L'arrembaggio alla Costituzione
Negli ultimi quindici anni, l´unica vera e grande sconfitta del centro-destra avvenne il 25 e il 26 giugno del 2006: quando il 61,7 per cento degli elettori bocciò il progetto di revisione costituzionale del terzo governo Berlusconi.
Negli ultimi quindici anni, l´unica vera e grande sconfitta del centro-destra
avvenne il 25 e il 26 giugno del 2006: quando il 61,7 per cento degli elettori
bocciò il progetto di revisione costituzionale del terzo governo Berlusconi.
Uno scarto di voti che non si era mai verificato prima, non si verificherà mai
dopo. Chi percorse l´Italia, meno di tre anni fa (non di tre secoli fa) ricorda
la modestia di quella campagna per il «no»: passaparola, riunioni mai troppo
affollate, partiti distratti. Vi era però anche una accorata partecipazione
cittadina, l´attenzione di chi rischia di perdere la propria carta d´identità.
Queste qualità si capirono poi, in quella data d´estate che sembrava proibitiva
e senza vincolo di quorum: quando andò a votare invece il 53,6% dei cittadini
iscritti.
Sarebbe bene che di quei giorni e di quei conti si ricordasse il presidente del
Consiglio che dichiara oggi una seconda guerra contro la Costituzione. Momento
e terreno sono stati scelti con il consueto istinto. La strapotenza numerica
parlamentare non vede flessioni di sondaggi. Il campo è quello vasto delle
incertezze bioetiche. È in corso un lacerante dramma di coscienza popolare. Non
c´è qui neppure l´ombra del pervasivo conflitto di interessi. Eppure, eppure.
Quando, com´è fatale, il casus belli si sarà allontanato e separato dal
conflitto istituzionale di fondo. Quando le alleanze stipulate sulla tragedia
di Udine rifiuteranno di estendersi ad un avventuroso disegno di potere senza
garanzie. Quando questo, tra poco avverrà, riappariranno allora, con la loro
forza impeditiva (al di là di quello che potrà fare l´opposizione parlamentare)
le debolezze culturali ed etico-nazionali di un tale progetto di arrembaggio
alla Costituzione. Vecchi e nuovi alleati obietteranno. Sarà chiaro a tutti che
dal predellino di un´auto si possono cancellare vecchi partiti e inventarne uno
nuovo. È più difficile cancellare una Costituzione e imporne una diversa.
Sarebbe bene però che di quelle giornate del giugno 2006 si ricordasse anche
chi oggi ha il diritto-dovere dell´opposizione costituzionale (un aggettivo
tradizionale che acquista ora una intensità di significato che non aveva
prima). Non per cullarsi nell´illusione che alla fine avrà la meglio il
radicamento popolare di istituzioni e libertà.
Nell´anno appena trascorso, il grande seminario popolare per i sessant´anni
della Costituzione ci ha infatti detto, al di là della inevitabile retorica di
certe celebrazioni, che abbiamo a che fare, nella vita politica e di ogni
giorno, con una Costituzione problematica, con una Costituzione inquieta che
chiede nuove letture: magari più radicali di nuove riscritture. Non è un testo
che ci può fare addormentare tranquilli nel suo tran tran, nelle sue formule
felici, ma è una «sentinella» che ci impone di stare svegli sui suoi principi e
sui suoi equilibri: perché i pericoli sono cresciuti e le antiche difese si
sono abbassate.
Ecco perché un´opposizione che voglia far fronte a questa nuova guerra, deve
darsi una regola, un programma, un suo pensiero costituzionale, appunto. Che
questo debba partire dalle garanzie è cosa da tempo evidente: non per impedire
ma per consentire il «governo democratico» dello stato di eccezione permanente
in cui viviamo. Di questo programma, di questo pensiero non si è vista finora
traccia alcuna.
Da questo punto di vista, il presidente del Consiglio ha reso un servizio utile
al paese. Rivelando il suo disegno punitivo della Costituzione, ha forse rotto
le uova nel paniere di tanti suoi accorti negoziatori. Ma certo ha
ridicolizzato quell´opposizione che, malata di cecità istituzionale, si accingeva
a scambi ineguali, a patti leonini (con il leone), a cambiali in bianco.
Da oggi tutto si svolge in clima di grande chiarezza: dopo che il premier ha
rovesciato il tavolo degli equivoci, la trattativa sulle regole può
ricominciare. Ma da oggi peseranno - irreversibilmente: perché legate, per
contrappasso, al ricordo irreversibile dell´attuale dramma - alcune cose.
La prima cosa è che il premier rifiuta la garanzia del capo dello Stato. La
rifiuta nella forma riservata che era ormai consuetudine repubblicana (Luigi
Einaudi, chiuso il suo mandato, aveva raccolto, nel 1956, quei suoi «pareri» in
un libro famoso: «Lo scrittoio del presidente»). La rifiuta come controllo di
legittimità preventiva sul più «pericoloso» dei poteri del governo: decreti per
fare norme legislative che entrano in vigore, prima ancora che il Parlamento se
ne possa occupare.
La seconda cosa è che il premier ritiene che con un atto normativo urgente di
governo sia possibile impedire l´attuazione, su una vicenda umana, di sentenze
definitive emesse da tre ordini di giudici (civili, amministrativi,
costituzionali) sulla base di principi della Costituzione, dopo un «giusto
processo» iniziato nel 1999. Senza che il legislatore sia in tutto questo tempo
intervenuto.
La terza cosa è che il premier considera che il metodo naturale per governare
sia quello per decreto. Il ruolo del Parlamento viene dopo, a norme fatte e a
rapporti giuridici iniziati sulla loro base.
La quarta cosa è che il premier contesta la stessa legittimazione originaria
della Costituzione, scritta «con la presenza di forze che hanno guardato alla
Costituzione sovietica come a un modello». Certo: si tratta di una vecchia
manipolazione, ricorrente come i «protocolli di Sion». Ed è inutile ricordare
che l´influenza «sociale» dei cattolici e dei social-comunisti poté
manifestarsi solo nei «compromessi» delle norme programmatiche della
Costituzione: non certo sulle garanzie istituzionali. È inutile anche ricordare
che quando la
Costituzione fu votata, i social-comunisti erano già stati
espulsi dal governo De Gasperi: e anzi era cominciata la loro esclusione
«strutturale» dai governi del paese.
È inutile pure ricordare che il 22 dicembre 1947 votarono per la Costituzione: Pietro
Nenni e Palmiro Togliatti, ma anche Luigi Einaudi e Alcide De Gasperi; Giorgio La Pira ed Epicarmo Corbino;
Aldo Moro ed Amintore Fanfani; Benedetto Croce e Giuseppe Dossetti. È inutile
ricordare tutto questo perché sono cose scritte anche nel più elementare dei
libri di scuola.
Se il premier preferisce invece la contrapposizione del non-vero è perché
capisce che solo la collaudata tecnica propagandistica anticomunista può
aiutarlo a tirar via dall´aria del paese un elemento, come la Costituzione, che vi
è entrata quale fattore costitutivo e vissuto di cittadinanza: anche per chi
non l´ha mai letta.
Ecco, con queste avvertenze, il dialogo può anche ripartire. Gli ultimi fatti
italiani ci dicono, anzi, quanta misura di sicurezza istituzionale si debba
ancora ricercare assieme.
La Repubblica 9 febbraio 2009

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