La tragedia greca troverà il suo eroe?
Ci sono altre due possibilità: la Grecia stringe i denti e ce la fa; la Grecia semplicemente dichiara il default.
Il governo greco ha promesso di ridurre il deficit di
bilancio dal 12,7% stimato per l'anno appena trascorso al 3% del prodotto
interno lordo entro il 2012. È plausibile un'impresa del genere? Non molto. Ma la Grecia è solo un canarino
nella miniera di carbone dei bilanci pubblici. Altri paesi dell'Eurozona sono
sotto pressione per ridurre il disavanzo. Che effetti può produrre una
pressione del genere sugli stati membri più vulnerabili, sull'area euro e
sull'economia mondiale?
Dopo aver falsificato le cifre per anni, dopo aver violato la fiducia dei suoi
partner, Atene è caduta in disgrazia. Ma anche se la colpa è in gran parte sua,
il compito che deve affrontare è sovrumano. Soprattutto perché, a differenza
della maggior parte dei paesi con un enorme deficit di bilancio (ad esempio il
Regno Unito), la Grecia
non può compensare l'impatto del risanamento dei conti pubblici con un
allentamento della politica monetaria o con una svalutazione della moneta.
La Grecia fa parte di un'unione valutaria che adotta la politica monetaria più
rigida di tutte le grandi aree economiche, come ha evidenziato Paul de Grauwe
dell'Università di Lovanio (Financial Times del 18 gennaio).
Secondo l'Ocse, la domanda interna reale della zona euro nel 2010 rimarrà al
palo. In Germania è prevista una crescita dello 0,2%. Inoltre l'euro, dal
momento della sua introduzione, nel 1999, in termini reali si è rafforzato più di
tutte le altre principali valute. Per aggiungere al danno la beffa, la Grecia e altri paesi
periferici hanno perso competitività all'interno dell'Eurozona. Per citare un
dato, il costo unitario del lavoro è aumentato del 23% rispetto a quello
tedesco, fra l'inizio del 2000 e il secondo trimestre del 2009. È un valore in
linea con l'esperienza di altri paesi periferici.
Infine, anche se il risanamento dei conti pubblici riducesse gli spread dei
titoli di stato greci rispetto ai bund tedeschi (un indicatore del rischio di
default della Grecia), il beneficio per le finanze pubbliche e l'economia
sarebbe contenuto. Certo, all'inizio di questa settimana lo spread greco
rispetto ai bund era addirittura di 2,74 punti percentuali. Ma gli spread hanno
cominciato a crescere solo da due anni a questa parte. Anche l'impatto dei
tassi di interesse più bassi del settore pubblico sui rendimenti pagati dal
settore privato probabilmente sarà abbastanza limitato.
Tenendo conto di questi vincoli stringenti, un risanamento dei conti pubblici
di vaste dimensioni produrrà una recessione profonda, e questo di sicuro
incrementerà il deficit strutturale. Ipotizziamo, ed è una stima prudente, che
per ogni punto percentuale di risanamento vi siano 0,2 punti di deterioramento
compensativo dei conti pubblici. A questo punto il risanamento strutturale
necessario per ridurre il deficit effettivo al 3% del Pil rasenterebbe i 12
punti percentuali.
Il governo greco scoprirebbe che a ogni passo avanti che fa, scivola
leggermente indietro. Finora la recessione in Grecia non ha colpito più di
tanto, ma le cose sono destinate a cambiare. Il governo di Atene presto si
troverà a fare i conti con una situazione disastrosa, sia nel settore pubblico
che in quello privato, e senza leve da sfruttare.
I problemi della Grecia sono radicali, perché è l'unico, fra i paesi
vulnerabili della zona euro, ad avere sia un forte disavanzo che un debito
pubblico elevato. Altri paesi con grossi deficit di bilancio sono l'Irlanda
(12,2% del Pil nel 2009) e la
Spagna (9,6%). Tuttavia, mentre alla fine del 2009 in Grecia il debito
pubblico netto era pari all'86% del Pil, secondo le stime dell'Ocse, in Irlanda
e in Spagna non andava oltre, rispettivamente, il 25% e il 33%. L'Italia, da
parte sua, con un indebitamento netto del 97% aveva un disavanzo di
"appena" il 5,5%. Il Portogallo stava nel mezzo, con un debito netto
del 56% e un deficit del 6,7%. La sfida che attende la Grecia, dunque, è più
importante e più urgente che per gli altri paesi.
