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La spia russa

Storie di vita vissuta. Italia 2004

 

 

Nella primavera del 2004, il mio compagno subì un intervento per un craniofaringioma. Il periodo che lo seguì fu molto difficile e doloroso per tutti noi che gli volevamo bene. Lunghi mesi altalenanti tra fondate speranze di ripresa e sconforto per improvvisi e inspiegabili peggioramenti. Morì dopo 8 mesi di ricovero. Aveva solo 49 anni.

La famiglia, i genitori anziani, gli amici di sempre gli  rimasero vicino durante tutti i 250 giorni mentre io, per motivi familiari e lavorativi, solo nei weekend potevo raggiungere Firenze dove era ricoverato.

Per poter rispettare l’orario di visita, che all’ospedale Careggi era alquanto severo, partivo in macchina ogni venerdì direttamente dalla scuola e tornavo a Napoli domenica a tarda notte. Le partenze erano più facili, la speranza mi ricaricava d’energia mentre ancor oggi, ricordo con angoscia ed infinita tristezza i ritorni. Non ero mai sicura di una “prossima visita”.

Una volta, dopo un fine settimana particolarmente drammatico, verso l’una di notte mi fermai in una stazione di servizio sulla bretella autostradale di Roma. Presi un caffè, feci il pieno di carburante, ma nel momento di pagare, il benzinaio, un uomo sulla cinquantina, visibilmente annoiato iniziò a chiacchierare:

-         Lei non è italiana.

Ero esausta, non aveva nessuna voglia di parlare, così gli risposi con un secco:

-         No!

Non si lasciò scoraggiare dal tono poco invitante della mia voce e continuò:

-         Di dove è?

-         Scusi, mi lasci stare! Sono stanca, ho dei problemi personali…La prego!

-         Di dove è? Posso indovinare? Lei è dell’Est, ma non è slava…, i tratti del viso e i suoi colori potrebbero indicare una provenienza slava ma la pronuncia no…– e continuava a tenere in mano il resto che mi doveva.

Caratterialmente non amo essere scortese, mi sembrava più semplice rispondergli tanto stavo già con la marcia inserita:

-         Sono ungherese!

La risposta dell’uomo mi lasciò senza parola:

-         Lo sa che nel ‘56 l’ambasciatore sovietico a Budapest era Andropov?

Sinceramente non era una frase che si aspettava di sentire da un benzinaio, alzai lo sguardo per osservare meglio l’uomo che stava avanti a me. Capelli castani tendenti al bianco sulle tempie, viso largo, zigomi alti sebbene poco pronunciati nel volto paffuto, occhi chiari e lo sguardo lievemente ironico. Era certo d’avermi colpito. Infatti, spensi il motore.

-         Ma lei chi è? Ha un accento strano…

-          Sono russo.

-         Russo? Parla benissimo l’italiano…non si percepisce quasi nessuna inflessione, anche se certamente non sono la persona più adatta a giudicare la sua pronuncia.

-         Lo so. La gente in genere non se ne accorge che non sono italiano, magari crede che il mio accento sia dovuto al dialetto di qualche remoto luogo. A Mosca lavoravo nella sezione italiana.

-         Prego?

-         Nella sezione italiana del….Non ha capito ancora?

-         No. Sono davvero stanca….non capisco niente. Chi è lei?

-         Lavoravo nella KGB…nella sezione italiana. Avevamo insegnanti di madrelingua…che insistevano molto sulla pronuncia corretta. Poi, con l’arrivo del nuovo corso siamo stati ridimensionati.

-         Lei è una spia?

-         Ma che grossa parola signora mia! Spia! Lavoravo nella sezione italiana. Ma mi affascinava anche l’Ungheria. Ho letto tutto ciò che c’era da leggere su ’56. La vostra rivolta …beh la vostra rivolta mi aveva colpito molto, per la prima volta ebbi dei dubbi. Forse perché avevo l’accesso alla stampa occidentale, sapevo come sono andate le cose. Siete stati forti…ma anche ingenui.

-         E cosa fa qui? Il benzinaio?

-         Solo per un po’, poi i miei colleghi italiani mi troveranno qualcosa di meglio…

-         I suoi colleghi italiani? Scusi, ma davvero non ci capisco niente…

-         Cosa crede? La favola del 007 va bene per il cinema, ma oggi siamo colleghi…non più nemici e ho molte amicizie qui. Mi stanno cercando un lavoro adeguato…Perché non si ferma per un quarto d’ora? Potrei offrirle un caffè e parlare un po’. Lei si riposa nel frattempo e io posso parlare con qualcuno. Ne ho bisogno. Sono mesi che non parlo con nessuno che viene dalle nostre parti.

Mi fermai. La curiosità è una delle mie caratteristiche più incisive.

E parlammo. Non di segreti di Stato, non della KGB e nemmeno dei suoi progetti futuri. Con sorriso eluse tutte le mie domande in tal senso. Parlammo del senso di smarrimento dell’Est, del nostro smarrimento. Io degli ufficiali ungheresi formati nell’Accademia militare di Mosca…. che oggi lavorano nella NATO e lui delle centinaia di migliaia di russi, piccoli burocrati ma anche ex-spie o poliziotti, che dovevano riciclarsi in uno stato in cui non si identificavano più.

Fu una chiacchierata interessante, tanto che da allora cercai sempre di fermarmi allo stesso stazione di servizio, ma non incontrai mai più la “mia” spia russa.

Evidentemente i suoi colleghi italiani gli avranno trovato un lavoro più adeguato. Mi auguro, non nei servizi deviati…

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