacchetto di sigarette, di una dose di eroina? E se nessuna merce o prodotto ha un valore “in sé”, allora tutte le merci o prodotti sono derivati. Non c’è da sorprendersi, quindi, se qualcuno abbia concluso che la definizione standard finisce con l’includere tra i derivati “anche la luna e le stelle”, proponendo come unica soluzione ragionevole quella adottata dal giudice Potter Stewart nei confronti della pornografia: «Non ho idea di come si possa definire, ma quando la vedo la riconosco»”.

Il seguito del ragionamento, decisamente intrigante, di Varzi, lo lasciamo a chi vorrà leggere il libro, per arrivare a scoprire la nuova categoria coniata dal docente di filosofia: il Derivatus paradoxus.

 

da http://www.bancaetica.com

Azioni sul documento