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Le coscienze burocratiche.

La cieca obbedienza al dovere può indurre chiunque ad agire senza riflettere, così da non essere più capace di distinguere tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

 

 

Rispettare le regole costringe ad essere disumani? Per garantire il buon funzionamento della società, ciascuno di noi deve fare il proprio dovere e assumersi le responsabilità che gli competono, sulla base del ruolo che riveste e delle funzioni che svolge.

 Ma cosa accade quando in nome del "proprio dovere" ci si dimentica della compassione? La storia del giovane disabile, di cui parla Shulim Vogelmann nella lettera inviata a Repubblica, ripropone in modo sintomatico il problema del rapporto tra senso del dovere, rispetto delle regole, indifferenza e compassione. In attesa della ricostruzione esatta dei fatti, e preso atto delle precisazioni delle Ferrovie, questa storia ci permette di riflettere. Sembra riproporre, mutatis mutandis, il delicato tema della "banalità del male".

Si deve sempre e comunque compiere il proprio dovere? Le regole devono essere sempre rispettate alla lettera, senza alcuna eccezione? È Hannah Arendt che affronta per la prima volta in modo esplicito il problema nel 1963, quando pubblica il proprio resoconto del processo contro Eichmann. Certo, non si tratta assolutamente di paragonare il caso del disabile con la deportazione degli ebrei, ma di analizzare il problema morale del rapporto tra "dovere" e "umanità". Il tenente-colonnello Adolf Eichmann, durante il regime nazista, aveva coordinato l' organizzazione dei trasferimenti degli ebrei verso i campi di concentramento e di sterminio. Durante il processo, Eichmann non smise mai di proclamare la propria innocenza, spiegando come nella sua vita non avesse che ubbidito agli ordini, rispettato le leggi e fatto il proprio dovere. Eichmann, sosteneva Hannah Arendt, non è affatto un mostro: «Le sue azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco, né mostruoso».

È per questo che la filosofa ha parlato di «banalità del male». Non certo perché il male, in sé, sia banale. Ma perché tutti possiamo compierlo, senza rendercene conto, senza essere sadici o mostruosi. Tutti possiamo fare il male, quando applichiamo incondizionatamente le regole e, in nome del dovere, smettiamo di pensare. La cieca obbedienza al dovere può indurre chiunque ad agire senza riflettere, così da non essere più capace di distinguere tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. In una democrazia, è il rispetto delle regole comuni che permette il "vivere insieme". Se ognuno facesse sempre ciò che vuole, indipendentemente dalle leggi e dalle regole sociali e senza più assumersi la responsabilità dei propri gesti, la convivenza non sarebbe più possibile. È per questo che ai bambini si insegna l' importanza del "proprio dovere": dal rispetto nei confronti dei propri genitori, a quello verso gli insegnanti, i bambini crescono e diventano adulti allorché integrano le regole del mondo in cui vivono e capiscono che ci sono alcune azioni che si possono compiere e altre che invece sono vietate.

In ogni società, le regole da rispettare sono molte. Da quelle formali a quelle informali, le norme di comportamento rappresentano il nostro patrimonio comune. Ma gli esseri umani non sono (non dovrebbero essere) dei semplici automi, delle macchine che si limitano ad eseguire i programmi con cui sono state concepite. Ogni uomo deve poter continuare a giudicare autonomamente la validità delle regole, senza che per questo sia considerato un irresponsabile. Anzi, come dicevano già Sant' Agostino e San Tommaso, una legge ingiusta non obbliga in coscienza e quindi si può - a volte si deve - trasgredirla ( lex iniusta non est lex ). Esiste sempre la possibilità di fare appello alla propria coscienza. In quale tipo di società vogliamo far crescere i nostri figli? Quali sono i valori che vogliamo far trionfare? La "burocratizzazione" delle coscienze non permette mai di promuovere il bene comune. È solo in apparenza che l' ordine viene garantito.

Sacrificare l' esistenza concreta di un singolo individuo ad una regola generale e astratta, infatti, apre la porta alla possibilità stessa della barbarie. La compassione non è solo un buon sentimento che si rispolvera a Natale. Non è una banale emozione che permette, grazie a qualche lacrima versata di fronte alla sofferenza altrui, di sentirsi buoni, senza far mai nulla perché le cose cambino. Come spiega bene Freud, la compassione è una "diga psichica" che deve spingerci ad opporsi alla crudeltà, una diga di cui la civiltà ha bisogno per sopravvivere. Ma perché la compassione sia realmente presente, si deve poter essere capaci di immedesimarsi nell' altro - in coloro che soffrono, che sono fragili, che hanno bisogno del nostro aiuto - per poi agire di conseguenza. Rispettiamo le regole, allora, ma impariamo anche ad adattarle alle circostanze. Non basta "fare il proprio dovere" per essere in pace con la propria coscienza.

 

http://www.repubblica.it      31/12/2009   

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