La virtù perduta del coraggio
La vicenda di Penati mette in luce una debolezza non ancora risolta della leadership della sinistra.
Nei momenti difficili si mostra il carattere. Questa massima
di saggezza popolare può valere per gli individui singoli e per le società.
L´Italia naviga da mesi ormai in un mare di emergenza economica e finanziaria.
Questo stato di difficoltà ha confermato lo stato di incredibile inadeguatezza
della sua classe politica. Prima e soprattutto di quella di governo, la cui
leadership è al fondo radicalmente antinazionale.
La coalizione di governo è dilaniata da mesi da conflitti intestini che vertono
essenzialmente su questo: come riuscire a non far pagare il prezzo della
manovra al proprio bacino elettorale, ai propri gruppi sociali o territoriali
di riferimento. Che cosa questo comporti per il futuro del Paese non importa.
Non importa alla Lega che per bocca del suo leader storico confessa al mondo
che l´Italia comunque sarà spazzata via da questa crisi mondiale e che è quindi
meglio pensare a salvare la parte sua, le regioni del nord padano nelle quali
stanno gli elettori del Carroccio. Il destino del Paese non importa al
presidente del Consiglio, il quale ha comparato senza giri di parole questo
Paese, il Paese che governa, a un fetido escremento. L´inadeguatezza paurosa
del premier è confermata dalla squallida vicenda Tarantini la quale, ha
osservato Massimo Giannini nei giorni scorsi, mette in luce "l´enorme
gravità politica" dei suoi comportamenti anche se non c´è agli atti nessun
risvolto penale a suo carico. Dimostra quel che da anni si va ripetendo: che
Berlusconi è un leader sotto ricatto, e pertanto inaffidabile; un leader che,
in piena discussione sulla manovra economica, perde una quantità esorbitante
del suo tempo per discutere dei suoi putridi "affari".
Ma i problemi della debolezza della leadership politica italiana si estendono
oltre la maggioranza. La gravissima vicenda giudiziaria che vede coinvolto
Filippo Penati è un macigno che pesa enormemente sull´autorità e l´efficacia
politica del più grande partito di opposizione. Indipendentemente dai risvolti
giudiziari, questa vicenda è di una gravità enorme e mette a nudo la debolezza
politica del Pd. La vicenda dell´ex-presidente della Provincia di Milano mostra
la persistenza di un modello di partito e di politica che apparteneva a un
tempo nel quale i partiti erano i soli depositari del giudizio politico. Un
tempo nel quale la fedeltà al partito era la prima e più fondamentale risorsa,
il fine o il bene che giustificava l´uso di ogni mezzo e metodo. Su un campo di
battaglia picchettato dalla logica della Guerra fredda le "mani sporche in
politica" erano quasi una forma di eroismo: per parafrasare Machiavelli, i
politici erano disposti a perdere l´anima pur di fare il bene del partito.
Quando Penati chiede al suo partito di essere "garantista" con lui
che è stato un leale sostenitore e non ha agito per arricchire se stesso,
dimostra di ragionare secondo quella vecchia etica partitica. La
"questione morale" è dunque una questione di "mores", di
valori e principi politici dai quali derivano norme di comportamento.
Nell´Italia di oggi non c´è più posto per questo modello di partito né quindi
per una visione del bene del partito che giustifichi mezzi obliqui e
irrispettosi della legge. In questo senso la vicenda di Penati mette in luce
una debolezza non ancora risolta della leadership della sinistra.
La crisi della leadership politica nazionale è ovviamente complessa. Sarebbe a
dir poco assurdo rubricare nello stesso capitolo maggioranza e opposizione. Il
detto "tutti sono uguali" è una evasione della ragione, una
scappatoia oziosa di chi non vuole ammettere la specificità del berlusconismo:
un fenomeno di malgoverno, affarismo e negazione dell´interesse generale che è
sistematico e sistemico. Non un caso di corruzione né il segno di una lealtà
politica partitica, ma un modo di essere e fare politica che è scientemente
fondato sulla violazione della legge o la sua riscrittura per renderla meglio
disposta a permettere la distruzione del bene pubblico e la soddisfazione di
beni privati, interessi di gruppi e di territori. Il berlusconismo è una forma
di politica antinazionale, contro ciò che è nell´interesse della nazione.
Questa politica dà il segno dell´inadeguatezza della leadership di governo in
questo momento di emergenza nazionale.
La cosa preoccupante è che in questo momento di emergenza l´opposizione sembra
aver smarrito la forza, il coraggio e la credibilità necessari per rovesciare
questo corso rovinoso. Le elezioni di maggio e i referendum di giugno sono
stati con troppa facilità messi in archivio, forse perché non si è compreso il
loro significato, cioè la carica di disobbedienza al modello berlusconiano,
un´indicazione preziosa di come ridare alla politica dignità e rigore,
condizione essenziale per ricostruire una nuova leadership. La vicenda Penati
rivela questa incomprensione; è il segno che la politica dell´opposizione è
ancora intrappolata nella vecchia logica della politica partitica. Chiudere
subito e con coraggio con quel modello di partito e di politica può agevolare
l´emergere di una leadership che sappia cogliere appieno il messaggio che i
cittadini hanno lanciato in maggio e giugno, che non dissipi un patrimonio
etico e politico che a fatica, e con una ammirevole tenacia, gli italiani hanno
saputo difendere in questi anni di egemonia berlusconiana.
La Repubblica, 4 settembre 2011

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