Le crepe di un fragile equilibrio
Una svolta negli eventi in Egitto che forse nessuno prevedeva e che di sicuro nessuno sa che cosa inneschi.
Il primo febbraio del 1979 l’ayatollah Khomeini ritornava in Iran, il 26 marzo
dello stesso anno il presidente egiziano Anwar al Sadat firmava a Washington
gli accordi di pace con Israele.
Il mondo occidentale risolveva un problema e ne acquistava un altro; trovava un
nemico e guadagnava un amico. Per capire l’importanza dell’Egitto occorre
tenere in mente quella data che segna anche il delinearsi del nuovo turbolento
Medio Oriente in cui ancora viviamo. Da allora il mondo - e il nostro in
particolare- si regge su questo precario bilanciamento fra un mondo musulmano
con governi a ispirazione religiosa e governi moderati.
L’Egitto è da allora il perno di un incerto equilibrio fra queste due realtà;
un Paese sostenuto e strapagato, per questo suo ruolo, da tutte le democrazie
occidentali, in primis gli Stati Uniti che al Cairo dedicano il loro secondo
contributo in aiuti internazionali (dopo quello a Israele) anche per il ruolo
che il Paese gioca nella lotta al terrorismo musulmano. L’Egitto stesso vive
immobilizzato da questo precario equilibrio fra stato di polizia e patria del
radicalismo dei Fratelli Musulmani. Immobile al punto che il presidente Hosni
Mubarak è ormai chiamato il Faraone. Immobile, fino a ieri.
Ieri infatti è successo qualcosa che gli egiziani e il resto del mondo non
vedevano da tempo: grandi manifestazioni che hanno riempito le strade del
Cairo, di Alessandria di tante altre città del Delta. In nome della Tunisia,
rendendo visibile e fattibile l’ipotesi di un contagio della rivolta
democratica a tutti i Paesi del Nord Africa. Con la differenza che si diceva:
se l’Egitto esce dal suo immobilismo la crisi che si apre ha esiti
imprevedibili, e soprattutto incalcolabili nel loro impatto.
Quello che si capisce dalle mobilitazioni di ieri ci parla innanzitutto di veri
nuovi segnali che arrivano dalla società cairota. Intanto, si segnala la
dimensione delle manifestazioni. Bisogna riandare indietro alle proteste contro
la guerra con l’Iraq, e, prima ancora, ai moti per il pane degli Anni 70, per
trovare qualcosa di simile. A differenza con il passato, però, quella di ieri è
una ribellione non nata e nemmeno approvata (almeno ufficialmente) dal
movimento dei Fratelli Musulmani. Al contrario, i vari appuntamenti sono nati
dalla parte più moderna dell’inquietudine che attraversa l’Egitto, i giovani
del gruppo del 6 Aprile, i giovani che hanno lavorato in questi anni
coordinandosi tra le mille repressioni della polizia, su Internet. Le stesse
parole d’ordine gridate ieri invocavano infatti democrazia senza riferimenti a
nessuna piattaforma religiosa. La durata e la diffusione delle manifestazioni è
il segno migliore di quanto sentita sia questa richiesta.
Ma segnali diversi sono arrivati, rispetto al passato, anche dal governo.
Significativo è che nelle piazze contro i manifestanti non sia stato inviato
l’esercito, ma la polizia; e che, nonostante la risposta dello Stato, tutto
sommato la repressione sia stata di mano leggera - al punto che molti
osservatori pensano che il governo abbia in fondo lasciato la protesta
esprimersi.
Non sono segnali da poco. L’esercito in Egitto, come in quasi tutti i Paesi
arabi «moderati» ha in mano la vera sorte dei governi. Di certo in Egitto è la
forza decisiva in questo lungo autunno del Faraone Mubarak.
Ugualmente attendista è apparso ieri l’altro grande protagonista della vita
sociale egiziana, che, come si diceva, non si sta schierando per ora con la
protesta, ma neanche contro: nelle file dei manifestanti non c’erano così ieri
le bandiere dei Fratelli Musulmani, ma molti dei suoi militanti hanno
partecipato.
Tutto dunque fa pensare che si sia aperta una nuova pagina per l’Egitto. Una
svolta negli eventi che forse nessuno prevedeva e che di sicuro nessuno sa che
cosa inneschi.
La Stampa 26.1.11

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