La teoria economica dominante e le teorie alternative*
Breve saggio sulle teorie economiche
Indirizzo questa lezione
breve ai non economisti di questa classe: e soprattutto ai letterati, che da
tempo hanno smesso di leggere scritti di economia.
Stendhal raccomandava alla amatissima sorella Pauline, per la sua felicità, di
leggere Smith e Say (al quale faceva inviare le proprie opere) e riteneva che
la conoscenza approfondita di Malthus, Say e Ricardo fosse titolo per diventare
un ministro delle finanze eccellente. L’allora Henri Beyle aveva letto gli
economisti nel 1810, con l’amico Crozet, e addirittura aveva progettato un
Boock dal titolo Influence de la Richesse sur la population et le bonheur.
De Quincey, il mangiatore d’oppio che in tal modo ne guarisce, scopre Ricardo:
«Ecco l’uomo! Un’opera così profonda era veramente nata in Inghilterra, nel XIX
secolo? Ricardo aveva d’un tratto trovato la legge, creato la base, aveva
gettato un raggio di luce in tutto il tenebroso caos di materiali nel quale si
erano perduti i suoi predecessori».
Intorno al 1830 Flaubert comincia a raccogliere le voci sulla bêtise; il Dizionario
delle idee comuni prende forma, come parte di Bouvard e Pécuchet,
nei primi anni settanta dell’Ottocento. Il 1830 e il 1870 sono gli anni
cruciali nella storia del pensiero economico, segnano il periodo in cui
l’economia politica progressivamente si riduce a economica. Flaubert, puntuale,
nel Dizionario registra: «ÉCONOMIE POLITIQUE. Science sans
entrailles». Da allora in poi saranno pochi gli scrittori che si occupano
di teoria economica. Ricordo soltanto Ruskin con la sua Economia politica
dell’arte, Pound con il suo ABC dell’economia. Tra gli italiani
ricordo Dossi: «L’economia politica, questa matematica della Morale, che
concilia i calcoli e l’interesse colle aspirazioni più sublimi del sentimento».
E ricordo Gadda, con la sua favola brevissima: «Adamo Smith e Davide Ricardo
erano economisti».
Si capisce perché i letterati oggi non ci leggano più: l’economia è diventata
una scienza davvero triste. E la rivolgo, questa lezione, anche ai colleghi
dell’altra classe: che credo scoprirebbero, in questa mia breve storia della
“scienza economica”, un curiosum epistemologico.
***
La teoria economica oggi dominante – la teoria neoclassica – si presenta come
una teoria capace di indagare qualsiasi aspetto della attività umana. Essa
sembra essere riuscita in un’impresa che sinora la fisica ha mancato, la
proposta di un modello unificato di spiegazione della realtà considerata di
propria competenza. Di certo essa è riuscita a imporre come elementare e
indiscutibile buon senso la sua visione del mondo e le conseguenti
raccomandazioni politiche.
Tuttavia non esiste una sola teoria economica: a fianco della teoria dominante
coesistono altre teorie, teorie che si possono definire eterodosse e che della
teoria neoclassica mettono in discussione la rilevanza o la stessa coerenza.
Ricordo, ad esempio, che negli anni sessanta del secolo scorso, sulla base del
contributo di Sraffa di cui dirò, si svolse una memorabile controversia sul
concetto di capitale tra la
Cambridge inglese (‘neoricardiana’) e la Cambridge americana
(neoclassica); dalla quale questa, per ammissione dei suoi maggiori esponenti,
primo Samuelson, uscì sconfitta e alla quale non poté reagire che con la rimozione
e la censura. D’altra parte è ancora vivace la tradizione marxista, al punto
che in molte importanti università americane vengono impartiti corsi di teoria
economica marxiana; e particolarmente fiorente è la scuola postkeynesiana, che
trova le sue radici nelle opere di Keynes e dello stesso Sraffa. Chi fosse
insoddisfatto della teoria neoclassica, o semplicemente curioso, potrà guardare
in queste direzioni.
L’economia è una disciplina che non progredisce, o per lo meno non progredisce
nel senso in cui progrediscono la fisica e la medicina, cioè con l’acquisizione
di nuovi risultati sostanziali. Anche nelle scienze della natura coesistono
teorie rivali, ma le scienze della natura dispongono, in generale, di criteri
sufficientemente robusti per accertare lo statuto epistemologico delle diverse
teorie. L’economia non si occupa di un oggetto naturale, bensì della società e
di una società storicamente determinata; nel lavoro teorico, e nella
competizione tra le diverse teorie economiche per l’egemonia culturale,
l’elemento politico ha perciò un peso importante, talora determinante.