In un articolo pubblicato sul Financial Times (12 gennaio scorso), Desmond
Lachman, dell'American Enterprise Institute, giungeva alla conclusione che la Grecia sarà costretta a
lasciare l'euro. Simon Tilford, del Centre for European Reform di Londra, ha
scritto (sempre sulle pagine del quotidiano inglese, il 15 gennaio) che invece la Grecia andrebbe salvata. Ci
sono altre due possibilità: la
Grecia stringe i denti e ce la fa; la Grecia semplicemente
dichiara il default.
Qual è lo scenario più probabile? Non lo so. Ma il default non può essere una
soluzione. A quel punto la
Grecia sarebbe costretta a rientrare dal deficit nel pieno di
una disfatta economica nazionale. Uscire dall'euro sarebbe una catastrofe, dal
punto di vista politico. Inoltre, ognuna di queste due eventualità (e tanto più
nel caso di tutte e due insieme), creerebbe un contagio letale per i paesi
vulnerabili. Improvvisamente, l'impensabile diventerebbe plausibile. L'Eurozona
a questo punto potrebbe trovarsi a dover fare i conti con un'ondata di crisi
del debito pubblico e del settore finanziario, al cui confronto quello che è
successo nel 2009 sembrerebbe una gita di piacere.
D'altra parte, un salvataggio da parte del resto dell'area
euro creerebbe un mostruoso caso di "azzardo morale" per i politici.
Sarebbe possibile solo se l'Eurozona successivamente esercitasse un certo grado
di controllo diretto sulle decisioni di bilancio degli stati membri. Insomma,
sarebbe la via più rapida a quell'unione politica che molti inizialmente
consideravano una condizione necessaria per il successo.
Di fronte agli enormi problemi di qualsiasi alternativa, sono sicuro che verrà
fatto uno sforzo per tenere duro il più a lungo possibile. Questo vale anche
per altri paesi. Tutti saranno costretti ad accettare una recessione lunga. Ma
in assenza di una domanda forte in altri paesi dell'euro o di un tasso di
cambio più debole, due fattori che dipendono entrambi dalle decisioni della
Banca centrale europea, la strada della disinflazione competitiva sembra
decisamente destinata al fallimento. Alcuni paesi potrebbero ritrovarsi
incastrati in una stagnazione di lunga durata.
Nel frattempo, la zona euro nel suo complesso, avendo perso i motori della
domanda interna su cui contava in passato, ora deve sperare in una crescita più
rapida delle esportazioni. E lo stesso vale per paesi colpiti dallo shock
finanziario, come la
Gran Bretagna e gli Stati Uniti. Così come per il Giappone in
recessione. E allo stesso modo, e non è meno importante, per la Cina. O il resto del mondo
comincia a spendere all'impazzata, oppure questi paesi, che rappresentano il
70% dell'economia mondiale, sono destinati a rimanere delusi.
Qualcuno, conoscendo la mia opposizione all'ingresso del Regno Unito nell'euro,
forse penserà che io provi qualche piacere di fronte a queste incombenti
difficoltà. Al contrario: ho paura per le pericolose conseguenze che si
profilano. Ma di sicuro era proprio questo tipo di difficoltà che mi
preoccupava. Per la maggior parte del tempo, avere una moneta indipendente è
soltanto una seccatura. Ma ogni tanto, e in modo imprevedibile, per gli stati
poter disporre di una valvola di sfogo diventa una drammatica necessità.
Come ci ricorda de Grauwe, gli anni Trenta furono un periodo in cui quella valvola
di sfogo era necessaria. La nostra epoca ci sta ponendo di fronte a sfide
apparentemente simili. Sono cose che succedono. Avendo voluto la creazione
dell'euro, i suoi membri ora devono sormontare le difficoltà che sorgono
quando, come adesso, i nodi vengono al pettine.
www.ilsole24ore.com 20 gennaio 2010

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