Strumenti personali
america

L'America frugalista

[...]dalla prima potenza capitalistica del mondo è partito un dibattito che non riguarda le ricette economiche – da sole, comunque, non basterebbero a superare la crisi – ma investe in profondità lo stesso stile di vita americano, un modello imitato in tutto l’Occidente. Siamo pronti anche noi a entrarci, in quel dibattito?

Messa alle corde da «una crisi di proporzioni storiche» – parole di Barack Obama – la nazione che, nel bene e nel male, è diventata sinonimo di società dei consumi ha una via di salvezza: se adotterà uno stile di vita “frugalista”, cioè «frugale ma al tempo stesso sano e alla moda, barattando vestiti, comprando di seconda mano, coltivando i propri prodotti, ecc».

Il termine – l’aggettivo “frugal” ispanizzato dal suffisso ista – figura nella lista annuale dei neologismi più diffusi in America stilata dai linguisti del New Oxford American Dictionary, all’interno della quale è scelto quello più in sintonia col clima dell’anno che si chiude. La preferenza degli esperti lessicali, per il 2008, è andata al termine “hypermiling”, una parola composta che significa massima percorrenza automobilistica con il minimo consumo di carburante. In un anno funestato dall’impennata del prezzo della benzina, gli illustri lessicologi hanno pensato che il neologismo sintetizzasse meglio d’ogni altro il senso comune rispetto alla crisi.
Poi la situazione è ulteriormente precipitata, mentre il prezzo del petrolio ha cominciato a scendere.

Per questo William Safire, dall’alto di Language, la sua seguitissima e raffinatissima rubrica sul New York Times, ha consigliato agli esperti del New Oxford American Dictionary di lasciar perdere “hipermiling”, un termine troppo legato a una contingenza circoscritta e variabile, e di guardare piuttosto al futuro, a un avvenire di lunga recessione con la quale gli americani dovranno fare i conti. Ed ecco allora il “frugalista”, il “guerriero antirecessione” che sarà costretto a stringere la cinghia. Senza per questo rinunciare ai piaceri della vita.

Già, perché la prospettiva di un periodo prolungato di «tagli e sacrifici» – ancora parole di Obama – rischia di risuonare nelle orecchie degli americani come una sequenza di rinunce, senza nessuna contropartita. Chi non ricorda in Italia l’“austerity”. Oggi quel termine circola nel dibattito americano, mentre, da noi, periodicamente, e spesso in modo strumentale, è stato ritirato fuori per stigmatizzare il “pessimismo” del Pci berlingueriano di fronte all’“ottimismo” del craxismo che prendeva il volo. Questo avvenne anche perché, quando nel 1977 Enrico Berlinguer, con Giorgio Amendola, parlò di «austerità, rigore e lotta allo spreco», l’accento sul sacrificio personale ebbe la meglio sull’idea di combattere un modello economico basato sullo sperpero e sull’ingiustizia sociale.

Sotto altre forme, quel discorso torna ora in America. Qualche giorno fa, un altro opinionista del New York Times, Roger Cohen, raccontava un suo soggiorno a Cuba. Le dovute e prevedibili parole di condanna di un regime che opprime e impoverisce il suo popolo sembravano quasi di circostanza in un articolo ai limiti dell’elegiaco nella sua esaltazione di un luogo senza consumi e senza pubblicità, tagliato fuori, non per suoi meriti, dalla catastrofe che attraversa il resto del mondo, un’isola in cui la gente non è depressa e che scambia come principale “commodity” la conversazione.

A una società disumanizzante come la nostra, «Cuba is provocative», scriveva Cohen.
Parole inimmaginabili, anche nella penna di un liberal, solo un anno fa.
Certo, la “provocazione” cubana al massimo può far riflettere, ed è l’opposto di un’opzione plausibile. Ma anche Safire, che tra l’altro è un opinionista conservatore, con il suo divertente esercizio sul “frugalista”, è lo specchio di un dibattito ampio e sentito ma che però interessa solo certe élite, peraltro, già da tempo e senza bisogno della stretta economica, ostili ai Suv e dalla sobrietà ostentata. Contagiare “le masse”, con una visione frugale, sarà ben altro cimento.

Eppure sia la Cuba di Cohen sia il “frugalista” di Safire segnano una svolta filosofica importante.
Ci dicono che dalla prima potenza capitalistica del mondo è partito un dibattito che non riguarda le ricette economiche – da sole, comunque, non basterebbero a superare la crisi – ma investe in profondità lo stesso stile di vita americano, un modello imitato in tutto l’Occidente. Siamo pronti anche noi a entrarci, in quel dibattito?

 

Europa 26 novembre 2008

Azioni sul documento