Bisogna allora chiedersi quali siano le caratteristiche della teoria
neoclassica, quando e come questa teoria sia nata, e in che modo essa sia
diventata e sia tuttora dominante; e ripercorrere poi le altre epoche della
storia delle teorie economiche, per proiettare su uno sfondo questa teoria e
così mettere in evidenza quei temi che essa ha rimosso, temi cruciali in questo
inizio di secolo. «Lo studio della storia del pensiero», scrive Keynes, «è
premessa necessaria alla emancipazione della mente. Non so che cosa renderebbe
più conservatore un uomo, se il non conoscere niente altro che il presente, o
niente altro che il passato».
La teoria neoclassica
Intorno al 1870, in
curiosa coincidenza con l’inizio della Grande depressione, la teoria economica
è travolta da una vera e propria rivoluzione (nel senso di Kuhn), da un
radicale rovesciamento di prospettiva rispetto a quella dell’economia politica
classica e della critica di questa da parte di Marx. Ne sono protagonisti
studiosi di diversi paesi e di varia formazione. Il cambiamento più importante
e vistoso, nella teoria neoclassica, è l’abbandono della teoria del
valore-lavoro, su cui si fondavano le teorie dei classici e di Marx, e
l’adozione di una teoria del valore-utilità, una teoria che pone come unico
principio di tutta la teoria del valore di scambio la variabilità della stima
soggettiva del valore.
L’introduzione della categoria dell’utilità nel discorso economico, come nuovo
fondamento della teoria del valore, si accompagna a un importante cambiamento
metodologico. La meccanica razionale, e con essa il calcolo infinitesimale,
viene assunta come paradigma teoretico. Un modello epistemologico, quello della
fisica dell’Ottocento, del tutto inappropriato per una scienza sociale e però
accademicamente seducente. La scientificità o meno di un ragionamento economico
viene fatta dipendere dalla sua formalizzazione matematica, e la teoria del
valore viene ridotta a un mero problema di calcolo: si tratta di calcolare,
sulla base di determinate condizioni, quei prezzi che sul mercato assicurano
l’equilibrio tra la domanda e l’offerta dei beni.
Nella teoria neoclassica, a differenza dell’economia politica classica,
l’oggetto dell’analisi non sono più le classi sociali, definite sulla base
delle loro relazioni con la produzione e la distribuzione del sovrappiù, ma è
l’individuo con i suoi gusti, o preferenze, e i suoi bisogni. L’homo œconomicus
è analogo a un punto materiale soggetto a vincoli nel mondo della meccanica
razionale: egli si muoverà nello spazio del mercato, entro i limiti imposti
dalle proprie risorse e dai comportamenti altrui, finché il sistema non avrà
raggiunto un equilibrio statico.
Una impostazione simile ha conseguenze di grande portata circa la visione del
processo economico. La teoria neoclassica è essenzialmente microeconomica, ma
si pronuncia anche sul funzionamento del sistema economico nel complesso,
funzionamento che viene concepito come esito aggregato dei comportamenti
microeconomici. Se sul mercato del lavoro non vi sono attriti o rigidità
artificiali, vi si determinerà un saggio di salario di equilibrio, nel senso
che in corrispondenza a esso vi sarà piena occupazione. Dato il livello
dell’occupazione di pieno impiego, l’intera capacità produttiva verrà
utilizzata; e la produzione che ne risulterà verrà interamente venduta.
Infatti la teoria neoclassica fa propria la cosiddetta legge di Say, secondo la
quale l’offerta crea la propria domanda. La moneta è presente soltanto come
strumento utile per facilitare gli scambi, non anche come possibile riserva di
valore: dunque non vi saranno problemi di realizzazione. Nel mondo neoclassico
la moneta è neutrale, nel senso che la quantità di moneta non ha nessuna influenza
sulle grandezze reali, cioè sul livello dell’occupazione e della produzione.
