La società dell’incertezza
Oggi, nell´epoca liquida, ci sono infinite ragioni, più che 50 anni fa, per sentirsi insicuri
La modernità è arrivata come una promessa, ben determinata a sfidare e
conquistare l´incertezza, a condurre contro quel mostro policefalo una guerra
totale di logoramento. I filosofi dell´epoca spiegavano l´improvvisa abbondanza
di crudeli e terrificanti sorprese - prodotte dalle forze sprigionate da
lunghissime guerre di religione, fuori controllo e tali da sfuggire alla presa
e al freno di pesi e contrappesi - con il fatto che Dio si era ritirato dalla
supervisione diretta e dalla gestione quotidiana della Sua creazione, oppure
con il cattivo funzionamento della creazione in quanto tale, ossia con i
capricci e i ghiribizzi cui la
Natura è soggetta finché, non venendo imbrigliata
dall´ingegno umano, resta aliena e sorda rispetto ai bisogni e ai desideri
degli uomini. Vi potevano essere differenze tra le spiegazioni preferite,
tuttavia gradualmente emerse un ampio accordo relativo al fatto che l´attuale
amministrazione degli affari mondani non reggeva alla prova e che il mondo
aveva bisogno di essere urgentemente sottoposto a una nuova gestione (umana,
questa volta) indirizzata a chiudere i conti una volta per tutte con i più
terribili demoni dell´incertezza: la contingenza, la casualità, la mancanza di
chiarezza, l´ambivalenza, l´indeterminazione e l´imprevedibilità. (...)
Quando tale compito sarebbe stato portato a compimento, gli esseri umani non
sarebbero più stati dipendenti dai "colpi di fortuna". La felicità
umana non sarebbe più stata un dono del fato, ben gradito, ma non richiesto,
bensì il regolare prodotto di una programmazione fondata sulla conoscenza
scientifica e sulle sue applicazioni tecnologiche.
In realtà la gestione umana non è stata in grado di corrispondere alle
aspettative popolari, alimentate dalle assicurazioni generosamente concesse dai
suoi dotti progettisti e dai suoi poeti di Corte. È vero che molti dispositivi
ricevuti in eredità e accusati di saturare d´incertezza la ricerca umana erano
stati smantellati e gettati via, ma il volume d´incertezza prodotto dai modelli
che li avevano sostituiti non era inferiore al precedente. (...)
Per i primi cento o duecento anni della guerra contro l´incertezza si è
minimizzato il fatto che non si fosse registrata una convincente vittoria. I
sospetti che l´incertezza potesse essere una compagna permanente e inseparabile
dell´esistenza umana tendevano a venire negati come essenzialmente sbagliati, o
quanto come non sufficientemente dimostrati, dunque prematuri: nonostante le
crescenti prove in contrario, era ancora possibile pronosticare che, dopo aver
corretto questo o quell´errore e dopo aver superato o aggirato questo o quel
rimanente ostacolo, si sarebbe potuta conseguire la certezza. (...)
Durante gli ultimi cinquant´anni, tuttavia, si è fatto largo un drastico
cambiamento nella nostra visione del mondo, che ne condiziona adesso parti
ancor più fondamentali rispetto alla concezione che avevano i nostri antenati
riguardo al ruolo della contingenza negli itinerari congiunti della storia
umana e della vita degli individui, e alle loro idee di come si poteva
mitigarne l´impatto grazie al progresso della conoscenza e della tecnologia.
Nelle nuove narrazioni delle origini e dello sviluppo dell´universo, della
formazione del nostro pianeta, delle origini e dell´evoluzione della vita sulla
Terra, così come nelle descrizioni della struttura e del movimento delle unità
elementari di materia, gli eventi casuali – cioè eventi essenzialmente
imprevedibili, indeterminati o del tutto contingenti – sono stati promossi e
innalzati dal grado di marginali "fenomeni di disturbo" a quello di attributi
primari della realtà e sua principale spiegazione.
La moderna idea di ingegneria sociale fondava la sua affidabilità
sull´assunzione di ferree leggi che governavano la Natura e avrebbero reso
l´esistenza umana ordinata e pienamente regolata, una volta spazzate via le
contingenze responsabili delle turbolenze. Negli ultimi cinquant´anni, però, si
è arrivati a mettere in questione e sempre più a dubitare dell´esistenza stessa
di tali "ferree leggi" e della possibilità di concepire ininterrotte
catene di causa-effetto. Oggi ci stiamo rendendo conto che contingenza,
casualità, ambiguità e irregolarità sono caratteristiche inalienabili di tutto
ciò che esiste, e pertanto sono irremovibili anche dalla vita sociale e
individuale degli esseri umani. (…)
Detto questo, si noti che nella nostra epoca liquido-moderna ci sono infinite
ragioni, più che cinquant´anni fa, per sentirsi incerti e insicuri. Dico
"sentirsi", perché il volume delle incertezze non è aumentato: lo
hanno fatto invece volume e intensità delle nostre preoccupazioni e ansie, e
ciò è accaduto perché le lacune tra i nostri mezzi per agire efficacemente e la
grandiosità dei compiti che ci troviamo di fronte e siamo obbligati a gestire
sono divenute più evidenti, più ovvie e in verità più minacciose e spaventose
rispetto a quelle di cui hanno fatto esperienza i nostri padri e i nostri
nonni. A farci sentire un´incertezza più orrenda e devastante che in passato
sono la novità nella percezione della nostra impotenza e i nuovi sospetti che
essa sia incurabile. (…)
Man mano che il potere di agire in modo efficace gli è scivolato via dalle
dita, gli Stati, indeboliti, sono stati costretti ad arrendersi alle pressioni
dei poteri globali e ad "appaltare" alla cura e alla responsabilità
degli individui un numero crescente di funzioni in precedenza da loro erogate.
Come ha mostrato Ulrich Beck, oggi ci si aspetta che siano donne e uomini
singolarmente a cercare e trovare risposte individuali a problemi creati
socialmente, ad agire su di essi utilizzando le loro risorse individuali e ad
assumersi la responsabilità delle loro scelte, nonché del successo o insuccesso
delle loro azioni. In altri termini, oggi siamo tutti "individui per
decreto", cui si ordina, presupponendo che ne siamo capaci, di progettare
le nostre vite e di mobilitare tutto ciò che serve per perseguire e realizzare
i nostri obiettivi di vita. Per la maggior parte di noi, tuttavia, questa
apparente "acquisizione di capacità" è in tutto o quanto meno in
parte una finzione. La maggior parte di noi non possiede le risorse necessarie
per innalzarsi dalla condizione di "individui per decreto" al rango
di "individui di fatto". Ci mancano la conoscenza necessaria e la
potenza richiesta. La nostra ignoranza e la nostra impotenza nel trovare e
attuare soluzioni individuali a problemi socialmente prodotti hanno come esito
perdita di autostima, vergogna per essere inadeguati di fronte al compito e
umiliazione. Tutto ciò concorre all´esperienza di un continuo e incurabile
stato di incertezza, cioè l´incapacità di assumere il controllo della propria
vita, venendo così condannati a una condizione non diversa da quella del
plancton, battuto da onde di origine, ritmo, direzione e intensità sconosciuti.
Traduzione di Daniele Francescani
Repubblica 16.9.10

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