La speranza di un New Deal
Un’agenda dello sviluppo deve partire dall’obiettivo di valorizzazione delle risorse di capitale umano e di sistemazione e valorizzazione del territorio.
Una generazione di giovani che rischia di rimanere bloccata.
Un Mezzogiorno che ha ricominciato a perdere i propri giovani più qualificati,
mentre i ragazzi più svantaggiati sono lasciati ad una scuola senza risorse e
al lavoro nero. Un’area del lavoro nero senza protezione neppure dai rischi per
la salute e per la vita, che viene proposta come l’unica alternativa al non
lavoro da un lato, alla criminalità dall’altra. Una qualità del lavoro, anche
regolare, spesso bassa anche sul piano della sicurezza. Una disattenzione
sistematica e talvolta anche crudele per i bisogni di cura, non solo dei
malati, ma dei bambini e delle persone non autosufficienti, con effetti sia di
sovraccarico familiare (specie femminile) e di cristallizzazione delle
disuguaglianze.
Un territorio che si sfalda alle prime piogge, producendo disastri il cui costo
umano e ambientale è sempre più insostenibile non solo dal punto di vista
dell’etica e della giustizia, ma anche dal punto di vista economico. Sono
questioni non nuove, che tuttavia in queste settimane per una serie di
coincidenze sono divenute visibili tutte assieme. Pur nella loro diversità,
hanno in comune l’essere testimonianza di uno spreco non solo ingiusto, ma che
non possiamo più permetterci come Paese, pena l’impoverimento sociale, se non
la stessa rottura della coesione sociale.
Un’agenda dello sviluppo deve partire da qui. Deve cioè farsi guidare
dall’obiettivo di porre fine allo spreco di risorse umane, sociali e ambientali
di cui questi fenomeni sono l’espressione. Una sorta di New Deal, potremmo
dire, con la sua felice combinazione di valorizzazione delle risorse di
capitale umano e di sistemazione e valorizzazione del territorio. Proprio
perché le risorse finanziarie per le politiche di crescita andranno reperite
con ulteriori manovre certamente non popolari e saranno comunque scarse, non
possono essere sprecate in iniziative, magari di grande visibilità, ma di
impatto sull’occupazione e sullo sviluppo economico dubbio e nel migliore dei
casi solo nel lungo periodo. Devono essere indirizzate a obiettivi non più
rimandabili di contrasto allo spreco e di valorizzazione delle risorse
esistenti, a partire dal capitale umano.
Non serve fare il Ponte sullo Stretto se un quarto dei giovani italiani è senza
lavoro e se quelli più istruiti e con più chance di trovare un lavoro fuggono
dal Mezzogiorno. Pensare al terzo valico o all’alta velocità in un Paese che
frana ogni volta che piove (vale per la Lombardia come, se non più, che per la Campania) appare se non
altro un po’ miope. Per non parlare del fatto che il nostro Paese ha una lunga
storia di più o meno grandi opere incompiute. Occorre piuttosto mettere in moto
una domanda di lavoro che miri a migliorare da subito sia, ovviamente, la
condizione dei neo-lavoratori che quella delle comunità in cui vivono.
Un primo settore è quello dell’ambiente, a partire dalla messa in sicurezza del
territorio. Una domanda di lavoro che riguarda lavoro a tutti i livelli di
qualificazione. Un secondo settore è quello della sicurezza del lavoro. Qui le
imprese vanno chiamate alla loro responsabilità, impedendo che si crei una
sorta di corto circuito ricattatorio tra mantenimento dell’occupazione e
mancata sicurezza. Un terzo settore è quello delle infrastrutture sociali: la
scuola di ogni ordine e grado, soprattutto nel Mezzogiorno, i servizi per la
prima infanzia per contrastare le disuguaglianze tra bambini, oltre che per
favorire l’occupazione femminile, i servizi domiciliari per le persone non
autosufficienti.
Dove trovare i fondi? In parte si tratta di rendere più efficiente la spesa
attuale. È stato ad esempio calcolato che si spende di più per far fronte ai
disastri ambientali di quanto non si spenderebbe per la loro prevenzione. Anche
la spesa assistenziale potrebbe essere più efficiente dal punto di vista sia
della risposta al bisogno che di quello della creazione di posti di lavoro. È a
questo, e non a tagli lineari, che dovrebbe mirare la delega per la riforma
previdenziale e assistenziale. In parte anche le imprese devono essere chiamate
a una politica di investimenti nel capitale umano – sotto forma di sicurezza e
di valorizzazione – se non vogliono limitarsi a competere solo tramite il
contenimento dei salari. Ma occorre anche reperire risorse finanziarie nuove.
Una tassa sui patrimoni mobiliari e immobiliari, e la re-introduzione
dell’imposta sull’eredità sarebbero la soluzione più equa, soprattutto dal
punto di vista dei più giovani. Perché compenserebbe le disuguaglianze di
origine sociale, che in Italia hanno un peso enorme e inaccettabile sul destino
e le chance di vita individuali.
La Repubblica, 13 ottobre 2011

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