La tela di Penelope d'un governo squalificato
Questi decreti (siamo al terzo negli ultimi due mesi) hanno una caratteristica comune: sono come la tela di Penelope, filata di giorno e disfatta la notte.
I mercati non gradiscono. Nella seconda metà d'agosto, con
gran parte degli operatori in vacanza, hanno accennato una ripresina. Adesso
siamo di nuovo in piena turbolenza. Si muovono tutti insieme, da Tokyo e Seul
alle piazze europee e a Wall Street. Ballano i titoli azionari e in particolare
quelli bancari, ballano in Europa gli "spread" tra i debiti sovrani
non affidabili e il "Bund" tedesco, ballano i tassi d'interesse e le
quotazioni delle materie prime e dei beni-rifugio. La fiducia dei consumatori e
dei risparmiatori nei confronti dei rispettivi governi è in caduta libera. I
governi dal canto loro ce la mettono tutta per farsi sfiduciare e il nostro in
questa poco commendevole gara è di gran lunga in testa. Forse conviene
cominciare proprio da questo punto, cioè dal cortile di casa nostra che si è da
tempo trasformato in una discarica d'immondizia i cui rifiuti si accumulano
senza la minima prospettiva che possano sparire.
Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, parlando ieri mattina in
videoconferenza al "meeting Ambrosetti" di Cernobbio e rispondendo ad
alcune osservazioni critiche del presidente della Banca centrale europea
Jean-Claude Trichet, ha chiarito senza peli sulla lingua la natura degli errori
compiuti dai governi italiani negli ultimi dieci anni; per l'esattezza dal 2001
ad oggi, cioè otto anni di governi Berlusconi con la parentesi di due anni del
debolissimo governo Prodi sorretto da due soli voti di maggioranza.
Gli errori sono stati quelli di aver sottovalutato il peso del debito pubblico
e di non aver fatto nulla per farlo diminuire; di essersi accorti solo due
settimane fa che quel debito era diventato l'obiettivo principale dell'assalto
dei mercati; infine d'aver dovuto predisporre sotto la pressione dell'emergenza
una seconda manovra che sembrava più attenta alle ripercussioni elettorali che
alla gravità della situazione europea e italiana.
Dopo questa diagnosi - del resto largamente condivisa in Italia e in Europa -
la terapia suggerita dal presidente della Repubblica è quella di anticipare il
pareggio del bilancio dal 2014 al 2013, con misure chiare ed efficaci senza
preoccuparsi della loro maggiore o minore popolarità avviando
contemporaneamente misure mirate alla crescita dell'economia reale.
Alla domanda sulla tenuta del governo Napolitano ha risposto che il governo c'è
e ci sarà fintanto che disporrà della maggioranza in Parlamento e che pertanto
ogni ipotesi d'un governo diverso o d'uno scioglimento anticipato delle Camere
è fuori dal quadro d'una democrazia parlamentare come la nostra. Infine ha assicurato
che il Parlamento approverà la manovra entro i tempi stabiliti e cioè entro la
metà di settembre e forse prima e che a questo risultato daranno il loro
contributo anche le opposizioni che, quale che sia il loro voto, non
ricorreranno a manovre ostruzionistiche. "L'Italia farà il suo dovere per
l'Europa e per se stessa, di questo siamo certi": così ha concluso il capo
dello Stato.
Parole chiare e ferme anche se la frase finale è più un auspicio che una
certezza. Noi, tanto per dire, non siamo affatto certi che il governo farà il
suo dovere. Finora non l'ha fatto, come lo stesso Napolitano ha rilevato nel
suo intervento e non c'è purtroppo alcuna ragione al mondo per pensare che
cambierà nei prossimi giorni.
* * *
Questi decreti (siamo al terzo negli ultimi due mesi) hanno una caratteristica
comune: sono come la tela di Penelope, filata di giorno e disfatta la notte.
L'ammontare oscilla tra i 48 e i 45 miliardi ma tutto il resto cambia in
continuazione. Chiedo scusa, c'è un'altra caratteristica comune ai tre decreti:
nessuno di essi prevede misure capaci di rilanciare la crescita. Sembra che la
crescita sia fuori dalla strategia di questo governo.
Il rigore colpisce gli statali, i lavoratori dipendenti con redditi fino a
50.000 euro lordi, i pensionati. Colpisce gli enti locali e le cooperative.
Colpisce e colpirà il "welfare".
Dunque un rigore socialmente partigiano in un'economia a crescita zero. La
novità è arrivata con la stesura del terzo decreto sotto la forma del
maxi-emendamento presentato tre giorni fa da Tremonti: al posto del contributo
Irpef per i redditi superiori a 90.000 euro che avrebbe dato un gettito
complessivo di 3,8 miliardi, abolito da un colpo di mano Sacconi-Calderoli
caldeggiato da Berlusconi, il ministro dell'Economia ha tirato fuori dal
cilindro la lotta contro l'evasione dalla quale si aspetta nei prossimi tre
anni un gettito di 3,8 miliardi di euro. Non un soldo di più né uno di meno,
quanto basta a lasciare i saldi invariati con grande giubilo generale.
