La sinistra e il pensiero reazionario
Un testo inedito di Norberto Bobbio sul fascino esercitato da alcuni teorici della destra La rivalutazione della violenza è caratteristica di queste tendenze
Anticipiamo una parte del testo, pubblicato da "Micromega", della
Lezione tenuta da l´8 marzo 1985 presso il Centro Studi Piero Gobetti di
Torino, nel corso della IV edizione del seminario su "Etica e
politica"
In questi ultimi anni c´è stata una certa confusione tra la sinistra e la
destra, nel senso che molti studiosi di sinistra, che appartengono alla
sinistra, che si dichiarano di sinistra, hanno rivendicato, o, come si dice
oggi, con un anglismo che io non uso mai, «rivisitato» (da noi si dice:
riconsiderato), degli scrittori di destra, per esempio Nietzsche, il quale era
sempre stato considerato un filosofo reazionario, la massima espressione di una
filosofia antisocialista, antidemocratica, soprattutto antiegualitaria (non è
un caso che Hitler quando volle fare un regalo a Mussolini, gli regalò le opere
di Nietzsche). Poi, soprattutto, Carl Schmitt, che è stato ritirato fuori dal
mio amico e collega Gianfranco Miglio; Schmitt, scrittore politico, giurista,
grande scrittore di diritto, ma che certo un progressista non è. E poi altri
ancora: si può citare Junger, per esempio, che abbiamo ricordato più volte;
Cioran, c´è anche questo scrittore rumeno, che però scrive in Francia (in
Italia le sue opere sono state tradotte da Adelphi ed è stato citato con grande
onore da Vattimo in un articolo recente)…
D´altra parte, se è avvenuta questa rivisitazione di scrittori di destra da
parte della sinistra, è avvenuto anche il contrario. Abbiamo già più volte parlato
di un "gramscismo di destra" Probabilmente molti di voi non sanno che
una corrente della destra estrema si considera gramsciana e ha accolto alcune
tesi di Gramsci, soprattutto quella cosiddetta dell´egemonia, e le ha fatte
proprie.
Questo passaggio dalla destra alla sinistra e viceversa non è nuovo. Il caso
più clamoroso, che dovrebbe essere riesaminato nel corso del nostro seminario,
è quello di Sorel, che certamente è uno scrittore di sinistra. Da Sorel ha
origine l´ala della sinistra rivoluzionaria, del sindacalismo rivoluzionario.
Ma poi, non lui personalmente, ma i suoi seguaci – i seguaci italiani – sono
diventati notoriamente dei fascisti, sono stati dei teorici del fascismo. Dico
non lui personalmente, perché se Sorel sia stato o non sia stato fascista è
ancora sub iudice. Non so se voi sapete che da qualche tempo esce una rivista
dedicata a Sorel, edita da una associazione di studi francese, i Cahiers
Georges Sorel (ne sono già usciti due volumi). Ebbene, nel primo, che è
dell´anno scorso, è apparso un articolo di un autore francese il quale sostiene
che Sorel non è mai stato fascista; l´ articolo è scritto proprio per confutare
quella che lui chiama «la tenace leggenda del fascismo di Sorel».
Io non voglio entrare in questa polemica. Però è un fatto che molti seguaci di
Sorel diventarono dei teorici del fascismo. Voglio ricordare soprattutto un
autore, su cui forse vale la pena di ritornare, Sergio Panunzio, che fra le
altre opere (io le ricordo perché sono tanto vecchio da ricordare quando Panunzio
era professore all´università ai miei tempi) ha scritto un libro nel 1920 dal
titolo Diritto forza violenza. Lineamenti di una teoria della violenza.
Panunzio era stato uno dei sindacalisti soreliani e diventò poi un teorico del
fascismo. La sua opera Dottrina del fascismo andava di pari passo con quella di
Costamagna, che abbiamo più volte ricordato. Forse il libro di Costamagna è più
interessante e varrebbe la pena di esaminarlo. Comunque il libro di Panunzio,
quando lui lo scrisse nel 1920, era già un libro fascista.
