La vita precaria ci fa diventare un Paese cattivo
Senza un segnale netto di alt a questa deriva, che implica un confronto duro con le attuali classi dirigenti, si rischia l´abdicazione al proprio status di cittadino e un ritorno alla passività del suddito
Sono i lavoratori del ceto medio e i giovani, i nuovi poveri in Italia. La
situazione è peggiorata per tutti, più grave che all´inizio degli anni Ottanta
quando si contavano sei milioni di persone in condizioni di indigenza. Oggi non
soltanto sono almeno due milioni in più ma – secondo i dati Istat del 2008 –
gli italiani messi ko da una spesa imprevista di settecento euro sono
diciannove milioni, più di un terzo della popolazione. Proprio noi messi così
male, noi che apparteniamo al "club dei grandi"?
È un ritratto dell´Italia reale, stridente nell´asprezza dei numeri con il
racconto "apologetico" del potere, Poveri, noi, il breve saggio di Marco Revelli in uscita oggi da
Einaudi (pagg. 128, euro 10). Il politologo, alla guida negli ultimi tre anni
della Commissione d´indagine sull´esclusione sociale, racconta un Bel Paese più
povero e molto più cattivo. Usa una metafora: come Gregor Samsa, il
protagonista del celebre racconto di Kafka, anche noi un giorno ci siamo
svegliati e ci siamo ritrovati irriconoscibili. Non solo delle canaglie con gli
"ultimi" della piramide sociale che è meglio spingere sempre più in
basso, meglio ancora se "fuori". Ormai con un´inedita ferocia
trattiamo un po´ tutti gli "altri", quelli che per le ragioni più
svariate stanno peggio di noi –negli ambienti di lavoro come anche in famiglia.
Professor Revelli, lei fa dubitare delle
"magnifiche sorti e progressive" di questo Paese così pieno di
simboli di un´opulenza anche ostentata. Non sarà un catastrofista?
«Sono i numeri e i fatti, le statistiche e le storie di cronaca che denunciano
vistosamente l´estrema fragilità della nostra struttura economica, sociale e
anche morale. Non solo non siamo in crescita, ma su un piano che inclina
pericolosamente verso l´arretratezza. Viviamo una condizione generalizzata di
malessere che disgrega il tessuto sociale, producendo una rottura a catena
delle relazioni, dei legami, dei meccanismi più elementari della solidarietà.
Gli effetti sono gravissimi sulla qualità e sulle prospettive della nostra
democrazia».
La crisi morde anche sulle fasce finora considerate relativamente
"forti" del mercato del lavoro: sul ceto medio. Chi sono questi nuovi
poveri?
«Sono figure sociali estranee alla "cultura della povertà" che – per stile
di vita, interessi, amicizie, rapporti professionali, modelli famigliari –
appartengono a tutti gli effetti a una middle class che si considerava
"garantita" contro il rischio del declassamento e a maggior ragione
dell´impoverimento».
Faccia degli esempi.
«C´è l´ingegnere dell´Eutelia (ex Olivetti) ad altissimo livello di
professionalità che contava su un reddito medio-alto e si ritrova "messo
in mobilità". Ci sono i tanti impiegati delle industrie, i
"quadri" tecnici d´improvviso privi di consulenze, i piccoli e medi
commercianti schiacciati dalla grande distribuzione. Tutti fino all´altro
giorno sicuri del proprio tenore di vita, e ora in grave affanno. E poi ci sono
le donne, anche laureate e con una posizione professionale di tutto rispetto,
costrette a cambiare radicalmente vita se si ritrovano sole – dopo una
separazione, il che è molto frequente. Sono donne che spesso hanno figli,
pagano una baby sitter, e magari anche il mutuo o le rate dell´auto... Non
saranno "tecnicamente" povere, ma la loro è una condizione difficile,
per quanto in genere dissimulata».
Sono invece tutt´altro che poveri
"occulti" i giovani, derubati del presente e del futuro. Lei scrive
che sono stati "massacrati". Non teme che l´espressione sia troppo
forte?
«No, perché sono proprio loro le vittime sacrificali del declino del nostro
Paese. Qui parlano i numeri: l´80 per cento dei posti di lavoro perduti tra il
2008 e il 2010 riguarda i giovani, quelli che erano entrati per ultimi nel
mercato del lavoro, attraverso la porta sfondata dei contratti atipici, a
termine, a somministrazione, a progetto... Precari nello sviluppo, disoccupati
nella crisi, senza la copertura degli ammortizzatori, spesso senza neppure un
sussidio minimo. La scelta di puntare esclusivamente sulla cassa integrazione
ha aperto un ombrello sui padri, ma lasciando fuori i figli, licenziabili con
facilità e a costo zero. I più istruiti e altamente qualificati, quelli che
appartengono al "mondo dei cognitivi", alle nuove professioni come
l´informatica, sono ormai ridotti a sottoproletariato».
C´è poi lo scandalo della povertà delle famiglie numerose, il 40 per cento
concentrate nel Sud. Quanti sono in Italia i bambini che oggi non hanno niente
e domani saranno degli adulti a rischio?
«Il Paese del Family Day ha il triste privilegio di avere il tasso più alto di
povertà minorile dell´Unione europea. A inchiodarci a un 25 per cento è
Eurostat: come dire che un minorenne su quattro vive in una famiglia molto
disagiata, e che in questo Paese fare più di due figli è una maledizione».
Cosa ci sbattono in faccia – sgradevolmente – le statistiche dei poveri?
«La realtà di un Paese che arranca e l´illusionismo allucinatorio di un Paese
virtuale da piani alti. In mezzo, tra le punte della forbice, trovano terreno
fertile le frustrazioni e i veleni, i risentimenti e i rancori, le rese morali
e i fallimenti materiali, le solitudini e le crisi d´identità che hanno
sfregiato l´antropologia sociale italiana. L´indurimento del carattere
nazionale e la diffusione dell´invidia come sentimento collettivo.
L´intolleranza per le fragilità dei deboli, la tolleranza per i vizi dei
potenti. Tutto il repertorio d´ingredienti che hanno nutrito le fiammate
populiste, il "tribalismo territoriale" come forma di risarcimento,
ma anche le più silenziose ondate di "esodo" dalla politica e dallo
spazio pubblico».
Con quali effetti sulla qualità della
democrazia italiana?
«I principi democratici vengono profondamente corrosi in un Paese dove cade la
speranza nei meccanismi di redistribuzione del reddito e sembra impossibile
attingere alla ricchezza dei pochi fortunati, dove chi è povero è destinato a
rimanere povero e una parte consistente della popolazione cessa di considerare
pubblicamente garantita la propria aspirazione a una vita degna. L´individuo
insicuro della propria posizione e timoroso del proprio fallimento chiede al
potere protezione e offre al potere fedeltà. Oggi questo scambio perverso
riempie il vuoto lasciato dai diritti, ma né la discrezionalità dei diversi
titolari dei poteri né la dedizione dei servi appartengono allo statuto della
democrazia. Senza un segnale netto di alt a questa deriva, che implica un
confronto duro con le attuali classi dirigenti, si rischia l´abdicazione al
proprio status di cittadino e un ritorno alla passività del suddito».
Repubblica 1.12.10

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