Quanto al modo in cui il prodotto sociale verrà distribuito nella forma di
redditi, anch’esso sarebbe governato da un ordine naturale, anziché da un
conflitto tra le parti. Se si concepisce e si legittima ciascuna quota
distributiva come il corrispettivo per i servizi produttivi dei fattori della
produzione, di cui ciascun soggetto è proprietario, la distribuzione del
prodotto sociale non è determinata anche da un conflitto tra le classi, ma
soltanto dalle condizioni tecniche della produzione, condizioni che sono
assunte come date.
La teoria economica, da indagine sistemica circa le cause e le leggi della
ricchezza, della sua distribuzione e della sua accumulazione, quale era l’economia
politica per i classici e per Marx, si riduce all’economica; economica che
secondo la fortunata definizione di Robbins è la scienza che studia la condotta
umana come una relazione tra scopi e mezzi scarsi applicabili a usi
alternativi.
Scienza che vorrebbe essere la scienza di un sistema economico in generale, di
un sistema economico astratto; astratto non nel senso in cui lo è qualsiasi
oggetto teorico, ma nel senso che non è soggetto a determinazioni storiche o
istituzionali: nella teoria neoclassica, la storia non conta. È un sistema in
cui vi sarebbero armonia, certezza e equilibrio, se il mercato fosse liberato
da qualsiasi impedimento artificiale e da improvvidi interventi dello Stato.
Per realizzare il migliore dei mondi possibili, sarebbe dunque necessaria e
sufficiente la politica del laissez faire.
L’economia politica classica
La teoria economica si era costituita come disciplina autonoma, anziché come
collezione di proposizioni su temi economici sparse in discipline diverse,
etica diritto filosofia storia, con l’affermazione, a seguito della rivoluzione
francese e della rivoluzione industriale, del modo di produzione capitalistico;
‘modo di produzione’ inteso come forma storicamente determinata di
organizzazione dei rapporti materiali dell’esistenza. L’autonomia teoretica
dell’economia politica corrisponde alla costituzione del processo economico
come processo a sé stante, come processo circolare; come un processo che ha per
scopo non il soddisfacimento dei bisogni umani, ma la realizzazione di un
profitto in denaro e l’accumulazione del capitale. Si potrebbe dire, in breve,
che l’economia politica nasce come scienza del capitalismo.
L’economia politica classica va dalla fine del Seicento a circa il 1830, e si
occupa di produzione, distribuzione, impiego e crescita del prodotto sociale,
nella prospettiva macroeconomica di un sistema economico nel suo complesso e
diviso in classi. Come dirà Marx, essa indaga il nesso interno dei rapporti di
produzione capitalistici. La categoria analitica centrale è qui il sovrappiù; e
all’origine del sovrappiù sta il lavoro: per Smith «il lavoro svolto in un anno
è il fondo da cui ogni nazione trae in ultima analisi tutte le cose necessarie
e comode della vita che in un anno consuma». La centralità del lavoro,
nell’economia politica classica, emerge anche nella teoria del valore che le è
propria, che è una teoria del valore-lavoro. Secondo Ricardo, «Il valore di una
merce, ovvero la quantità di ogni altra merce con la quale si scambierà,
dipende dalla relativa quantità di lavoro necessaria alla sua produzione».
In una società divisa in classi il prodotto sociale non andrà tutto ai
lavoratori, ma viene diviso tra i percettori di rendita, i capitalisti e i
lavoratori stessi. Nella sfera della distribuzione, tra rentier,
capitalisti e lavoratori non vi è armonia, come sosterrà la teoria neoclassica,
ma vi è conflitto: tra i rentier e i capitalisti, e tra i capitalisti
e i lavoratori. Sempre secondo Ricardo, molto semplicemente ma con una
inconfutabile argomentazione analitica, i profitti saranno alti o bassi a
seconda che i salari sono bassi o alti.
La teoria classica del valore e della distribuzione ha strette connessioni con
la magnificent dynamics degli autori classici. La loro analisi del
processo di accumulazione del capitale e del processo di riproduzione e
crescita del sistema economico è di grande attualità, poiché porta alla
conclusione che una crescita illimitata è impedita da fattori economici, a
cominciare dallo stesso conflitto distributivo, e da fattori demografici,
sociali e ambientali, fattori tutti che necessariamente conducono alla caduta
del saggio dei profitti, all’arresto del processo di accumulazione, e infine
allo stato stazionario.
