La società fra etica e anestetica
Allora il senso civico si confonde con il senso comune. E il senso etico diventa, al più, anestetico.
Il sospetto è che: "Tanto rumore
per nulla". Come altre volte. Che il clamore intorno allo scandalo sugli
appalti gestiti dalla Protezione civile in vista del G8 a La Maddalena e nella
ricostruzione, dopo il terremoto in Abruzzo, alla fine, non produca
effetti.
Non ci riferiamo all'ambito giudiziario. L'inchiesta seguirà il suo percorso,
per accertare la fondatezza di accuse tanto infamanti. Ne verificherà le
responsabilità e i responsabili. Non ci riferiamo neppure al versante politico,
dove tutto si è svolto secondo copione. A partire dalla difesa del premier nei
confronti del sottosegretario Bertolaso. Attesa e prevedibile, anche nelle
parole. Quasi per riflesso pavloviano. Il nostro sospetto riguarda, invece,
l'atteggiamento della "società media", rilevato dai sondaggi.
Tradotto e banalizzato in Opinione Pubblica. L'opinione della maggioranza.
Silenziosa. Il sospetto è che, anche questa volta, la reazione della
"società media" si limiti a quel brontolio, continuo e diffuso, che
pervade la vita quotidiana. Dove tutti - davvero: tutti - si lamentano,
recriminano, criticano. A voce bassa. Dichiarano la loro sfiducia verso i
"politici". Di ogni parte. Ma soprattutto di sinistra, perché loro,
prima e più degli altri, hanno sollevato la questione "morale". Se ne
sono fatti garanti. Finendone, anch'essi, invischiati. Per cui prevale la
convinzione - popolare - che ogni reazione, ogni moto di indignazione: è
inutile. Non serve. Sono tutti uguali. E nulla cambia.
Da ciò il rischio: l'assuefazione a ogni scandalo. Che quindi non dà più
scandalo. E induce, anzi, a guardare con sospetto chi si scandalizza. A
trattarlo - con acida ironia - da "professionista dell'indignazione".
Così, dopo ogni esplosione polemica, sopravviene - e ritorna - il silenzio. O
meglio: il mormorio. La colonna sonora (meglio: il sottofondo) al tempo della
"società sfrenata". Senza freni. Perché, anzitutto, si sono persi i
riferimenti che associavano e orientavano i cittadini. Nel rapporto con le istituzioni
e con il governo. I partiti di massa, grandi educatori al servizio di un
progetto futuro. Dissolti. Personalizzati e oligarchici. Le grandi
organizzazioni "intermedie" di rappresentanza. I sindacati, in primo
luogo. Perlopiù burocratizzati. Una base ampiamente composta da impiegati
pubblici e pensionati. Difficile chiedere loro di imporre vincoli morali.
Fatica perfino la Chiesa,
scossa e divisa al suo interno, come dimostrano le tensioni emerse dopo la
campagna diffamatoria che ha costretto alle dimissioni il direttore
dell'Avvenire, Dino Boffo. Lo stesso mondo del volontariato, il mitico Terzo
settore, oggi appare impegnato - peraltro, con successo - sul mercato dei
servizi più che dei valori. E gli "intellettuali". Reclutati dai
media. (Soprattutto dalla tivù). Oppure dai partiti. Voci deboli, perché hanno
poco da dire. (Io, naturalmente, non mi chiamo fuori. Anche se la definizione
di "intellettuale" mi fa rabbrividire).
Così, oggi è difficile trovare soggetti in grado di rafforzare il senso
"civico" della società, ma anche di inibire il senso
"cinico". Mancano, cioè, i "freni". Gli stessi
"anticorpi della democrazia", come scrive da tempo Giovanni Sartori.
Ma forse c'è dell'altro. Oltre al "familismo amorale", riferito alla
società del Mezzogiorno nel classico studio di Edward Banfield degli anni
cinquanta - e oggi esteso all'intera società italiana. Oltre alla delusione
prodotta dal ripetersi ciclico di rivolte antipolitiche puntualmente
riassorbite e rimosse. Prima Tangentopoli, poi, quindici anni dopo, la Casta. E come effetto:
dai partiti di massa ai partiti personali, ispirati da Forza Italia e Silvio
Berlusconi.
Oltre a tutto ciò, dietro al disincanto diffuso del nostro tempo, c'è la
mutazione del rapporto fra società e politica. Mediato dai media. Cioè:
im-mediato. Senza mediazione. La politica e i leader di fronte agli elettori
soli. In modo asimmetrico e squilibrato. Perché oggi la metafora più adeguata
per descrivere il sistema della rappresentanza (ben delineata dal filosofo
Bernard Manin) richiama la "scena", dove si confrontano gli attori e
il pubblico. Il quale può, certamente, decretare il successo oppure il decesso
di un programma e (simbolicamente) di un attore. Ma, appunto, non è lui a
decidere i palinsesti. Perché può solo reagire a un'offerta elaborata
dall'esterno. A cui non partecipa. Ebbene, fatti e attori della scena politica
in questa fase propongono una rappresentazione davvero amorale. Dove il dolore
si mischia alla speculazione, la tragedia alla corruzione. Dove il pianto è interrotto
dalle risa. La biografia del potere accosta, una accanto all'altra, figure e
immagini di generi contrastanti. Da Rosarno a Palazzo Grazioli. Da L'Aquila
alle telefonate di Balducci, Anemone e compagnia. E poi: i morti sul lavoro, i
potenti della terra, escort e veline, aggressioni violente, il volto
insanguinato del premier. Le immagini si sommano e si confondono. Senza
soluzione di continuità. In questo paese provvisorio, abitato da post-italiani
(per usare una felice e amara definizione di Edmondo Berselli), tutti siamo
spettatori di una rappresentazione in-differente. Dove non c'è differenza fra
giusto e ingiusto, giudici e malfattori, furbi e onesti. Buoni e cattivi.
Perché i cattivi, i furbi e i disonesti fanno audience. Questa democrazia fondata
sulla "deroga" (come l'ha chiamata nei giorni scorsi Ezio Mauro)
rammenta un reality, anzi: iper-reality show. Dove al massimo possiamo
"nominare": Bertolaso oppure Berlusconi. (Gli altri sono già usciti
dal gioco). Consapevoli del rischio: che il nominato, invece di essere escluso,
resti protagonista della scena. Come prima e più di prima.
D'altronde, è difficile vedere alternativa. Se ci si arrende al pensiero unico:
del partito personale, della scena mediatica al posto del territorio, dello
spettatore al posto del cittadino, del senso comune al posto del senso civico.
Dell'Opinione Pubblica dettata dai sondaggi invece che dal dibattito
"pubblico" sui problemi, con la partecipazione degli attori sociali e
degli intellettuali.
Allora il senso civico si confonde con il senso comune. E il senso etico
diventa, al più, anestetico.
http://www.lastampa.it 14 febbraio 2010

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