In realtà il giubilo non è molto generale nella maggioranza e neppure in
Confindustria, se ne duole perfino il cuore del premier che ha ripreso a
sanguinare. Il popolo degli evasori infatti fa parte integrante della clientela
berlusconiana. È stato vezzeggiato in tutti i modi negli otto anni del governo
Berlusconi-Tremonti; il governo dei condoni, l'ultimo dei quali
"scudato" con il 5 per cento di tassa, una trattenuta ridicola, un
regalo in piena regola a chi aveva portato all'estero i suoi capitali. Se quei
capitali fossero stati colpiti con un'aliquota del 30 per cento com'è avvenuto
da parte dei paesi europei che hanno effettuato analoghi condoni, il gettito
per l'erario sarebbe stato di oltre 40 miliardi. Tremonti ne prenderà 3,8 e per
ottenerli minaccia sfracelli che culmineranno con la pubblicazione dei nomi
degli evasori e con il carcere dai tre ai cinque anni per chi evade più di tre
milioni.
In un paese dove il grosso dei lavoratori autonomi dichiara un reddito annuo di
15.000 euro le patrie galere sarebbero costrette ad aprire i portoni a qualche
centinaio di migliaia di persone con buona pace di Marco Pannella e dei suoi
digiuni. Ma non avverrà niente di tutto ciò. Tremonti si contenta d'un gettito
su misura. Gli basta rimpiazzare il gettito della super-Irpef e se il cuore di
Silvio sanguina per così poco, a lui non gliene importa niente, anzi ci gode.
Ma li otterrà quei 3,8 miliardi di spicciolame? A Bruxelles non ne sono affatto
sicuri e alla Bce neppure. Come mai? L'evasione in Italia supera i 130
miliardi. La cifra attesa dall'Economia rappresenta dunque il 3,2 per cento
della stima totale. Vincenzo Visco, quand'era ministro delle Finanze, recuperò
in un esercizio 30 miliardi dall'evasione. Eppure nessuno finì in galera.
Perché dunque sia Bruxelles sia Francoforte sono così preoccupati?
* * *
La vera preoccupazione delle Autorità europee riguarda la credibilità del
governo e la sfiducia dei mercati nel debito sovrano italiano. Quella sfiducia
è alimentata da vari elementi. Il primo proviene dalla contrazione economica
americana e dall'evidente declino politico del presidente Obama. Il secondo
dalla contrazione economica europea e dall'inesistenza d'un vero governo
dell'Unione. Questi due elementi si riflettono sull'Italia che, di suo, ci
aggiunge la non credibilità del governo, del premier, del suo ministro
dell'Economia e del loro maggior alleato nella persona di Umberto Bossi. La
contrazione economica sarà inevitabilmente accentuata dal rigore. In Italia il
rigore è tanto più sgangherato quanto più è affidato a incrementi di tasse
regressive che colpiranno principalmente le fasce basse del reddito. La
pressione fiscale (lo dice la
Banca d'Italia) nel biennio 2012-13 arriverà alla cifra
record del 44,5 per cento del Pil e forse anche di più se il Pil non crescerà dell'1,2
come prevede ancora il governo, ma soltanto dello 0,7 come sostiene il Fondo
monetario internazionale.
Un governo che gioca con la tela di Penelope cambiando la sera quello che aveva
deciso la mattina; un governo dove Berlusconi, Tremonti e Bossi si fanno i
dispetti un giorno sì e l'altro pure, sapendo però che debbono restare
aggrappati l'uno all'altro per non cadere tutti insieme; un governo in cui sia
Berlusconi sia Tremonti sono ricattabili e ricattati; infine un governo il cui
Capo sta per ore al telefono con malfattori e procacciatori di prostitute,
confidando ad essi i suoi affanni e rifornendoli di denaro contante; ebbene, un
governo di tal fatta è il problema. Napolitano ha ragione quando ci ricorda che
fino a quando il governo disporrà d'una maggioranza parlamentare lui non può né
vuole pensare a licenziarlo. Ma che cosa accadrà se nei prossimi giorni il
fandango dei mercati tornerà ad infuriare?
L'otto settembre (pessima data nella nostra memoria) si riunirà a Francoforte
il consiglio direttivo della Bce. Uno dei temi - ma direi il tema - all'ordine
del giorno sarà l'aiuto dato alla Spagna e soprattutto all'Italia con
l'acquisto dei loro titoli di Stato sul mercato secondario. A metà agosto
quell'aiuto fu complessivamente di 22 miliardi, nella settimana successiva di
12, nella terza di 4. Non sappiamo domani, ma sappiamo che il consiglio
dell'otto settembre non sarà affatto tranquillo.
Mi domando: se la tempesta infuriasse non come Irene ma come Katrina, che cosa
accadrà? Se il governo non è credibile né per i mercati né per l'Europa, noi
che cosa facciamo? Mi permetto, con devoto rispetto e profonda amicizia e
stima, di sottoporre questa domanda al capo dello Stato. E a chi altro se non a
lui?
http://www.repubblica.it (04 settembre 2011)

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