La critica marxiana dell’economia politica classica
Il titolo vero dell’opera principale di K. Marx, Il Capitale, è il
sottotitolo: Critica dell’economia politica. Il Capitale è
critica, ora severa ora generosa, e insieme svolgimento, dell’economia politica
classica. Anche in Marx le categorie centrali sono il lavoro e il sovrappiù. Il
lavoro, nella forma di merce – la merce forza lavoro – che esso assume nel
capitalismo. Il sovrappiù, nella forma capitalistica di profitto e la cui
origine è individuata da Marx non nella produttività del capitale, come sarà per
l’economia neoclassica, ma nel pluslavoro (dunque nel plusvalore), che nella
attività lavorativa il lavoratore per contratto presta al di là di quanto ne
occorra per la riproduzione della propria forza lavoro.
Il salario, d’altra parte, ha due aspetti, e ciò determina una contraddizione
tra il livello microeconomico e il livello macroeconomico. Al singolo
capitalista il salario appare come un costo di produzione, che come qualsiasi
altro costo di produzione egli cercherà di minimizzare; ma per il sistema
economico nel complesso i salari sono potere d’acquisto, anzi la parte più
consistente del potere d’acquisto complessivo, potere d’acquisto mediante il
quale le merci prodotte potranno, o non potranno, essere acquistate. Se i
salari sono bassi, sarà possibile che non tutte le merci prodotte vengano
vendute e vi saranno difficoltà nella realizzazione dei profitti.
Per Marx nel capitalismo le crisi non sono fatti eccezionali, determinati da
fattori extraeconomici, ma sono fenomeni connaturati all’essenza stessa del
capitalismo. Gli schemi marxiani di riproduzione mostrano che l’equilibrio
capitalistico è possibile; e che tuttavia il processo di riproduzione
normalmente si manifesta attraverso crisi; crisi nelle quali lo squilibrio tra
produzione e consumo svolge un ruolo essenziale, poiché nel capitalismo lo
scopo della produzione non è il consumo ma la valorizzazione del capitale.
All’origine delle crisi sta il fatto che la forza motrice della produzione
capitalistica è costituita dal saggio dei profitti: viene prodotto solo ciò che
può essere prodotto con profitto, e nella misura in cui tale profitto può
essere ottenuto. (L’economia capitalistica è concretamente irrazionale, secondo
M. Weber, perché non soddisfa i bisogni in quanto tali, ma soltanto i bisogni
dotati di capacità d’acquisto).
Anche per Marx è prevedibile una caduta del saggio dei profitti; tale caduta è
però tendenziale, poiché dipende dalle alterne vicende del cambiamento
tecnico e dei rapporti di forza tra capitalisti e lavoratori; e perché tale
tendenza può essere contrastata da quelle che Marx chiama cause antagonistiche.
Le più generali di queste cause antagonistiche, per Marx, sono l’aumento del
grado di sfruttamento del lavoro, la riduzione del salario, la diminuzione di
prezzo dei mezzi di produzione, la sovrappopolazione relativa, il commercio
estero, l’accrescimento del capitale azionario. Anche a questo proposito, in
un’epoca di globalizzazione e di finanziarizzazione dell’economia, è superfluo
sottolineare l’attualità di teorie che si vorrebbero morte e sepolte.
Le critiche di Keynes e Sraffa alla teoria neoclassica
Nel corso del Novecento alla teoria neoclassica sono state mosse due critiche
radicali, da parte di Keynes e di Sraffa. Da parte di Keynes (con la Teoria
generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, 1936) circa il
ruolo della moneta nel processo economico e circa le determinanti del livello
della produzione e dell’occupazione. Da parte di Sraffa (con Produzione di
merci a mezzo di merci. Premesse a una critica della teoria economica,
1960) circa la teoria del valore e della distribuzione.
Le strategie di Keynes e di Sraffa sono diverse. Keynes mette in discussione le
premesse stesse della teoria neoclassica, e dunque le sue conclusioni. La
critica di Sraffa mette in discussione la logica della teoria neoclassica, e ne
mette in luce la mancanza di generalità. Le scelte di Keynes e di Sraffa sono
diverse anche per quanto riguarda il linguaggio: Keynes sceglie il linguaggio
ordinario, Sraffa il linguaggio matematico.
