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La vita per forza

La medicina prolunga l’esistenza ma ingigantisce il regno dei malati

 

 

 

Il poeta americano Henry Wadworth Longfellow terminò la sua poesia The Rainy Day con questi versi: «La pioggia cade nel corso di ogni vita, e vi sono giorni bui e tristi». Quasi un secolo più tardi, negli anni 1940, Doris Fischer e Allan Roberts adattarono questi versi ad un brano destinato ad Ella Fitzgerald e gli Ink Spots: «La pioggia cade nel corso di ogni vita, ma nella mia ne sta cadendo troppa». Tuttavia, nonostante questi ripetuti ammonimenti, nella nostra società contemporanea sembra sia radicata in noi l’illusione che la pioggia possa essere evitata, che in qualche modo si possa attraversare la vita e addirittura negoziare la morte evitando il dolore e la perdita. Quando poi qualcuno ne rimane accidentalmente colpito, si va immediatamente alla ricerca della causa evitabile, di qualcosa o qualcuno da incolpare, rifiutando l’evidenza che la sofferenza costituisce parte ineludibile della condizione umana.

Bombardati da immagini di giovinezza e salute e nonostante l’altrettanto cospicua valanga di immagini di una realtà molto diversa provenienti dalle regioni meno fortunate del mondo, sembra che ci siamo indotti a credere che la fragilità intrinseca della condizione umana non riguardi più i paesi più ricchi del mondo. Tuttavia, la pioggia continua a cadere nelle nostre vite e questo inganno pervasivo non fa

che rendere ancora maggiore la sofferenza di chi viene arbitrariamente e imprevedibilmente colpito da prematura malattia. Come scrisse il grande antropologo e psichiatra americano Arthur Kleinmann: «Il cancro è il destabilizzante richiamo all’ostinata persistenza di componenti di imprevedibilità, incertezza e ingiustizia, tutte questioni di valore, che appartengono alla condizione umana». A meno che la morte non sopraggiunga all’improvviso o in modo catastrofico, noi tutti, prima o poi, dovremo compiere questo viaggio e affrontare lo shock, la rabbia, la solitudine e la terribile tristezza lo accompagnano.

AMMALATI MA NON MORTI

Gli straordinari progressi della scienza medica hanno prodotto un rapido aumento dell’aspettativa di vita che, effettivamente, è diventata il principale parametro di salute nelle statistiche globali, anche se questo tende a celare il fatto che la medicina ha avuto molto più successo a posporre la morte, e di conseguenza a prolungare la vita, piuttosto che a curare la malattia. L’aumento dell’aspettativa di vita è stato ottenuto al prezzo paradossale di una crescita costante della fetta di popolazione che entra a far parte del regno degli ammalati. Sentiamo parlare dell’epidemia delle malattie croniche come se si trattasse di un disastro piuttosto che di un trionfo, apparentemente dimenticando che per moltissimi sopravvissuti a condizioni patologiche letali come il cancro, le patologie renali croniche e l’infezione da Hiv, il fardello costante dei sintomi da sopportare, delle cure quotidiane e delle visite mediche cui si devono sottoporre è ben ricompensato dal prolungamento della loro vita. Nel contempo tuttavia, il sistema dell’industria biomedica mondiale cerca di rimpinguare ulteriormente la popolazione del regno degli ammalati diffondendo e promuovendo attivamente la paura della malattia. È evidente che alla stragrande maggioranza della popolazione sana possono essere attribuiti fattori di rischio di patologie future quali ad esempio un moderato aumento della pressione sanguigna o dei livelli di colesterolo. Nella misura in cui questi fattori di rischio vengono assunti essi stessi come malattia, come sta accadendo in tutto il mondo, il regno degli ammalati si fa sempre più affollato. Gli effetti perversi di questo meccanismo culminano nella constatazione che le popolazioni caratterizzate dalla più alta aspettativa di vita sono anche quelle con il tasso più elevato di malattie autodichiarate dai singoli. Certo, questo si può parzialmente ricondurre al maggior numero di sopravvissuti a patologie croniche ma, dalla mia esperienza di medico di famiglia, posso dire che una fetta ancora maggiore va attribuita ai sintomi generati dall’ansia della possibilità futura di malattia e di sofferenza causata dall’ingiustizia e dalla crudeltà insita nella struttura e nel sistema che regola la nostra società.(...)

Con tutto ciò, per quanto cerchiamo di nascondercelo, la vita termina inesorabilmente nella morte e, a ragione, molti di noi cercano di prolungare il più possibile la propria vita e mantenere buone condizioni di salute. Se da un lato è innegabile che la diminuzione dei tassi di mortalità fra i giovani rappresenti un chiaro progresso per l’umanità, dall’altro la condizione penosa di chi ha superato l’aspettativa media di vita nei paesi ricchi e che sopravvive in una fascia d’età avanzata in condizioni di crescente fragilità è molto meno positiva.

L’OSTACOLO ALLA FINE

Si arriva ad un punto in cui la medicina ostacola attivamente l’inevitabile processo del morire e dove il prolungare forzosamente la vita diventa crudele. La natura offre delle strategie di uscita al corpo malato. Mano a mano che avanza la vecchiaia e la debolezza si riduce la resistenza alle infezioni e non a caso la polmonite viene tradizionalmente considerata l’amica dei vecchi. Ma noi ora stiamo cercando di immunizzare tutta la popolazione anziana contro le forme più comuni di polmonite e influenza. Mentre cala il numero di persone che muore per attacchi cardiaci e cancro, molte vivran-

no abbastanza a lungo per soccombere alla demenza. Con il progredire della demenza, si compromette il coordinamento della deglutizione cosicché diventa sempre più difficile mangiare e si arriva alla morte per questa via. Noi però ora alimentiamo artificialmente con la sonda prolungando ulteriormente la sopravvivenza. La pioggia cade nella vita di ogni essere umano e cade sin troppo copiosa nella vita di alcuni. La consolazione palliativa di Longfellow è che «dietro le nuvole brilla comunque il sole» ma Shakespeare, nel Timone d’Atene, offre la genuina consolazione della morte: «La lunga malattia della mia vita è molto prossima alla guarigione, e il nulla sta per arrecarmi il tutto».

 

 

http://www.unita.it - 26.9.09

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