L'avviso di sfratto
Se l’esercito alla fine si è schierato contro Mubarak, lo ha fatto perché di fronte a questo scollamento di un intero sistema ha riconosciuto che la causa era persa.
Ieri mattina, gli operai delle fabbriche militari numero 45
e numero 54 sono entrati in sciopero, e nell’invadere le strade in protesta, si
sono scontrati con la polizia.
Due giorni fa era toccato ai lavoratori delle fabbriche militari numero 63 e
numero 316. Fabbriche così segrete da non avere neppure nomi, ma solo numeri di
identificazione. La loro rivolta, inimmaginabile fino a solo pochi giorni fa, è
stata tenuta segreta dentro l’Egitto, ed è uscita solo per via clandestine,
pubblicate poi da un’organizzazione internazionale dei sindacati.
Quando, nel prossimo futuro, ricostruiremo la storia di questi giorni non ci
dovremo sorprendere se proprio questi episodi finali si riveleranno decisivi
nella sorte di Hosni Mubarak. Contestato dai giovani e dai poveri, alla fine,
come nelle leggende di ogni rivoluzione, il Faraone ha ricevuto il suo avviso
di sfratto da dentro il sancta sanctorum del suo potere: l’esercito, che dal
1952 gestisce l’enorme Paese, e che, ogni volta che si muove invia scosse
attraverso l’Egitto e l’intero Medio Oriente. La decisione che Mubarak non ha
voluto o saputo prendere, di fatto è stata presa per lui - sotto di lui si è
infatti sgretolato l’intero apparato statale: oltre ai militari, nelle ultime
ore erano scesi in piazza gli operai della fabbriche (tutte statali), i ranghi
dell’amministrazione pubblica, dagli impiegati, agli insegnanti, fino agli
avvocati e ai giornalisti della tv pubblica. L’Egitto è dai tempi di Nasser un
Paese autoritario nella filosofia e populista-socialista nelle aspirazioni,
organizzato in una fitta piramide (è il caso di dirlo) sociale, fatta di
comitati, sindacati, tesseramenti, riti pubblici, efficaci sia nella
redistribuzione delle risorse che nel controllo della società. Quando questa
rete si è mossa, quando tre giorni fa il governo ha riaperto banche e uffici
provando la carta della normalità, e si è trovato di fronte a scioperi, è
diventato chiaro a chi conosce l’Egitto che si era ormai raggiunto il punto di
non ritorno. Un altro piccolo dettaglio dell’erosione dei tradizionali
strumenti di consenso: il vicepresidente Suleiman alla riapertura degli uffici
aveva concesso il 15 per cento di aumento a tutti gli statali, ma stavolta la
mossa non ha funzionato.
Blasfemi, dunque, agli occhi del potere devono essere sembrati questi scioperi,
che hanno minacciato gli snodi più delicati del sistema: i medici e gli infermieri
di ospedali come Kasr el Aini, al centro del Cairo, i ferrovieri di un Paese
che ha fa affidamento sui binari più che sulle strade, e poi i lavoratori
dell’energia, gas e petrolio. La botta finale, simbolica ancor prima che reale,
è stata la protesta del Canale di Suez - l’ombelico di una storia di conflitti
che ha ormai quasi un secolo.
Se l’esercito alla fine si è schierato contro Mubarak, lo ha fatto perché di
fronte a questo scollamento di un intero sistema ha riconosciuto che la causa
era persa. Il modo scelto ieri di annunciare il loro cambio di bandiera -
l’annuncio alla piazza, gli abbracci fra militari e popolo, la seduta
permanente delle sue alte sfere in un giuramento di fedeltà alla sicurezza del
Paese - è un vero e proprio omaggio e inchino a un nuovo potere.
Ma se questa loro mossa ha fatto pendere la bilancia dal lato della rivolta, è
ancora l’esercito a tenere ora nelle mani il prossimo futuro dell’Egitto. E il
suo ruolo rimane in questo ore illeggibile e imprevedibile. È dal 1952, da quando
una coalizione di giovani ufficiali guidati da Gamal Abdel Nasser riuscì a
porre termine a un secolo e mezzo di monarchia coloniale, espellendo l’ultimo
re, Farouk, che questi militari governano di fatto, alimentando intorno a sé
una narrativa di eroismo e populismo che ancora oggi rassicura, come si è visto
anche in questa rivolta, il Paese. Nemmeno le sconfitte successive contro
Israele, nel 1948 nel 1956, nel 1967 e quella del 1973 ne hanno mai distrutto
la reputazione: anzi, quelle sconfitte sono semmai state raccontate in termini
di eroico sacrificio. Un’aura che è poi servita a compensare la decisione di
firmare gli accordi di pace con Israele.
E tuttavia, questo pilastro dell’Egitto, perno della centralità moderata e
moderna sia contro l’Islam radicale che contro la instabilità regionale, sia
agli occhi internazionali che mediorientali, è riuscito a mantenere il suo
potere interno, grazie all’essere diventato la maggiore Company Egiziana. Quasi
la metà della economica nazionale è direttamente gestita dai militari.
Rinunceranno ora a questo ruolo solo perché c’è stata una rivolta? Riusciranno
davvero a democratizzare, cioè a lasciare nelle mani di una società più aperta
e più dinamica, l’Egitto? La domanda ha percorso ieri l’intero Paese. Ma sarà
lì ancora domani e dopodomani, e dopodomani ancora. La rivoluzione egiziana è,
in questo solo, solo all’inizio.
http://www.lastampa.it 11/2/2011

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