Keynes: l’incertezza
Per Keynes l’economia in cui viviamo non è un’economia cooperativa, come
vorrebbe la teoria neoclassica; ma è una economia monetaria di produzione,
un’economia in cui la moneta ha un ruolo essenziale. Keynes non era un bolscevico
(come sostenne L. Einaudi), tuttavia, circa il ruolo della moneta, fa propria
una tesi marxiana; secondo la quale la natura della produzione nel mondo reale
non è – come gli economisti sembrano spesso supporre – un caso del tipo M – D –
M′, cioè inteso a scambiare contro denaro una merce al fine di ottenere
un’altra merce. Questa può essere la prospettiva del singolo consumatore, ma
non è quella del mondo degli affari: che dal denaro si separa in cambio di una
merce al fine di ottenere più denaro, secondo un processo del tipo D – M – D′.
Per Keynes l’importanza della moneta dipende essenzialmente dal fatto che le
nostre decisioni sono prese in condizioni di conoscenza limitata e non di
conoscenza perfetta, in condizioni di incertezza e non di certezza. In
condizioni di conoscenza incerta, «per motivi in parte ragionevoli, in parte
istintivi, il nostro desiderio di tenere moneta come riserva di ricchezza è un
barometro del nostro grado di sfiducia nelle nostre capacità di calcolo e nelle
nostre convenzioni sul futuro. Sebbene questo nostro atteggiamento verso la
moneta sia esso stesso convenzionale o istintivo, esso opera, per così dire, a
un livello più profondo delle nostre motivazioni. Esso subentra nei momenti in
cui le più superficiali, instabili convenzioni si sono indebolite. Il possesso
della moneta calma la nostra inquietudine, e il premio che noi pretendiamo per
dividerci da essa è la misura dell’intensità della nostra inquietudine».
Di qui la possibilità che la moneta venga impiegata non soltanto come strumento
utile per effettuare gli scambi, ma che venga domandata anche a fini
speculativi. Ciò avrà conseguenze sul livello del tasso di interesse; e il tasso
di interesse è una delle determinanti degli investimenti. L’altra determinante
delle decisioni di investimento sono le aspettative, da parte degli
imprenditori, circa la redditività futura dei nuovi investimenti che essi hanno
in animo di fare; e anche tali decisioni vengono prese in condizioni di
incertezza. Sarà dunque possibile che la domanda per investimenti non sia
quella che sarebbe necessaria, al fine di determinare il pieno impiego della
capacità produttiva disponibile nell’economia e dunque la piena occupazione.
Questa insufficienza di domanda, per Keynes, non è una possibilità remota; al
contrario, gli animal spirits degli imprenditori possono far sì che il sistema
economico in cui viviamo resti in una condizione cronica di attività subnormale
per un periodo considerevole, senza una tendenza marcata né verso la ripresa né
verso il collasso completo: «una situazione intermedia, né disperata né
soddisfacente, è la nostra sorte normale». Ecco il paradosso della povertà in
mezzo all’abbondanza; e ecco la necessità di un intervento dello Stato, se del
sistema economico in cui viviamo si vogliono eliminare i difetti principali, la
disoccupazione e la distribuzione arbitraria e iniqua della ricchezza e del
reddito.
Sraffa: il ritorno ai classici
Anche nel caso di Sraffa, è il sottotitolo che conta: Premesse a una
critica della teoria economica. L’intento di Sraffa, e il suo risultato, è
di emendare la teoria classica delle sue imperfezioni, così da farne fondamento
inattaccabile di una critica della teoria moderna; una critica che perciò
consenta di esibire la rinnovata teoria classica come la sola teoria
analiticamente ineccepibile del valore e della distribuzione. Forse in nessun
altra disciplina può capitare che vecchie teorie, sommerse e dimenticate,
possano essere riproposte come più potenti e solide di quelle moderne.
A questo fine Sraffa riprende il punto di vista degli economisti classici, la
loro rappresentazione del sistema della produzione e del consumo come processo
circolare, in netto contrasto con l’immagine offerta dalla teoria moderna di un
corso a senso unico che porta dai ‘fattori della produzione’ ai ‘beni di
consumo’. Su questa base Sraffa dimostra in maniera logicamente ineccepibile
l’impossibilità di concepire il capitale come una merce, di cui il profitto
possa essere considerato il prezzo.