Per dimostrare la commistione, lo scontro-incontro tra le varie ideologie, si
può ricordare che questo libro fu pubblicato dall´editore Cappelli nella
biblioteca di cultura politica di Rodolfo Mondolfo, con prefazione dello stesso
Mondolfo, che non era né socialista rivoluzionario, né fascista ma era un
grande amico di Turati – come di Gobetti – e un teorico del marxismo
interpretato riformisticamente. La tesi di Panunzio era che bisogna distinguere
la violenza dalla forza: la violenza è positiva e la forza è negativa. La
violenza rappresenta la rottura di una società e il momento di trapasso dal
vecchio al nuovo, la forza è autoritaria. Questa distinzione tra forza e
violenza è proprio l´opposto di quella che di solito si fa. Generalmente si
attribuisce valore positivo alla forza e negativo alla violenza. Per
"forza" si intende la forza al servizio del diritto, la forza dello
Stato, la coazione; quando i giuristi parlano della coazione dicono forza,
mentre la violenza viene considerata negativamente. Qui c´è una inversione: una
inversione che deriva da Sorel. Su questo non c´è dubbio. Per Sorel la violenza
è positiva, la forza negativa. La violenza è eversiva, è l´"ostetrica
della storia", per usare l´espressione di Marx; la forza è autoritaria.
In questi giorni, essendomi occupato di Carlo Levi, mi sono andato a rileggere
gli articoli che Carlo Levi ha pubblicato su La Rivoluzione Liberale
di Gobetti. Devo dire che l´articolo più interessante di Levi, oltre a quello
su Salandra, è una recensione del libro di Panunzio, apparsa sul numero del 17
aprile 1923. Levi, giovinetto (aveva vent´anni), coglie molto bene la
caratteristica fascista di questo libro. Anche se Panunzio era un soreliano e
quindi veniva da sinistra, egli aveva ormai compiuto il suo viaggio da sinistra
a destra. C´è una frase che mi ha particolarmente colpito e che mi pare spieghi
molto bene come sia facile il passaggio da un estremo all´altro. Dice Levi:
«L´unico pregio del libro è che ci permette di capire perché i sindacalisti
rivoluzionari sono passati al fascismo. Gli adoratori della violenza proletaria
si sono trasformati in zelatori di una violenza del tutto generica e scolorita
dove il passo è breve alla violenza antiproletaria, che è appunto la violenza
fascista, la violenza dei disoccupati amatori della violenza».
Si sposta il fine della violenza (inizialmente considerata mezzo lecito solo in
rapporto a determinati fini), e poi, a un certo punto, la violenza diventa fine
a se stessa. La violenza fascista è ormai fine a se stessa, non è più un mezzo
per raggiungere un fine rivoluzionario.
Volendo ricordare un caso clamoroso di questo passaggio, si può fare il nome di
D´Annunzio. È un episodio molto noto. D´Annunzio, eletto deputato al principio
del secolo dalla destra, quando entrò in parlamento, si sedette all´estrema
sinistra, pronunciando la famosa frase: «Vado verso la vita». Badate che la
parola vita è importante. Vita perché c´è (lo vedremo dopo) un elemento di
vitalismo nell´estremismo sia di destra sia di sinistra.
Questo passaggio dalla destra alla sinistra e viceversa sta alla base della
tesi – questo è il nostro punto – che la differenza tra destra e sinistra non
esista più o perlomeno sia sfumata. Le formulazioni di questa tesi sono molte,
sostenute per lo più – almeno sinora – da destra. Sarebbe interessante sapere
perché. Non saprei dire quale sia la causa e quale l´effetto: se si ritenga che
non esiste più la differenza tra destra e sinistra per il fatto che c´è questo
scambio di autori o se ci sia questo scambio di autori perché non c´è più
questa differenza. Questo è il punto che dovremmo in qualche modo esaminare. Si
potrebbe dedurre che questo avvenga perché la sinistra ha perduto la sua
identità. La sinistra ha tanto perduto la sua identità che, si dice, non c´è
più nessuna differenza tra destra e sinistra. Ma c´è anche una variante di
questa tesi sostenuta dalla destra, che forse non abbiamo mai esaminato: che
non si può più fare la distinzione tra destra e sinistra perché ormai la destra
non c´è più. È tutta sinistra. È una tesi di estrema destra. Si sostiene che la
sinistra ormai ha occupato tutto il campo e che la famosa destra, la destra
conservatrice, la destra storica, la destra illuminata, la destra che aveva
rappresentato, diremo così, l´evoluzione dell´Europa e dell´Italia, non c´è
più.
http://www.repubblica.it 5.2.10

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