L’armonia distributiva postulata dalla teoria neoclassica non è dimostrabile:
non esiste nessun livello “naturale” del salario, e non esiste nessuna
configurazione “di equilibrio” nella distribuzione del prodotto sociale. Le
quote distributive non sono univocamente determinate, poiché non dipendono
soltanto dalle condizioni tecniche della produzione, ma anche dai rapporti di
forza tra lavoratori e capitalisti e da circostanze esterne alla sfera della
distribuzione, quali le variabili monetarie e finanziarie.
La neutralizzazione della critica
Keynes e Sraffa hanno mostrato e dimostrato che il sistema economico in cui
viviamo normalmente non funziona al meglio, quanto a livello della produzione e
dell’occupazione; e che nella distribuzione del prodotto sociale non vi è
armonia ma conflitto. Le controversie teoriche non si dirimono con il buon
senso, tuttavia il buon senso basta per convenire che il mondo è in verità
abitato dal conflitto, dall’incertezza, dalle crisi – così come insegnano
Ricardo e Sraffa, Marx e Keynes. Come è mai possibile che la teoria economica
dominante possa sostenere che il mondo è invece governato dall’armonia, dalla
certezza e dall’equilibrio? È questo un caso interessante, nella storia della
scienza e delle rivoluzioni scientifiche: è come se in astronomia oggi si
predicasse Tolomeo, anziché Copernico e Galileo.
La teoria neoclassica ha mantenuto la sua posizione di teoria dominante
nell’accademia e tra i responsabili delle politiche economiche nazionali e
internazionali con reazioni di grande efficacia. La critica keynesiana è stata
riassorbita mediante la cosiddetta ‘sintesi neoclassica’, una sintesi in cui di
genuinamente keynesiano vi è ben poco, intesa a dimostrare che la Teoria
generale di Keynes non avrebbe affatto portata generale ma si riferirebbe
a un caso particolare, all’economia della depressione. Quanto alla critica di
Sraffa, per la quale una operazione analoga sarebbe stata impossibile, si è
fatto ricorso alla damnatio memoriæ (un silenzio che però si accompagna a una
ritirata strategica: la teoria neoclassica non si occupa più di teoria del
valore e della distribuzione).
Riuscendo a imporsi come scienza normale, l’economica è riuscita a accreditarsi
come la sola e vera scienza economica. La professione neoclassica è stata
estremamente abile anche nella costruzione delle sue cinture protettive, non
teoretiche ma politiche e di linguaggio: l’uso pressoché esclusivo della
matematica e dell’econometria come tecniche di argomentazione e di convalida
del ragionamento economico; l’impiego dei manuali, anziché dei testi, nella
didattica dell’economia; l’imposizione di metodi bibliometrici come criterio di
valutazione determinante per l’accesso alle posizioni accademiche, rendendolo
così faticoso e improbabile per gli eterodossi.
Al progressivo allargamento dei confini tradizionali della teoria economica ha
dato un impulso decisivo Gary Becker, premio Nobel nel 1992 «per avere esteso
il dominio dell’analisi microeconomica a una più ampia area del comportamento e
dell’interazione umana, compresi i comportamenti non di mercato». Nella
bibliografia di Becker, ma ormai su tutte le riviste di economia più reputate,
si trovano articoli su temi suggestivi come il capitale umano, i rapporti tra
concorrenza e democrazia, l’economia della discriminazione, l’economia dei
delitti e delle pene, la teoria della tossicodipendenza razionale, l’analisi
economica della fertilità, l’interazione tra la quantità e la qualità dei
bambini, la teoria economica del matrimonio e della instabilità matrimoniale,
ecc.
Così come il mercato, anche la teoria economica dominante si è globalizzata e
sembra oggi capace di pronunciarsi su qualsiasi questione. Il mercato
globalizzato non si comporta però secondo le sue parabole dell’armonia, della
certezza e dell’equilibrio, e è agitato dal conflitto, dall’incertezza e dalla
crisi.
*Lectio brevis tenuta nella Adunanza dell’11 marzo 2011 della Classe di scienze morali, storiche e filologiche dell’Accademia Nazionale dei Lincei. È tratta dal saggio di G. Lunghini e E. Vesentini, La teoria economica e il suo linguaggio, in: “XXI Secolo”, opera diretta da T. Gregory, vol. 1, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 2009.
da Aperta Contrada

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